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DIARIO DI BORDO: LE CICLADI
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  DA SANTORINI A FOLEGANDROS

Sabato e domenica, Thera (Santorini)
Qualcuno è mattiniero e sbarca per un caffè. Un bar è aperto nella zona dei pescatori. Qui, seduto, vede, nel sole del primo mattino, una donna di passo armonioso sfilare nella strada, sei vecchi pescatori di fitto dialogare intorno ad un tavolino, un cane fiero di una breve coda aggirarsi sul selciato e stendersi in una macchia di sole abbandonandosi ad un torpore beato. Mollano gli ormeggi con il sole appena sorto. Appena fuori dal porto, fra un traghetto e l'altro, riescono, dal canotto lasciato in baia come posto di regia, a filmare un paio di virate. Poi, alati a bordo canotto e motore, lo scafo infila il lungo fiordo d'uscita sospinto da venti gagliardi che scendono profumati dai valloni. Franchi da terra, la prua è indirizzata su un azzurro d'isola incoronata da una linea bianca di case su tutta la vetta. Così si vede Santorini, chiamata anche Thera; la sua ghirlanda di case bianche si scorge da decine di miglia di distanza, quando soffia il meltemi luminoso.
Dicono che sia stata una improvvisa esplosione di questo vulcano, durante il quindicesimo secolo prima dell'era attuale, a segnare la fine dell'impero commerciale di Creta. Secondo alcuni calcoli pare che l'onda provocata dallo schianto abbia raggiunto un centinaio di metri d'altezza e nella sua corsa abbia cancellato ogni insediamento umano. Le ceneri dell'eruzione, trasportate dai venti, si sono posate sul mare e sulle terre. E da quella esplosione sono scomparse per secoli le possibilità di coltivazione nelle isole sottovento al vulcano.
Si inoltrano nel cratere. Le case bianche sono sospese sopra baratri alti centinaia di metri. Paiono opere fragili, di durata precaria, instabili sopra pareti di stratificazioni e intrusioni, dove i neri di ossidiane si mescolano a colori tipici di decine di minerali colati dai calori della fornace. Gli isolotti al centro della caldera hanno ancora le forme contorte che il caos ha lasciato. I venti, le piogge e le burrasche di tremilacinquecento anni non hanno mitigato o addolcito quei profili ancora inaspriti dalla violenza. Per i due giorni seguenti un'ansia sottile, una inquietudine non palesata vagola a bordo. Forse sono le potenze nascoste, forse le testimonianze delle devastazioni, forse la coscienza che sotto il mare quieto il vulcano ringhia attivo, e può devastare ancora.
La prima notte ancorano nella prima baia a sud, e tutta la notte sono tormentati da una traversia che interrompe il riposo. Al mattino cambiano ormeggio e danno fondo in un'altra baia, più profonda della prima, dove si spera, viste le correnti e l'andamento ondoso, di trascorrere una notte più tranquilla. L'equipaggio sbarca per visitare il paese bianco appollaiato sulle cime, che si vede a miglia di distanza. Lo scafo, il tendalino steso e lo skipper a bordo, resta ad appruarsi sulle brezze e a dondolare sul mare nell'insenatura davanti ad Akrotiri, vicino agli scavi. Gli affreschi di Thera, vecchi di tre millenni e mezzo, hanno una lontananza, rispetto ai loro contemporanei affreschi egiziani, pari ad una mentalità differente. Nonostante l'impostazione della figura risenta ancora l'ispirazione egizia nell'ideazione e nel trattamento, le immagini comparse durante gli scavi in Akrotiri sono fresche ed animate. Qui il quotidiano e la natura si presentano vivaci; là sono stilizzati e ritualizzati in canoni che non si sono quasi mai evoluti. Gli affreschi strappati dalle ceneri del vulcano e il ricordo delle migliaia di persone cancellate con tutta la loro coorte di affetti, di sogni, di speranze, sfiorano la sensibilità. Affiora allora una patina di malinconia; e una piccola ribellione per la violenza che annulla senza pietà, in pochi attimi, disperanti e conclusivi, tutte le illusioni chiamate vita. Ma la natura segue sue leggi che non tengono conto delle aspettative e dei pregiudizi dei suoi componenti.

