Pag. 1219 AUDIZIONE DEL COLLABORATORE DI GIUSTIZIA GASPARE MUTOLO PRESIDENZA DEL PRESIDENTE LUCIANO VIOLANTE INDICE pag. Audizione del collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo: Violante Luciano, Presidente .................... 1221, 1222 1223, 1224, 1225, 1226, 1227, 1228, 1229, 1230 1232, 1233, 1234, 1235, 1236, 1237, 1238, 1239 1240, 1241, 1242, 1243, 1244, 1245, 1246, 1247 1248, 1249, 1250, 1251, 1252, 1253, 1254, 1255 1256, 1257, 1258, 1259, 1260, 1261, 1262, 1263 1264, 1265, 1266, 1267, 1268, 1269, 1270, 1271 1272, 1273, 1274, 1275, 1276, 1277, 1278, 1279 1280, 1281, 1282, 1283, 1284, 1285, 1286, 1287 1288, 1289, 1290, 1291, 1292, 1293, 1294, 1295 1296, 1297, 1298, 1299, 1300, 1301, 1302, 1303 1304, 1305, 1306, 1307, 1308, 1309, 1310, 1311 1312, 1313, 1314, 1315, 1316, 1317, 1318, 1319 1320, 1321, 1322, 1323, 1324, 1325, 1326 Acciaro Giovanni Carlo ................................ 1316 Bargone Antonio ................................. 1316, 1325 Biondi Alfredo .......... 1250, 1292, 1297, 1303, 1311, 1315 1325 Borghezio Mario ................................. 1315, 1316 Pag. 1220 Boso Erminio Enzo ..................................... 1315 Brutti Massimo .................................. 1315, 1316 Buttitta Antonino ..................................... 1317 Folena Pietro ................................... 1316, 1317 Galasso Alfredo ....................................... 1316 Imposimato Ferdinando ................................. 1325 Matteoli Altero ......... 1226, 1242, 1303, 1314, 1315, 1326 Mutolo Gaspare .......... 1221, 1222, 1223, 1224, 1225, 1226 1227, 1228, 1229, 1230, 1232, 1233, 1234, 1235 1236, 1237, 1238, 1239, 1240, 1241, 1242, 1243 1244, 1245, 1246, 1247, 1248, 1249, 1250, 1251 1252, 1253, 1254, 1255, 1256, 1257, 1258, 1259 1260, 1261, 1262, 1263, 1264, 1265, 1266, 1267 1268, 1269, 1270, 1271, 1272, 1273, 1274, 1275 1276, 1277, 1278, 1279, 1280, 1281, 1282, 1283 1284, 1285, 1286, 1287, 1288, 1289, 1290, 1291 1292, 1293, 1294, 1295, 1296, 1297, 1298, 1299 1300, 1301, 1302, 1303, 1304, 1305, 1306, 1307 1308, 1309, 1310, 1311, 1312, 1313, 1314, 1315 1317, 1318, 1319, 1320, 1321, 1322, 1323, 1324 Riggio Vito ........................................... 1316 Tripodi Girolamo ...................................... 1316 Pag. 1221 La seduta comincia alle 9,40. (La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente). Audizione del collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo. PRESIDENTE. Prima di far entrare l'audito, ricordo alla Commissione che già in un'altra occasione la magistratura che seguiva due vicende (tra cui quella relativa al questore Contrada), per motivi di correttezza, ci chiese di non affrontare fatti specifici. La magistratura che segue il collaboratore che ascolteremo ci ha chiesto, se possibile, di non affrontare oggi le note vicende dell'assassinio Reina, ex segretario provinciale della democrazia cristiana, e dell'assassinio del presidente Mattarella. Informo la Commissione che ho accettato queste condizioni perché mi è sembrato corretto, su un piano di collaborazione. Se su qualche punto mi capiterà di dover interrompere il collaboratore, sarà perchè si rischia di andare su un terreno sul quale non è opportuno soffermarci. (Il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo viene introdotto nell'aula). PRESIDENTE. Signor Mutolo, lei è di fronte alla Commissione parlamentare antimafia che ha già ascoltato altri collaboratori di giustizia prima di lei. Il nostro lavoro è diverso da quello svolto dai giudici: mentre questi hanno bisogno di sapere fatti specifici, chi ha commesso questo reato, chi quest'altro, a noi interessano questioni di carattere più generale in quanto il nostro compito è quello di conoscere l'evoluzione di Cosa nostra ed i suoi meccanismi di arricchimento e di sviluppo per capire come meglio possiamo contrastarla. Per cominciare vuol dirci come si chiama e dov'è nato? GASPARE MUTOLO. Mi chiamo Mutolo Gaspare e sono nato a Palermo il 5 febbraio 1940. PRESIDENTE. Intende fare una dichiarazione preliminare? GASPARE MUTOLO. Ho sentito parlare della Commissione antimafia che rappresenta il Governo italiano. L'unica cosa che posso dire è che dal momento in cui ho iniziato a collaborare l'ho fatto in modo ampio; sono stato il primo a correre il rischio di denunciare gli omicidi che io stesso ho commesso. PRESIDENTE. Infatti lei è stato uno dei pochi a farlo. GASPARE MUTOLO. Non ne conoscevo le conseguenze, però ho avuto fiducia. Dal momento in cui ho deciso di collaborare il mio scopo principale è stato quello di sconfiggere la mafia; altre cose nascono di conseguenza. L'unica raccomandazione, che facciamo io ed altri collaboratori che hanno seguito il mio esempio, è quella di rispettare le famiglie e di consentire ai figli di costruirsi un avvenire. PRESIDENTE. Confermo che lei è stato uno dei pochi collaboratori che hanno denunciato i propri omicidi. Quando è entrato a far parte di Cosa nostra? Pag. 1222 GASPARE MUTOLO. Sono entrato a far parte di Cosa nostra nel 1973. PRESIDENTE. Come? GASPARE MUTOLO. Quando mi hanno affiliato mi trovavo a Napoli, nella casa di un certo Lorenzo Nuvoletta. Sono stato aggregato al gruppo di Saro Riccobono (le famiglie ancora non esistevano); però già prima di allora conoscevo alcuni personaggi, per cui non sono entrato in un mondo nuovo, anche se ne ignoravo le regole ed i comportamenti, però in qualche modo avevo una certa conoscenza... PRESIDENTE. Come mai aveva questa