Come si è già ricordato, Gaspare MUTOLO -
coerentemente con la sua scelta di integrale e leale collaborazione - qui
riferirà anche fatti concernenti esponenti del mondo politico e
delle Istituzioni.
In verità, alle dichiarazioni concernenti tali delicatissimi
argomenti egli non è giunto immediatamente, poichè ha esternato al
P.M., lealmente, la propria convinzione che la trattazione di questi temi
avrebbe potuto far sorgere il rischio di strumentalizzazioni e di reazioni,
suscettibili di depotenziare l'efficacia complessiva dell'azione giudiziaria
contro Cosa Nostra.
Tuttavia, attraverso le parole del MUTOLO, si entrerà nel
contesto dei rapporti tra Cosa Nostra ed esponenti del mondo politico e di
altre Istituzioni dello Stato.
Secondo quanto già precisato nella lista, il MUTOLO
riferirà sui seguenti temi di prova:
rapporti dei cugini Antonino ed Ignazio SALVO con Giulio ANDREOTTI ed altri
soggetti a lui collegati;
rapporti tra Cosa Nostra, Michele SINDONA, Giulio ANDREOTTI, Licio GELLI e
massoneria deviata;
interferenze di Cosa Nostra e di ANDREOTTI in procedimenti giudiziari, ed in
particolare nel maxi-processo;
interferenze di Cosa Nostra nelle consultazioni elettorali (in particolare,
nelle elezioni politiche del 1987);
la corrente andreottiana in Sicilia;
rapporti tra `ndrangheta e Cosa Nostra.
In particolare - per quanto riguarda il tema dei rapporti tra Cosa Nostra ed
esponenti del mondo politico, e specificamente dei rapporti con il sen.
ANDREOTTI - attraverso le dichiarazioni del MUTOLO l'Accusa si propone di
dimostrare che:
negli anni `70 Cosa Nostra aveva realizzato molteplici infiltrazioni nel
mondo politico e negli stessi Uffici giudiziari;
la linea politica allora seguita da Cosa Nostra nei confronti di questa
realtà era quella della mediazione e della
convivenza;
a quel tempo, era assolutamente pacifico in Cosa Nostra che si dovesse
sostenere elettoralmente la Democrazia Cristiana, poichè questa era
considerata il partito che poteva dare maggiori garanzie per gli interessi
dell'organizzazione;
la convinzione unanime era che si potesse utilmente influire, attraverso i
politici, sull'operato dei tribunali; e che, inoltre, la funzione dei politici
locali fosse determinante per la "politica romana" nei riguardi delle
cose della Sicilia concernenti Cosa Nostra;
negli anni `70, avevano "aderenze" negli ambienti del Palazzo di
Giustizia di Palermo - tra gli altri - principalmente gli onorevoli Salvo LIMA
e Giovanni MATTA;
il LIMA era stato amico di Salvatore LA BARBERA e di suo fratello Angelo,
nonchè di Francesco Paolo BONTATE (padre di Stefano);
il MATTA era buon amico di Rosario RICCOBONO, il quale lo aveva anche
ricevuto più volte in visita nel suo villino di Partanna Mondello;
i rapporti tra Cosa Nostra e gli esponenti del mondo politico si svolgevano
secondo precise regole, per cui non ogni uomo d'onore aveva facoltà
di prendere contatto direttamente con l'uomo politico per i favori di cui
avesse bisogno, ma il contatto doveva avvenire attraverso canali precisi - di
alto livello - stabiliti dalla Commissione;
prima dell'avvento dei "Corleonesi" e, comunque, prima degli anni `80,
detti "canali" erano Gaetano BADALAMENTI, Salvatore GRECO"il
senatore", Stefano BONTATE, Girolamo TERESI e Giacomo VITALE (cognato del
BONTATE);
gli esponenti politici ai quali si faceva riferimento attraverso i detti
canali erano, principalmente, gli onorevoli Salvo LIMA e Giovanni GIOIA;
dall'epoca in cui era divenuto parlamentare nazionale (1968) e poi europeo
(1979), all'on. LIMA ci si rivolgeva per "tutte le esigenze che comportavano
decisioni da adottare a Roma";
dopo l'eliminazione del BONTATE (23 aprile 1981) e l'avvento al potere dei
"Corleonesi", il tramite utilizzato per rivolgersi all'on. LIMA era
divenuto - pressocchè esclusivamente - Ignazio SALVO (ucciso in Santa
Flavia il 17 settembre 1992).
__________________
Con riferimento al tema probatorio delle interferenze di Cosa Nostra in
procedimenti giudiziari, ed in particolare nel maxi-processo, attraveso
le dichiarazioni del MUTOLO, debitamente riscontrate, l'Accusa si propone di
dimostrare che la causale dell'omicidio dell'on. Salvo LIMA è connessa
alle vicende del maxi-processo.
Secondo tutti gli uomini d'onore il maxi-processo era un "processo
politico", nel senso che l'andamento e l'esito sarebbero stati quelli
desiderati dal "governo di Roma".
Quando - contrariamente alle aspettative dei vertici di Cosa Nostra - il
processo si era concluso con la conferma delle condanne e, soprattutto, con la
conferma del c.d. teorema BUSCETTA, l'on. LIMA era stato ucciso
perchè considerato il maggior simbolo di quella componente politica che,
dopo avere attuato per moltissimi anni un rapporto di pacifica convivenza e
di scambio di favori con Cosa Nostra, che riversava su di questa i propri
voti, non aveva più tutelato gli interessi dell'associazione proprio in
occasione del processo più importante ed aveva mostrato, anzi, di voler
proseguire in una politica contraria.