Lunedì, Folegandros
Riprendono il largo. L'obiettivo è Folegandros, un'isola situata a circa quaranta miglia in direzione ovest. Il meltemi soffia robusto al traverso e la prua scava la sua rotta su un mare formato. Lo scafo affonda nei cavi delle onde e si inerpica sui dorsi. Le creste infrante sventagliano nel sole milioni di diamanti. La spinta del vento inclina la barca sul fianco, la scia bianca si disperde in poche ondate sulla poppa. Il beccheggio dondola i corpi sulle dure panche. Si corre per ore, in una frenesia di vento e di sole, di onde e sventagliate, verso un'isola che dieci anni fa ha accolto nella sua solitudine alcuni dell'equipaggio. Viene ricordata da uno scrittore: "Isola di graniti rossi e di arenarie dorate, silenziosi dentro al cielo; i ridossi e le battigie appena sbiancate dalle schiume, che aspettano ogni equipaggio che viene dal mare e gli rendono onori come fosse un armo di argonauti; che danno ad ogni persona dello scafo un alone di mito e gli tolgono materialità e concretezza. All'isola si avvicina la prua, fra le grida di equipaggi che assaporano il riposo, fra le manovre di scotte e di membra brune, nei lampi delle occhiate. E l'isola si erge sempre più ritta verso il cielo, più generosa di visioni, e cresce in una esibizione di opulenza e di colori. Poi, quando le vele sono ammainate e le coperte ordinate sotto il sole, l'ancora cala piano, lampeggiando, dentro alle sue acque chiare. E chi tocca la terra dell'isola ha già poco corpo e molta anima."
A bordo, chi vi è già sbarcato, ricorda il buon ridosso, il deserto silenzioso del porto, una o due case sparse lungo la spiaggia, il paese arroccato molto all'interno, raggiungibile con una carrareccia che si perdeva in un paesaggio aspro e deserto. In un altro libro è ricordata così. "Quando si doppia il promontorio, che ricopre il suo unico ridosso, una insenatura quieta si apre tanto improvvisa e deserta da pensare di aver toccato un territorio arcano, un luogo oltre i confini del mondo. È un'isola assorta nel sole, meditabonda, quella che accoglie la barca: quattro piccole case fra pochi alberi di olivastri con lampi d'argento nelle trasparenze del cielo; un peschereccio con intensi blu e rossi e bianchi dondola sullo specchio mutevole delle acque. Non persone, non suoni, non movimenti. Lenta la barca si addentra in queste assenze, sola cosa che si muove. Rocce di bronzo circondano il porto e finiscono entro trasparenze turchesi dove vive una foresta fitta di ricci rossastri e viola. I passi scricchiolano sulla ghiaia. Fra gole e forre di un paesaggio lunare in silenzio si percorre una strada che si inerpica verso alte brughiere assolate. Dopo un'ora, sopra uno strapiombo aperto nel cielo e sul mare, delle voci e una decina di donne in neri abiti lavorano in piccoli crocchi, insieme parlando la lingua armoniosa dell'Ellade. Affacciato sul baratro, a seguire le schiume sugli scogli, distingue nel veloce dialogare alcune parole arcaiche, suoni che hanno pronunciato Agamennone o Ettore. Più avanti le case ed il paese, raccolti intorno alla piazza bianca, sotto l'ombra di un fico immenso. Si cena in mezzo alla strada, dopo il crepuscolo; un cretese solenne porta carne grigliata di agnello e insalata e retsina. Tornando verso il porto nel plenilunio; la strada è un nastro chiaro immerso in profumi di timo, di maggiorana, di salvia. Sopra la linea scura delle rocce contorte, il cielo è di velluto, spolverato di stelle, con il cerchio chiaro di una luna vasta che vi naviga placida."
Doppiato il capo si scorge un porto formicolante, gli attracchi fittamente occupati, case tutto intorno alla baia e lungo l'unica strada che porta all'interno, traghetti che scaricano centinaia di turisti e ne imbarcano altrettanti, autobus che fanno la spola ogni mezz'ora fra il porto e il paese. Solo dieci anni per cancellare un posto incantato, dove il silenzio si stendeva su qualche peschereccio colorato e due case riflesse nelle acque. Dopo un tentativo di attracco, danno fondo in rada e sbarcano in canotto per andare a cena nel paese arroccato fra i dirupi dell'interno. Si accalcano entro un autobus che si stipa alla successiva fermata. Vengono scaricati al capoluogo, che non è più il paese che qualcuno ricorda, ma una ressa di migliaia di persone in una gabbia piena di botteghe. Ritrovano, è vero, la taverna del cretese, ma il cibo e la retsina hanno perduto per sempre il gusto di dieci anni prima.
È necessario razionalizzare le delusioni. La gente di quest'isola viveva di poco e magari stentatamente. Il turismo e le sue conseguenze permettono agli isolani una vita meno grama ed essi hanno barattato una esistenza dura con una che sembra più facile. Il cambiamento ha esiliato i silenzi e l'assoluto, li ha spogliati dell'essenzialità di cui vivevano, ma ha anche portato più cibo, più denaro, più comodità alle loro esistenze. Si potrebbe forse dire che il baratto è stato vantaggioso. E che è naturale ed umano cambiare una dieta magra ed incerta con pasti abbondanti e facili comodità. Ma si sa anche che ogni cambiamento ha i propri risvolti fatti di bocconi amari.

Per saperne di più: la scheda sulla Grecia

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