conoscenza? GASPARE MUTOLO. Per chi abita e vive a Palermo la realtà è quella che è. Inoltre, avevo degli zii uomini d'onore: posso nominare un certo Ingrassia Giuseppe. PRESIDENTE. Un suo zio? GASPARE MUTOLO. Sì, fratello di mia madre. Vi era poi un certo Augello Giuseppe di Pallavicino, suocero di una mia sorella e Siragusa Giuseppe, marito della sorella di mia madre. PRESIDENTE. Quindi, aveva intorno un certo ambiente. GASPARE MUTOLO. Avevo delle conoscenze ed ero affascinato da personaggi caratterizzati, secondo la mia fantasia, da saggezza, ai quali le persone si rivolgevano per chiedere raccomandazioni. PRESIDENTE. L'affascinavano il potere di queste persone o la considerazione di cui godevano nell'ambiente? GASPARE MUTOLO. Più che altro la considerazione. Le faccio un piccolo esempio: se un giovane litigava con la fidanzata, lui o sua madre non andavano a parlare del problema con il maresciallo, ma si rivolgevano alla persona di quella borgata che poteva essere il mafioso. Secondo la cultura che c'era a Palermo... Certo, se uno guarda oggi alla mafia, dopo quello che ha fatto, la vede in maniera diversa, ma la mafia, fino agli anni Settanta, per come la ricordo e per come era la mia fantasia, era tutta diversa: i mafiosi erano le persone che comandavano, i saggi. Non si pensava mai alla violenza... PRESIDENTE. Che però c'era? GASPARE MUTOLO. Sì, ma in maniera limitata, non come ora. Si sentiva dire dell'uccisione di qualcuno, ma ci si immaginava sempre che quello che moriva era il cattivo, e non che poteva essere il buono. Per esempio, se una persona cercava un posto di lavoro, non andava all'ufficio di collocamento ma si dava da fare tramite il mafioso, che se era il caso parlava con quello dell'ufficio di collocamento. Anch'io ho un'esperienza personale: mi interessavo tramite le fabbriche, o i negozi, per far lavorare qualche persona. PRESIDENTE. Perché dice di avere un'esperienza diretta in questo campo? GASPARE MUTOLO. Per quanto capisco, oggi, la mentalità del cittadino palermitano che vive in quella realtà è diversa rispetto a come si concepiva la mafia venti anni fa. Oggi molti ragazzi entrano a far parte della mafia per bisogno, non perché sono portati ad essere mafiosi o delinquenti. Nella mafia vedono l'arricchimento, la realizzazione, un mondo che offre tutto quello che la vita richiede per un giovane. Non è che uno nasce e dice: "Ora faccio il mafioso"; pian piano, vivendo in quella realtà, con i problemi che ci sono, come ci sono sempre stati a Palermo... Comunque, il discorso della mafia era principalmente culturale. Ricordo, per esempio, che nei lunghi periodi in cui sono stato in galera ho letto I beati paoli, un libro in cui emerge che la realtà mafiosa è tutta diversa, perché il mafioso è la persona buona che aiuta. Pag. 1223 PRESIDENTE. Lei ha detto di avere una esperienza nella ricerca di posti di lavoro: può spiegare meglio? GASPARE MUTOLO. Nella mia borgata ci sono delle fabbriche e io mi sono trovato più di una volta a parlare con i loro proprietari. PRESIDENTE. Qual era la sua borgata? GASPARE MUTOLO. Quella di Pallavicino, Mondello e Partanna. A Palermo, quasi tutte le fabbriche pagano, diciamo, il pizzo o la tangente. E' assurdo che qualche industriale o commerciante dica: "Io non pago"; se lo dice, è perché ha paura, e giustamente deve essere capito, perché vive in quel luogo. So per esperienza quello che succedeva quando un commerciante o un industriale non voleva pagare: gli si faceva saltare lo stabilimento, a volte gli si davano "colpi di legno", bastonate, e si costringeva a pagare. Quando poi l'industriale prende contatti e paga, ha a volte anche dei vantaggi perché, primo, nasce un rapporto di amicizia fra quello che va a prendere la mesata e l'industriale, che ha modo di vedere che il mafioso locale è una persona normale, che si comporta in quel modo per i soldi e poi perché è garantito che, se succede qualche furto, quelli dell'ambiente mafioso si interessano per fargli recuperare quello che gli hanno rubato, oppure se qualcuno gli fa una truffa c'è tutto un giro che costringe a far pagare. Poi, si offrono anche delle società: se per esempio lei ha un'industria che fa posacenere e ne vende, per esempio, mille, e io le propongo di fare una società che può vendere diecimila posacenere. Quindi, lei si fa il conto e vede che la cosa le interessa; poi è compito mio, attraverso le borgate di Palermo, imporre agli esercizi di vendere quel tipo di posacenere. Quindi, non è che perde soltanto; a volte, c'è un discorso di convenienza. Nascendo questo rapporto, logicamente, quando viene da me una signora o un uomo che mi dice: "Senti, mio figlio si deve sposare e deve lavorare", io mi interesso tra queste fabbriche e lo faccio lavorare. Non c'è problema: si parla con il proprietario e gli si dice: "Fai lavorare uno, due, tre, o quelli che sono". Magari il proprietario della fabbrica avrà bisogno di quindici giorni, o un mese, per licenziare qualcun'altro, o per creare il posto, ma il modo si trova sempre. PRESIDENTE. Tutto questo l'ha interessato ed affascinato: per questo motivo è entrato in Cosa nostra? GASPARE MUTOLO. No: sono esperienze che ho avuto dopo. Prima mi affascinava vedere le persone della borgata che comandavano. PRESIDENTE. Lei aveva un lavoro prima di entrare in Cosa nostra? GASPARE MUTOLO. Fino a un certo periodo ho lavorato come meccanico, ma dopo i diciotto-venti anni non ho più lavorato, perché sono stato in galera. PRESIDENTE. Per piccoli reati? GASPARE MUTOLO. Sì, per reati contro il patrimonio; pian piano, è una scala che si percorre... PRESIDENTE. Quando è uscito da Cosa nostra? GASPARE MUTOLO. Sono uscito il 1^ luglio dell'anno scorso. PRESIDENTE. Il 1992? GASPARE MUTOLO. 