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PROCESSO ANDREOTTI
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   IL PROCESSO ANDREOTTI

PARAGRAFO 2

LE DICHIARAZIONI
DI GASPARE MUTOLO

Come si è già ricordato, Gaspare MUTOLO - coerentemente con la sua scelta di integrale e leale collaborazione - qui riferirà anche fatti concernenti esponenti del mondo politico e delle Istituzioni.

In verità, alle dichiarazioni concernenti tali delicatissimi argomenti egli non è giunto immediatamente, poichè ha esternato al P.M., lealmente, la propria convinzione che la trattazione di questi temi avrebbe potuto far sorgere il rischio di strumentalizzazioni e di reazioni, suscettibili di depotenziare l'efficacia complessiva dell'azione giudiziaria contro Cosa Nostra.

Tuttavia, attraverso le parole del MUTOLO, si entrerà nel contesto dei rapporti tra Cosa Nostra ed esponenti del mondo politico e di altre Istituzioni dello Stato.

Secondo quanto già precisato nella lista, il MUTOLO riferirà sui seguenti temi di prova:

  • rapporti dei cugini Antonino ed Ignazio SALVO con Giulio ANDREOTTI ed altri soggetti a lui collegati;

  • rapporti tra Cosa Nostra, Michele SINDONA, Giulio ANDREOTTI, Licio GELLI e massoneria deviata;

  • interferenze di Cosa Nostra e di ANDREOTTI in procedimenti giudiziari, ed in particolare nel maxi-processo;

  • interferenze di Cosa Nostra nelle consultazioni elettorali (in particolare, nelle elezioni politiche del 1987);

  • la corrente andreottiana in Sicilia;

  • rapporti tra `ndrangheta e Cosa Nostra.

In particolare - per quanto riguarda il tema dei rapporti tra Cosa Nostra ed esponenti del mondo politico, e specificamente dei rapporti con il sen. ANDREOTTI - attraverso le dichiarazioni del MUTOLO l'Accusa si propone di dimostrare che:

  • negli anni `70 Cosa Nostra aveva realizzato molteplici infiltrazioni nel mondo politico e negli stessi Uffici giudiziari;

  • la linea politica allora seguita da Cosa Nostra nei confronti di questa realtà era quella della mediazione e della convivenza;

  • a quel tempo, era assolutamente pacifico in Cosa Nostra che si dovesse sostenere elettoralmente la Democrazia Cristiana, poichè questa era considerata il partito che poteva dare maggiori garanzie per gli interessi dell'organizzazione;

  • la convinzione unanime era che si potesse utilmente influire, attraverso i politici, sull'operato dei tribunali; e che, inoltre, la funzione dei politici locali fosse determinante per la "politica romana" nei riguardi delle cose della Sicilia concernenti Cosa Nostra;

  • negli anni `70, avevano "aderenze" negli ambienti del Palazzo di Giustizia di Palermo - tra gli altri - principalmente gli onorevoli Salvo LIMA e Giovanni MATTA;

  • il LIMA era stato amico di Salvatore LA BARBERA e di suo fratello Angelo, nonchè di Francesco Paolo BONTATE (padre di Stefano);

  • il MATTA era buon amico di Rosario RICCOBONO, il quale lo aveva anche ricevuto più volte in visita nel suo villino di Partanna Mondello;

  • i rapporti tra Cosa Nostra e gli esponenti del mondo politico si svolgevano secondo precise regole, per cui non ogni uomo d'onore aveva facoltà di prendere contatto direttamente con l'uomo politico per i favori di cui avesse bisogno, ma il contatto doveva avvenire attraverso canali precisi - di alto livello - stabiliti dalla Commissione;

  • prima dell'avvento dei "Corleonesi" e, comunque, prima degli anni `80, detti "canali" erano Gaetano BADALAMENTI, Salvatore GRECO"il senatore", Stefano BONTATE, Girolamo TERESI e Giacomo VITALE (cognato del BONTATE);

  • gli esponenti politici ai quali si faceva riferimento attraverso i detti canali erano, principalmente, gli onorevoli Salvo LIMA e Giovanni GIOIA;

  • dall'epoca in cui era divenuto parlamentare nazionale (1968) e poi europeo (1979), all'on. LIMA ci si rivolgeva per "tutte le esigenze che comportavano decisioni da adottare a Roma";

  • dopo l'eliminazione del BONTATE (23 aprile 1981) e l'avvento al potere dei "Corleonesi", il tramite utilizzato per rivolgersi all'on. LIMA era divenuto - pressocchè esclusivamente - Ignazio SALVO (ucciso in Santa Flavia il 17 settembre 1992).

__________________

Con riferimento al tema probatorio delle interferenze di Cosa Nostra in procedimenti giudiziari, ed in particolare nel maxi-processo, attraveso le dichiarazioni del MUTOLO, debitamente riscontrate, l'Accusa si propone di dimostrare che la causale dell'omicidio dell'on. Salvo LIMA è connessa alle vicende del maxi-processo.

Secondo tutti gli uomini d'onore il maxi-processo era un "processo politico", nel senso che l'andamento e l'esito sarebbero stati quelli desiderati dal "governo di Roma".

Quando - contrariamente alle aspettative dei vertici di Cosa Nostra - il processo si era concluso con la conferma delle condanne e, soprattutto, con la conferma del c.d. teorema BUSCETTA, l'on. LIMA era stato ucciso perchè considerato il maggior simbolo di quella componente politica che, dopo avere attuato per moltissimi anni un rapporto di pacifica convivenza e di scambio di favori con Cosa Nostra, che riversava su di questa i propri voti, non aveva più tutelato gli interessi dell'associazione proprio in occasione del processo più importante ed aveva mostrato, anzi, di voler proseguire in una politica contraria.