Il segnale lanciato nel 1987, quando tutti gli uomini d'onore avevano votato
per il P.S.I., non era bastato e, quindi, era stata decisa una strategia di
"rottura aperta".
L'omicidio era - ad un tempo - una punizione per LIMA ed un avvertimento per
ANDREOTTI.
Infatti, il sen. ANDREOTTI era esattamente la persona alla quale l'on. Salvo
LIMA si rivolgeva costantemente per le decisioni da adottare a Roma, che
coinvolgevano interessi di Cosa Nostra.
Invero, dopo l'eliminazione di Stefano BONTATE e la presa di potere dei
"Corleonesi", per tutti gli interessi di Cosa Nostra che dovevano essere
tutelati con decisioni o interventi da attuare a Roma, il "circuito
normale" era costituito da Ignazio SALVO, dall'on. Salvo LIMA e dal sen.
Giulio ANDREOTTI.
Il rapporto privilegiato tra Cosa Nostra ed il sen. ANDREOTTI era, peraltro,
antecedente alla presa di potere dei "Corleonesi", ed anche prima il
tramite normale era costituito dall'on. LIMA.
Questo rapporto privilegiato si era consolidato nel tempo con l'instaurazione
di un accordo di "pacifica convivenza" e di scambi di favori tra Cosa
Nostra e parte del mondo politico, di cui era componente essenziale la corrente
andreottiana.
Durante la prima fase del maxi-processo, già dopo
l'ordinanza di rinvio a giudizio del Giudice FALCONE, alcuni fra i più
autorevoli esponenti di Cosa Nostra (ad es., Mariano AGATE, Salvatore MONTALTO,
Giuseppe CALO', Giuseppe BONO), alle varie rimostranze dei diversi uomini
d'onore detenuti, avevano risposto lanciando un preciso messaggio di
rassicurazione.
Essi dicevano che bisognava continuare ad avere fiducia nella
Democrazia Cristiana, poichè alla fine tutto si sarebbe risolto, grazie
all'interessamento dell'on. LIMA e del sen. ANDREOTTI, confidando, in
particolare, nel giudizio della Corte di Cassazione, presieduta dal dott.
Corrado CARNEVALE.
Secondo quanto assicuravano i predetti esponenti di Cosa Nostra, con il
presidente CARNEVALE non ci sarebbe stato alcun problema per più
motivi.
Da un lato, secondo quanto riferivano alcuni avvocati che avevano con lui un
rapporto di particolare dimestichezza, il presidente CARNEVALE poteva essere
"manovrato", anche se il MUTOLO non ha mai saputo, però,
poichè non gli interessava, se vi fosse una "merce di scambio"
rappresentata dal versamento di somme di denaro.
Per altro verso, poi, per arrivare al dott. CARNEVALE vi era appunto il
canale politico, ben distinto dal primo.
Questo canale politico era rappresentato dal sen. ANDREOTTI, il quale
avrebbe dovuto interessare il presidente CARNEVALE per il "buon esito"
del maxi-processo.
Si diceva, infatti, che il sen. ANDREOTTI aveva uno speciale rapporto
personale con il dott. CARNEVALE.
Nonostante le assicurazioni date agli uomini d'onore, un notevole malumore era
stato ovviamente determinato, in successione di tempo, da varie proposte di
legge, che sembravano andare contro gli interessi di Cosa Nostra, adottate da
Governi dei quali faceva parte anche il sen. ANDREOTTI.
Anche in questo caso, però, gli esponenti di Cosa Nostra
già indicati (MONTALTO, CALO', BONO etc.) avevano ribadito che
bisognava attendere con pazienza e con fiducia.
Infatti, a loro dire, queste proposte legislative erano delle "iniziative
di facciata", rese necessarie dalle pressioni delle "sinistre" e
dell'opinione pubblica (su tal punto, testimonierà anche Tommaso
BUSCETTA).
Dunque, l'on. LIMA era stato ucciso perchè simbolo di quella componente
politica che, dopo essersi servita di Cosa Nostra, aveva tradito i suoi impegni
proprio in occasione del maxi-processo.
Dopo la sentenza del maxi, come era ovvio, il clima di
"tranquillità" precedente era cambiato radicalmente.
In particolare, proprio alcuni di quelli, che avevano prima predicato la
pazienza ed invitato ad avere fiducia nei referenti politici
dell'organizzazione, mutarono radicalmente orientamento (ad es., Salvatore
MONTALTO).
La frase che si sentiva ripetere era "ora ci rumpemu i corna a tutti",
ed il MUTOLO preciserà che il senso vero della frase era
"rompiamo le corna ad ANDREOTTI ed a tutti gli amici suoi".
Fu per questo che venne ucciso l'on. LIMA, perchè bisognava mandare un
"segnale al suo padrone".
Nell'ambito della stessa strategia, si spiega il successivo omicidio di
Ignazio SALVO.
Nei riguardi del sen. ANDREOTTI, l'omicidio di LIMA costituiva, in effetti,
sia una sanzione - poichè gli procurava un grave danno politico - sia un
avvertimento per i suoi comportamenti futuri.
Questo fatto era assolutamente pacifico tra gli uomini d'onore, e, d'altra
parte, si evinceva chiaramente dai discorsi, dai comportamenti e dalle reazioni
degli importanti esponenti di Cosa Nostra già menzionati.
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