1992. Avevo fatto questa maturazione principalmente perché tutti i miei amici sono stati uccisi. Nel tempo sono stati uccisi tanti amici miei nel 1982 tutti assieme, senza nessun motivo specifico. Mi trovavo in carcere, ero a Montelupo; mi hanno portato la notizia. Mio fratello è venuto per dirmi: "Sai, mi ha Pag. 1224 chiamato il Tizio e il Caio, mi ha detto che i tizi non ci sono più, comunque per te non cambia niente". Però nel giro di tre-quattro anni, prima del maxiprocesso, gli ultimi sono scomparsi o uccisi verso il 1987. Quindi, ho capito che in quella famiglia erano destinati a scomparire tutti; infatti di quella famiglia - eravamo tanti - siamo rimasti io, perché ero in galera, un certo Porcelli ed un certo Davì Salvatore. Tutti gli altri sono morti o scomparsi. C'è stata una degenerazione. Non davo una motivazione, perché purtroppo non ero stato abituato a stare in ufficio, a lavorare. Quando sono entrato a far parte di Cosa nostra e mi sono trovato ad uccidere persone, pacificamente pensavo che c'era un motivo per uccidere una persona. Dopo, con l'andare del tempo, ho capito che in qualche cosa si esagerava, ma comunque per me era una cosa normale accettarla. Mi sentivo di avere la coscienza a posto, perché magari pensavo: "Mi viene ordinato di uccidere uno ed io lo debbo fare, perché non posso rifiutare". Il mutamento, il ripensamento, è dovuto prima di tutto a queste persone morte senza motivo, alle quali ero molto affezionato; uno si affeziona anche agli animali, quindi a maggior ragione agli amici. Ma la cosa più terribile per me è stato quando si sono messi ad uccidere le donne e qualche bambino. E' una cosa che... PRESIDENTE. A chi si riferisce in particolare, a quali donne? GASPARE MUTOLO. Per esempio, la moglie di Giovanni Bontate, altre donne che magari sul momento non ricordo... la moglie, la zia e la sorella di Mannoia. Ci sono state altre donne nella provincia di Palermo che sono state uccise deliberatamente, non perché succedeva per caso. Ricordo negli anni passati se, per esempio, c'era l'ordine di uccidere una persona, quelle persone che andavano ad uccidere, se per caso era in compagnia della moglie o delle figlia, guardavano, tornavano e rinviavano l'esecuzione. Invece, dopo questa regola è finita... PRESIDENTE. Man mano che venivano avanti i corleonesi? GASPARE MUTOLO. Sissignore. Parlo dei fatti più recenti. Un po' tutta la mentalità è cambiata ed io non mi ci vedevo più. Umanamente ormai non vedevo più Cosa nostra con quell'ideale per cui ero entrato. Ripeto: quando sono entrato per me era una nuova vita, con delle nuove regole. Per me esisteva soltanto Cosa nostra. C'erano regole comportamentali ben precise; almeno da quello che si diceva erano cose molto belle perché c'era il rispettarsi l'un con l'altro, il mettersi a disposizione per qualsiasi cosa se un altro aveva bisogno, il rispettare le donne degli altri come sorelle. Era un mondo nuovo che almeno a me affascinava molto. Certo, la realtà anche in quel periodo non era questa. Però ricordo per esempio - per capire un po' la mentalità - il sequestro di una certa Mandalà; allora comandava il Gaetano Badalamenti. Questa signora Mandalà è stata liberata a Mondello. Sono stati uccisi tutti i componenti del gruppo che aveva partecipato a questo sequestro. Quella che guardava questa donna, la signora Mandalà, era la moglie di un certo Vittorio Manno, il quale aveva una specie di casotto dove vendeva copertoni, cerchi. Si uccise lui però per la moglie il Badalamenti disse: "Non ve lo do l'ordine di uccidere una donna, però se qualcuno se la sente lo può fare; io non mi sento". Questo perché c'era un ordine ben preciso che in Sicilia non si dovevano fare... PRESIDENTE. Mi scusi, signor Mutolo in che anni siamo quando avviene il sequestro Mandalà? GASPARE MUTOLO. Verso il 1977-1978. PRESIDENTE. Badalamenti disse: "Io l'ordine non ve lo do". Pag. 1225 GASPARE MUTOLO. E questa donna è rimasta viva. Nessuno degli affiliati ha ucciso questa donna. Ora invece la cosa è diversa. PRESIDENTE. Quindi, praticamente si è visto via via isolato, perché tutti i suoi amici erano morti, ha visto che cambiavano le regole e la natura stessa di Cosa nostra. Questo mi pare sia stato il suo ragionamento. Vi è stato qualche fatto specifico che l'ha spinta in modo decisivo? GASPARE MUTOLO. Il fatto specifico è questo. Ripeto: non è che avevo paura di litigare o di fare... fino a che mi hanno arrestato e dopo che mi hanno arrestato ho fatto trovare due mitra alla polizia di Firenze; avevo fucili a pompa, mi sapevo guardare, perché ero vissuto in quella realtà. Però entrando in galera, mi sono sentito amareggiato e ho pensato: "Ora debbo stare in galera, esco, ma per che cosa? I miei figli, se esco e mi uccidono o mi uccidono qua, crescendo questi bambini che cosa faranno?". Allora ho detto: "Ora cerco con tutte le mie forze di distruggere questi animali". Quindi, ho preso quella decisione, di combattere la mafia. Infatti, ho mandato a chiamare il dottor Giovanni Falcone; non è che mi sono rivolto alla procura di Palermo per parlare con un giudice qualsiasi. Mi ricordo che il dottor Falcone è venuto con un'altra persona - che non mi ricordo chi fosse, nemmeno lo so - gli ho detto che volevo parlare perché avevo deciso di... PRESIDENTE. Più