Il segnale lanciato nel 1987, quando tutti gli uomini d'onore avevano votato per il P.S.I., non era bastato e, quindi, era stata decisa una strategia di "rottura aperta".

L'omicidio era - ad un tempo - una punizione per LIMA ed un avvertimento per ANDREOTTI.

Infatti, il sen. ANDREOTTI era esattamente la persona alla quale l'on. Salvo LIMA si rivolgeva costantemente per le decisioni da adottare a Roma, che coinvolgevano interessi di Cosa Nostra.

Invero, dopo l'eliminazione di Stefano BONTATE e la presa di potere dei "Corleonesi", per tutti gli interessi di Cosa Nostra che dovevano essere tutelati con decisioni o interventi da attuare a Roma, il "circuito normale" era costituito da Ignazio SALVO, dall'on. Salvo LIMA e dal sen. Giulio ANDREOTTI.

Il rapporto privilegiato tra Cosa Nostra ed il sen. ANDREOTTI era, peraltro, antecedente alla presa di potere dei "Corleonesi", ed anche prima il tramite normale era costituito dall'on. LIMA.

Questo rapporto privilegiato si era consolidato nel tempo con l'instaurazione di un accordo di "pacifica convivenza" e di scambi di favori tra Cosa Nostra e parte del mondo politico, di cui era componente essenziale la corrente andreottiana.

Durante la prima fase del maxi-processo, già dopo l'ordinanza di rinvio a giudizio del Giudice FALCONE, alcuni fra i più autorevoli esponenti di Cosa Nostra (ad es., Mariano AGATE, Salvatore MONTALTO, Giuseppe CALO', Giuseppe BONO), alle varie rimostranze dei diversi uomini d'onore detenuti, avevano risposto lanciando un preciso messaggio di rassicurazione.

Essi dicevano che bisognava continuare ad avere fiducia nella Democrazia Cristiana, poichè alla fine tutto si sarebbe risolto, grazie all'interessamento dell'on. LIMA e del sen. ANDREOTTI, confidando, in particolare, nel giudizio della Corte di Cassazione, presieduta dal dott. Corrado CARNEVALE.

Secondo quanto assicuravano i predetti esponenti di Cosa Nostra, con il presidente CARNEVALE non ci sarebbe stato alcun problema per più motivi.

Da un lato, secondo quanto riferivano alcuni avvocati che avevano con lui un rapporto di particolare dimestichezza, il presidente CARNEVALE poteva essere "manovrato", anche se il MUTOLO non ha mai saputo, però, poichè non gli interessava, se vi fosse una "merce di scambio" rappresentata dal versamento di somme di denaro.

Per altro verso, poi, per arrivare al dott. CARNEVALE vi era appunto il canale politico, ben distinto dal primo.

Questo canale politico era rappresentato dal sen. ANDREOTTI, il quale avrebbe dovuto interessare il presidente CARNEVALE per il "buon esito" del maxi-processo.

Si diceva, infatti, che il sen. ANDREOTTI aveva uno speciale rapporto personale con il dott. CARNEVALE.

Nonostante le assicurazioni date agli uomini d'onore, un notevole malumore era stato ovviamente determinato, in successione di tempo, da varie proposte di legge, che sembravano andare contro gli interessi di Cosa Nostra, adottate da Governi dei quali faceva parte anche il sen. ANDREOTTI.

Anche in questo caso, però, gli esponenti di Cosa Nostra già indicati (MONTALTO, CALO', BONO etc.) avevano ribadito che bisognava attendere con pazienza e con fiducia.

Infatti, a loro dire, queste proposte legislative erano delle "iniziative di facciata", rese necessarie dalle pressioni delle "sinistre" e dell'opinione pubblica (su tal punto, testimonierà anche Tommaso BUSCETTA).

Dunque, l'on. LIMA era stato ucciso perchè simbolo di quella componente politica che, dopo essersi servita di Cosa Nostra, aveva tradito i suoi impegni proprio in occasione del maxi-processo.

Dopo la sentenza del maxi, come era ovvio, il clima di "tranquillità" precedente era cambiato radicalmente.

In particolare, proprio alcuni di quelli, che avevano prima predicato la pazienza ed invitato ad avere fiducia nei referenti politici dell'organizzazione, mutarono radicalmente orientamento (ad es., Salvatore MONTALTO).

La frase che si sentiva ripetere era "ora ci rumpemu i corna a tutti", ed il MUTOLO preciserà che il senso vero della frase era "rompiamo le corna ad ANDREOTTI ed a tutti gli amici suoi".

Fu per questo che venne ucciso l'on. LIMA, perchè bisognava mandare un "segnale al suo padrone".

Nell'ambito della stessa strategia, si spiega il successivo omicidio di Ignazio SALVO.

Nei riguardi del sen. ANDREOTTI, l'omicidio di LIMA costituiva, in effetti, sia una sanzione - poichè gli procurava un grave danno politico - sia un avvertimento per i suoi comportamenti futuri.

Questo fatto era assolutamente pacifico tra gli uomini d'onore, e, d'altra parte, si evinceva chiaramente dai discorsi, dai comportamenti e dalle reazioni degli importanti esponenti di Cosa Nostra già menzionati.

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