o meno in che epoca siamo? GASPARE MUTOLO. Nella fine del 1991, nel dicembre del 1991. Il dottor Falcone mi disse che potevo parlare di fronte a quella persona, immaginando che gli dovessi chiedere qualcosa. Al dottor Falcone dissi di essere deciso e di sapere delle cose... PRESIDENTE. Dove era detenuto allora? GASPARE MUTOLO. A Spoleto. Gli dissi: so che, malgrado ciò, ci sono stati pentiti che hanno parlato, ma io le dirò cose che lei non sa e che riguardano la zona della Piana di Colli, anche perché sono deciso a distruggerli completamente. Il dottor Falcone era un po' dispiaciuto; mi spiegò di non poterlo fare perché era in un altro ufficio e mi disse che mi avrebbe fatto parlare con altri giudici. Io gli dissi di non voler parlare con nessuno e, dopo, il dottor Falcone mi parlò del dottor Di Gennaro, che avevo già sentito nominare in Cosa nostra. Il dottor Falcone mi chiese di pensarci; disse che c'era il dottor Di Gennaro e che, nel caso, mi avrebbe affidato a lui. Io mi sono convinto a parlare con il dottor Di Gennaro e, in caso, di stabilire dopo con quale giudice parlare sotto le direttive del giudice Falcone. Poi il dottor Falcone è morto ed ho parlato con il dottor Vigna e dopo con il dottor Borsellino. PRESIDENTE. Lei voleva parlare subito con il dottor Borsellino? Chiese al dottor Vigna di parlare con il giudice Borsellino? GASPARE MUTOLO. Guardi, io ero titubante perché conoscevo e conosco molto bene la realtà palermitana e avevo anche esperienze negative di alcune persone che hanno collaborato, ma che non sono state credute; quanto meno, si riusciva a insabbiare... La mia titubanza era quella di affidarmi ad un giudice che avesse il coraggio di affrontare la realtà. Siccome sapevo che la realtà principalmente era anche quella dei tribunali... PRESIDENTE. Certo. GASPARE MUTOLO... era assurdo che mi potessi mettere contro la mafia, quando almeno non dessi il segnale e di mettere paura a qualcuno del tribunale. Questa per me era una cosa logica. Questa era la mia titubanza. Quindi, dopo, ho chiesto di parlare con il giudice Borsellino. Pag. 1226 PRESIDENTE. Come mai scelse il giudice Borsellino? GASPARE MUTOLO. Perché io già del giudice Borsellino...siccome già nel 1980 si era ventilato che si dovesse uccidere perché era inavvicinabile...insomma cercavo un giudice... PRESIDENTE. Questo si diceva nel 1980? GASPARE MUTOLO. Sì, nel 1980. Quando c'era il processo Basile ed un certo Madonia era stato più volte inquisito come mandante di alcuni processi, si era ventilato che questo Borsellino fosse inavvicinabile. Sapevo inoltre che il giudice Borsellino, facendo parte del pool con il giudice Falcone, era persona competente che poteva comprendere perché io non conosco bene l'italiano e faccio fatica a farmi... PRESIDENTE. Comprendere. GASPARE MUTOLO. A farmi comprendere. Se un giudice, magari, non è pratico della materia... PRESIDENTE. E' ancora peggio. GASPARE MUTOLO. Insomma... Dopo però ho parlato con il giudice Borsellino, ma disgraziatamente... PRESIDENTE. Lei ha parlato subito con il giudice Borsellino o è passato un po' di tempo? GASPARE MUTOLO. Ho parlato con il giudice Borsellino dopo qualche mese. A maggio, se non sbaglio, o il 1^ luglio... o maggio, o luglio... PRESIDENTE. Giugno? GASPARE MUTOLO. Il 1^ luglio mi sono dissociato con il giudice Vigna, dicendo che volevo parlare anche con qualche giudice di Palermo. PRESIDENTE. Ho capito. Quindi poi fu messo in contatto con... GASPARE MUTOLO. Dopo ho parlato con il giudice Borsellino; abbiamo parlato, mi sembra, due o tre volte; il venerdì l'ho visto... PRESIDENTE. Parlò immediatamente con il giudice Borsellino o prima venne a parlarle qualche altro giudice di Palermo? GASPARE MUTOLO. No, venne il giudice Borsellino. ALTERO MATTEOLI. Allora non ha parlato con Di Gennaro? PRESIDENTE. Onorevole Matteoli, rimandiamo a dopo le domande. GASPARE MUTOLO. Ma Di Gennaro chi è, il giudice? PRESIDENTE. Lasci stare, risponda alle mie domande. Passiamo ad un'altra questione. Può spiegare alla Commissione la struttura interna di Cosa nostra? Prima che lei risponda a questa domanda, l'onorevole Matteoli le chiedeva se per caso sia stato interrogato dal questore Di Gennaro. GASPARE MUTOLO. No. Quando ho parlato con il giudice Vigna, logicamente gli ho detto che mi affidavo alla direzione del dottor Di Gennaro perché, pur non conoscendolo fisicamente, sapevo già chi era il dottor Di Gennaro perché all'interno di Cosa nostra si parla di quei personaggi che possono essere un pericolo per la struttura dell'organizzazione. Logicamente non cerco una persona qualsiasi, ma chi è già contro la mafia perché mi sento più sicuro. PRESIDENTE. Certo. GASPARE MUTOLO. Ho fatto quindi richiesta esplicita al dottor Vigna di Pag. 1227 essere affidato alla custodia del dottor Di Gennaro. Infatti i collaboratori più importanti cercano il dottor Di Gennaro, non un altro questore. Non è che io conosca altri questori, ma anche in seno a Cosa nostra, per una sicurezza, per una... Si cerca, cioè, quella struttura in cui si è sicuri che non vi possano essere infiltrazioni di altri personaggi che magari possano far sapere in anticipo alla mafia qualcosa. PRESIDENTE. Quindi, lei, alla fine del 1991 si decide, chiama il dottor Falcone e gli comunica la sua intenzione di collaborare. GASPARE MUTOLO. Sì. PRESIDENTE. Il primo interrogatorio vero e proprio lo ha a luglio, oppure prima? GASPARE MUTOLO. Il primo interrogatorio... ci sono i verbali scritti... insomma, è venuto il giudice Vigna. PRESIDENTE. Ho capito. GASPARE MUTOLO. Io ero in ospedale... PRESIDENTE. A Pisa? GASPARE MUTOLO. No, a Firenze. Mi hanno portato a Firenze, mi hanno fatto uscire con una scusa - mi hanno anche sottoposto alla TAC, alla risonanza magnetica - e in ospedale mi ha interrogato il dottor Vigna con la dottoressa Silvia Della Monica. Tempo dopo sono venuto a Roma ed ho parlato con il dottor Borsellino. PRESIDENTE. Che lei ricordi, il primo interrogatorio con il giudice Borsellino è avvenuto a luglio? Se non lo ricorda, dopo verifichiamo le date. GASPARE MUTOLO. Non mi ricordo. PRESIDENTE. Dopo controlliamo le date. GASPARE MUTOLO. Però era senz'altro estate e dopo che ho parlato con il giudice Vigna. PRESIDENTE. Da quando lei aveva parlato con il dottor Falcone a quando aveva cominciato a parlare con il giudice Borsellino erano passati cinque o sei mesi. Non si è chiesto come mai passasse tanto tempo? Un collaboratore chiede di parlare... GASPARE MUTOLO. Guardi, non me lo chiedevo anche perché con il dottor Falcone non è che... La cosa è rimasta in piedi perché io avevo il desiderio di parlare con lui, il dottor Falcone mi spiegò per più di un'ora che c'era un'altra persona che aveva i baffetti biondi - non so se fosse giudice, ma è stato scritto là - e mi disse che non poteva essere perchè lui era in un altro ufficio... PRESIDENTE. Non poteva. GASPARE MUTOLO. Io gli dissi però che, a quel punto, non intendevo più collaborare... PRESIDENTE. Ho capito. GASPARE MUTOLO. Non mi interessava, non mi sentivo sicuro, insomma, nell'affidarmi ad un altro giudice. PRESIDENTE. E' chiaro. Passiamo ora ad un secondo capitolo e più precisamente a quello riguardante la struttura di Cosa nostra, ossia a come è organizzata ed a come funziona. In vari interrogatori ha in parte risposto a questa domanda, gradiremmo però che lei esponesse nuovamente il suo pensiero in questa sede. GASPARE MUTOLO. In ogni borgata vi è una famiglia e le borgate sono quelle indicate nella cartina toponomastica del comune. Nella famiglia c'è il gruppo. Pag. 1228 Quando una famiglia viene sciolta, e gli uomini d'onore non si devono sentire più tali, ma non devono parlare con nessuno, la commissione o quelli che comandano incaricano una persona di formare un gruppo. E' quindi compito della persona che forma il gruppo allargarlo e farlo diventare una famiglia. Può accadere anche che allo scioglimento della famiglia gli uomini d'onore rimangano tali e venga messa una reggenza. La commissione o gli organi che comandano possono anche mettere un supervisore, ossia un'altra persona, di fiducia della commissione o di un gruppo di commissioni, a controllare la reggenza. Nella famiglia vi è un rappresentante che viene chiamato capo, o rappresentante, il quale viene eletto dagli affiliati, mentre il sottocapo è nominato direttamente dal capo. Dagli affiliati viene eletto il consigliere e dal capo decina. Poi vi è un organo superiore, ossia il capo mandamento, che di solito (ma non è una regola fissa) è eletto da tre famiglie. Questo gruppo di famiglie ogni tre, quattro anni elegge appunto un capo mandamento. L'insieme dei capi mandamento formano i coordinatori i quali non rivestono una carica specifica, bensì hanno il potere di riunire la commissione. Se io, capo mandamento, devo riunire la commissione, non posso andare da un altro capo mandamento, devo andare dalla persona indicata. Per un certo periodo di tempo sono stati coordinatori Gaetano Badalamenti, Michele Greco, sotto il quale vi era Totò Riina che era pilotato..., e prima ancora il famoso triunvirato composto da Badalamenti, Bontate e Liggio, che dopo subentrò Salvatore Riina. PRESIDENTE. I capi mandamento fanno parte della commissione provinciale? GASPARE MUTOLO. Certo, quando si riunisce la commissione sono i capi mandamento che ... PRESIDENTE. Ora da chi è composta la commissione? GASPARE MUTOLO. Da Pippo Bono, da Antonino Gerace, da Bernardo Brusca, da Pippo Calò, da Procopio Di Maggio, da Salvatore Buscemi, da Giuseppe Gambino, da Francesco Madonia, per quanto concerne Palermo. Ovviamente queste persone hanno dei sostituti. Per esempio il sostituto di Gambino è Troia, quello di Di Maggio è Vito Palazzolo, quello di Calò è Salvatore Cangemi. PRESIDENTE. Provenzano non fa parte della commissione? GASPARE MUTOLO. Si parla poco di Provenzano perché la sua figura viene, per così dire, soffocata da quella di Riina. Provenzano fa parte della commissione, però nessuno lo nomina, è una figura che passa quasi inosservata in quanto personaggio di spicco per trent'anni nella mafia è stato Salvatore Riina. Quando si parla di Corleone, si parla solo di Salvatore Riina. PRESIDENTE. Quindi Provenzano non riesce a pesare? GASPARE MUTOLO. Vi fu un periodo in cui ha contato. Ricordo che nel 1973, quando esisteva il famoso triunvirato composto da Badalamenti, Bontate e Liggio, proprio il Liggio nominò suo sostituto Salvatore Riina. Siccome Riina ha sempre avuto in mente di trasformare Cosa nostra, di fare delle innovazioni, ha in pratica avuto sempre la mania di fare una Cosa sua e non una Cosa nostra, ad un certo punto Liggio lo guardò con sospetto ed avvisò i vari capigruppo e capifamiglia di non rivolgersi più a Salvatore Riina, ma a Provenzano. Questo è avvenuto per poco tempo perché subito dopo il Liggio fu arrestato e si vide subito la figura di Salavatore Riina offuscare quella di Provenzano, che sappiamo essere stata pure una figura importante. Egli non aveva certo la forza e l'intelletto di Salvatore Riina. Provenzano non si assumeva le responsabilità che si è poi assunto Salvatore Riina: era più cauto, ponderava meglio le cose, mentre Salvatore Riina se doveva assumersi una responsabilità se l'assumeva. Pag. 1229 PRESIDENTE. Al maxiprocesso Liggio disse che non conosceva Provenzano e che Riina era una bravo ragazzo e che lo teneva nel suo cuore. Cosa voleva dire con ciò? GASPARE MUTOLO. Conosco molto bene Liggio, così come conosco bene Salvatore Riina. Liggio sa che Salvatore Riina con Liggio che l'ha avuta e ce l'ha ancora, anche perché quando Liggio disse a tutti i capifamiglia di non rivolgersi più a Riina, bensì a Provenzano, addusse come giustificazione il fatto che Salvatore Riina beveva e quindi parlava troppo. Siccome Salvatore Riina ha sempre avuto delle persone fidate nelle varie famiglie, questo discorso gli fu riferito. Liggio era una persona sanguinaria, metteva paura solo a parlarci, mentre Riina no. Liggio con il tempo capì che quel ragazzino che conosceva da anni era molto più intelligente di quanto pensasse. Se Luciano Liggio non è uscito dal carcere è perché Salvatore Riina non ha voluto. Ricordo che, subito dopo il 1974, quando Luciano Liggio era stato arrestato e si trovava a Lodi, in corso dei Mille, a casa di Pietro Vernengo, questi, io, Stefano Giaconia e un certo Mafara abbiamo detto a Salvatore Riina che potevamo fare un squadretta e andare a prendere Luciano, ma Riina ha detto: "Fatevi i fatti vostri; questi sono fatti che riguardano me; se occorre ci penso io e vi disturbo io". Luciano Liggio da quel momento non è più uscito. PRESIDENTE. Cosa vuol dire che Riina non ha voluto che Liggio uscisse dal carcere? Si riferisce solo a questo episodio o anche a fatti successivi? GASPARE MUTOLO. Questo è stato un episodio di forza. Comunque, chi conosce bene la mafia, sa che essa arriva in tutti i posti: i presupposti per la liberazione di Luciano Liggio vi sono stati ma egli non è uscito. Quindi non ha avuto quella spinta. D'altronde io sono stato in cella fino 1988 e so quale considerazione poteva avere Luciano Liggio... PRESIDENTE. Qual era? GASPARE MUTOLO. Si illudeva di essere nel cuore di Salvatore Riina ma a volte si lamentava per il fatto che qualcosa non andava anche all'interno della famiglia. Bagarella, ad esempio, non gli dava confidenza (lui si sfogava con Pino Leggio) anche per questioni banali come quella relativa a dei suoi nipoti che avevano del terreno e dovevano acquistare una mietitrice; Pino Leggio, per sorvolare, gli disse che gliela avrebbe regalata lui. Sono cose dalle quali si capisce... se vi è bisogno di qualcosa, subito qualcuno si mette a disposizione: questo tipo di interessamento non vi era nei confronti di Luciano Liggio e lui lo capiva; però faceva buon viso a cattivo gioco. PRESIDENTE. Il fatto che la moglie e i figli di Provenzano siano tornati a casa ha qualche significato? GASPARE MUTOLO. Noi latitanti siamo abituati a stare sempre con le mogli e i bambini, anche perché non siamo molto disturbati. PRESIDENTE. Questo lo abbiamo capito. GASPARE MUTOLO. Sono stato latitante molti anni ed ho vissuto sempre con mia moglie e i bambini. Certo il ritorno della moglie e dei figli di Provenzano è sembrato un po' strano anche a noi. PRESIDENTE. Sulla base delle regole e dei comportamenti di Cosa nostra può tentare di dare una spiegazione? GASPARE MUTOLO. O Provenzano è espatriato e si trova all'estero in un paese dove vuole aggiustarsi il terreno prima di trasferirvi la famiglia, oppure è così tranquillo dove ha mandato i figli che tenerli in un posto o nell'altro non fa differenza. Pag. 1230 In un primo momento si poteva pensare che egli fosse stato ucciso, però si sarebbe saputo in modo dirompente dentro Cosa nostra. PRESIDENTE. Si sarebbe capito? GASPARE MUTOLO. Sì. PRESIDENTE. Da che cosa? GASPARE MUTOLO. Cosa nostra si tiene sempre aggiornata. Sembra che si parli in segreto o in privato ma non è così perché, ad esempio, io dico una cosa ad un mio amico raccomandandolo di non dire niente a nessuno e lui fa lo stesso con un suo amico. Una volta, insieme a noi in galera vi era un prete. PRESIDENTE. Coppola? GASPARE MUTOLO. Un prete che aveva la foto di una donna in costume. Tutti l'avevano vista, ma lui era convinto di non averlo detto a nessuno. Ad ognuno diceva: "Mi raccomando...". PRESIDENTE. Quando ha fatto riferimento a chi compone adesso la commissione provinciale non ha parlato di Aglieri. Ne fa parte o no? GASPARE MUTOLO. Ne ho sentito parlare, ma non ho avuto modo di conoscerlo direttamente. Non posso essere preciso ma so che in quel mandamento vi sono stati degli aggiustamenti. Ho sentito dire che Pietro Aglieri è un ragazzo valoroso, molto amico di Salvatore Riina, però non ne ho parlato perché personalmente non mi consta. Ho nominato soltanto le persone che conosco direttamente: so, ad esempio, che i Graviano sono in una posizione avvantaggiata ma non li nomino perché non li conosco direttamente. PRESIDENTE. Può spiegare alla Commissione quale sia il carattere di Riina? Perché è diventato il capo e lo è rimasto per tanto tempo? Come ha fatto a restare latitante per più di 20 anni? GASPARE MUTOLO. Riina è una persona molto docile e apparentemente umile; non l'ho mai visto arrabbiato: qualche volta l'ho visto con un colorito un po' più acceso ma mai sgarbato o aggressivo. Nel 1973, siamo passati da una persona prepotente ed aggressiva come Liggio a Salvatore Riina che molto spesso diceva: "Ho fiducia nei giovani; bisogna fare largo ai giovani". Con uno stratagemma, fin da allora, aveva fatto in modo che tutti i gruppi e le famiglie gli mettessero a disposizione una o due persone con la scusa che era latitante per cui, quando si recava in una borgata, era necessario evitare le formalità. In qualsiasi momento ed in qualsiasi borgata trovava chi lo accompagnava, chi lo faceva entrare, chi lo faceva dormire. Lo scopo di Salvatore Riina però era un altro perché lui aveva già delle persone fidatissime. Ricordo che allora io e un certo Micalizzi Salvatore eravamo a sua disposizione; vi erano poi Pietro Vernengo della famiglia di Stefano Bontate, Franco Mafra della famiglia di Di Maio, i figli di Francesco Madonia, Nino e Giuseppe anche se giovani, della famiglia di Resuttana, Gambino Giacomo "u tignuso" che è stato sempre molto legato a Salvatore Riina, un certo Franco Di Carlo che ora si trova a Londra, Stefano Giaconia. Con un atteggiamento docile era riuscito a creare attorno a sé un gruppo. Io, purtroppo, sono uscito subito da questa cerchia (si facevano cose apparentemente lecite: fra noi vi era confidenza, si mangiava e si faceva qualche tavolata) perché un giorno, nel garage di Filippo Marchese, che insieme a Pietro era a disposizione di Salvatore Riina, c'erano Greco Scarpa e altri ragazzi. C'erano, insomma, un sacco di ragazzi. Nella bottega di Filippo Marchese, il Salvatore Riina mi disse espressamente: "Senti, se facciamo qualcosa, non c'è bisogno di dirlo per forza al rappresentante". Io ho capito che era qualcosa che dovevo nascondere Pag. 1231 a Saro Riccobono, che oltre ad essere il mio rappresentante era anche mio amico, perché lo conoscevo praticamente da sempre. Risposi: "Fino a che le cose si possono fare, si fanno, ma prima di tutto mi hanno insegnato che il nostro rappresentante è come un padre, e quindi non so se è il caso di nascondergli qualche cosa". Quindi sia io, sia Totuccio Micalizzi siamo usciti un po' da questa cerchia. Lui portò avanti... C'erano Della Noce, un certo Anselmo Rosario, il Ganci Raffaele che erano a disposizione di Riina: sono tutte quelle persone che, con l'andare del tempo, ora comandano a Palermo. Quando si parla di guerra di mafia, io non concepisco bene queste parole; guerra di mafia c'è quando due o più famiglie mafiose si armano e sanno che uno combatte contro un altro gruppo di persone. A Palermo, invece, secondo me, secondo la mia mentalità, questa guerra di mafia non c'è stata; c'è stato un tradimento. Noi di Partanna Mondello non eravamo in guerra con nessuno; la famiglia di Passo di Rigano non era in guerra con nessuno; la famiglia di Borgo non era in guerra con nessuno. Fu una strategia che Salvatore Riina riuscì a portare, nel giro di dieci - dodici anni; negli ultimi tempi in cui sono stato a Palermo, fino al 1982 (poi mi hanno arrestato), le persone avevano paura di parlare, anche fra amici, perché si guardavano fra loro e pensavano: "Quello non c'è, ma sente tutto". C'era, quindi, una diffidenza fra i vari gruppi e c'erano le infiltrazioni: piano piano, c'è stata la conseguenza dei tradimenti e così via. L'unica famiglia in cui non c'erano infiltrazioni - e lo posso dire in maniera tranquilla - era quella di Partanna Mondello e l'hanno distrutta tutta, non perché erano in guerra con qualche gruppo di persone, non erano in guerra con nessuno. Era una strategia, una mentalità che alcune persone avevano già capito nel lontano 1975 - 1976, perché Salvatore Riina, prima di conquistare Palermo, aveva conquistato tutto il circondario della città e stava già entrando nelle altre province, nel trapanese, nell'agrigentino, nel catanese. Spesso si facevano riunioni, anche con persone di fuori provincia, fra le quali ricordo Giuseppe Di Cristina, Calderone ed altri di cui al momento non ricordo i nomi: si facevano riunioni e mangiate, perché i più bei discorsi sono a tavola e a letto, ma siccome eravamo tutti uomini si potevano fare soltanto a tavola. Si discuteva sempre di questo Salvatore Riina, che già aveva ucciso dei personaggi nei paesi; quindi, i più focosi, che erano i Di Cristina, Stefano Bontate, Saro Riccobono... Però, c'era sempre qualche persona, ricordo un certo Rosario Di Maggio, anche se aveva passato il mandamento al nipote Salvatore Inzerillo, che cercava di rabbonirci, dicendo: "No, vediamo, lui qui a Palermo che deve fare, se siamo tutti d'accordo? Cosa deve fare che lo prendiamo a calci nel sedere e lo mandiamo a Corleone a fare crescere il grano?". A volte queste riunioni si facevano da Michele Greco, che con quella faccia da santarello diceva: "Ma no, ragazzi, la violenza non porta a niente; appena parte la prima |P'scopettata|P', c'è un morto in ogni strada". Però, Michele Greco, pian piano, riusciva a far sapere tutto in anticipo a Salvatore Riina, che conosceva le persone più focose che lo volevano combattere e creava quindi i presupposti per eliminarle. E poi, man mano, andava avanti: non è che ci fu un progetto di Riina da realizzare subito con la forza. La mafia, purtroppo, è Palermo; se Palermo si rende conto, se tutte queste persone che sono rovinate, che hanno ucciso parenti, cognati, cugini, generi si rendono conto, aprono gli occhi... Specialmente quelli più grandi di me, perché so che molte persone non sono cattive: io non voglio essere cattivo e non ce l'ho con loro; ce l'ho con queste persone perché sono mafiose, perché ormai la parola "mafia" fa paura per le cose che ha fatto. Il progetto di Riina parte dal 1973- 1974 e si sviluppa pian piano fino al 1982, quando si completa la sua opera, Pag. 1232 un'opera che sarebbe stata chissà che cosa se lui fosse stato un capo di governo. Se lei parlerà con Salvatore Riina, si domanderà: "E' possibile che questo sia Salvatore Riina?"; è una persona educatissima, con un'espressione così buona. E' stata la prima persona che ha inventato il sistema, prima di uccidere uno, di invitarlo a tavola, farlo mangiare tranquillamente, farlo divertire; dopo mangiato, si strangolava e non se ne parlava più. Non si gridava: "Tu hai fatto questo!"; si mangiava, ci si divertiva e poi si uccideva. Questa è stata la novità che ha portato Salvatore Riina. PRESIDENTE. Quindi aveva una grande abilità? GASPARE MUTOLO. Sì, lei ci parla e sembra un predicatore: si ricorda Papa Giovanni, quel viso bello...! Scusi il paragone, ma per spiegare. Purtroppo, sono i visi che ingannano: un altro è quello di Michele Greco, che ha saputo prendere in giro le persone più feroci di Palermo, con quella sua faccia buona, dicendo: "No, perché appena parte la prima |P'scopettata|P', succede un macello a Palermo". PRESIDENTE. E intanto? GASPARE MUTOLO. Intanto creavano i presupposti e questa è la guerra di mafia. Io però concepisco come guerra di mafia quella del 1960-1961, di cui ho sentito parlare. Allora i gruppi mafiosi si scontravano fra loro: si cercavano fra mafiosi e non c'entravano niente né il fratello, né la moglie, né il figlio. Si sapeva che uno era un uomo d'onore, che era in guerra e si uccideva. PRESIDENTE. Insomma, lei dice che la guerra l'ha fatta una parte sola? GASPARE MUTOLO. Esatto: Totò Riina sapeva che era in guerra con tutti. Infatti, tutti siamo stati latitanti a Palermo e tutti avevano modo di rintracciarci in qualsiasi momento; se cercavo un tizio, partivo e dopo mezz'ora l'avevo rintracciato. Soltanto Totò Riina non poteva essere mai rintracciato; uno andava dalla persona indicata, da Nino Madonia, o da |P''u tignuso|P', oppure da Ganci e quelli dicevano: "E' partuto". Avevano sempre il sorriso sulla bocca, perché Riina sceglieva queste persone e insegnava loro che, anche se c'era il terremoto, dovevano sorridere; non avevano mai i visi arrabbiati e erano sempre docili. L'unica persona che non si poteva rintracciare era Totò Riina. Lui cercava noi, perché se, per esempio, io andavo e lui era a due metri... Ci fu un periodo in cui era da Nuvoletta (e sono nati i primi disguidi con i napoletani per questo); il baglio dei Nuvoletta è composto in una certa maniera, per cui c'è un baglio, la casa della mamma (eravamo sempre là) più avanti una caseggiata bassa; sapevamo che il Riina era alloggiato là. I napoletani sono più buoni di noi, più espansivi, non sanno dire tante bugie; intanto anche a quelli avevano insegnato a dire le bugie: "Totò Riina non c'è". Magari dopo un quarto d'ora, si chiamava e si diceva: "Ma, sì...". Qualcuno si lamentò, sono nati dei discorsi con i napoletani, sempre per questo loro modo, la diffidenza... PRESIDENTE. Dov'era questo baglio? GASPARE MUTOLO. A Marano. PRESIDENTE. Bontate ha mai pensato di uccidere Riina? GASPARE MUTOLO. Su questo ho una certezza perché nel 1981, quando ho ottenuto la semilibertà e mi sono messo a scendere periodicamente a Palermo - era subito dopo che era morto Stefano Bontate - mi trovo in un ragionamento che facciamo a Capogallo, a Mondello. C'ero io, c'era Saro Riccobono, c'era un certo Manuele D'Agostino, c'era un certo Salvatore Micalizzi. Si parlava perché già erano scomparsi un certo Mimmo Teresa, i due fratelli Federico, un certo Di Franco. Già c'erano voci in giro che molte Pag. 1233 persone se n'erano andate, tipo Pietro Marchese, Giovannello Greco; però non si sapeva che cosa c'era di vero. Michele Greco faceva sempre finta di non sapere niente. Però il Saro Riccobono aveva avuto l'ordine di sondare, di parlare con Manuele D'Agostino, perché era una delle persone molto vicine a Stefano Bontate e nello stesso tempo era anche vicino a Saro Riccobono; l'aveva cresciuto lui, stava più a Partanna che a Santa Maria di Gesù. Mi trovo in una conversazione in cui abbiamo la conferma che Stefano Bontate voleva uccidere Salvatore Riina. Prima perché ci fu una parola che Stefano Bontate disse a Favarella, dopo che aveva dato alcuni appuntamenti a Salvatore Riina in commissione, appuntamenti che venivano disertati. Bontate disse: "Cosa dici, di ammazzarlo (...); dì come si comporta". Fu una cosa detta tra amici, amici, amici, non pensando che il Greco avrebbe potuto dire. Stefano Bontate poi si sarà preoccupato di qualche cosa o avrà preso la decisione; se decisione c'era, certamente essa riguardava lui e Salvatore Inzerillo e non gli altri membri di Cosa nostra. Ad un certo punto noi parliamo con questo Manuele D'Agostino, che era molto preoccupato perché già quattro persone erano scomparse, mentre altre persone si cercavano per essere uccise. Disse che effettivamente si era messo diverse volte in macchina perché doveva uccidere una persona importante, ma non sapeva chi. L'abbiamo fatto andare perché c'era la moglie di questo D'Agostino; c'erano anche altre donne, per cui fu un discorso appartato. Però abbiamo detto al Saro Riccobono (sapevamo quale affettuosità c'era tra i due): "Cercano Manuele, quindi noi siamo incaricati di parlare..., però secondo noi..." - eravamo quelli che spingevano, io ed il Micalizzi, non possiamo litigare "intortamente" con le persone - "prima di tutto nessuno pensa che Manuele D'Agostino era coinvolto in questo discorso e lei non lo sa". Abbiamo portato un semplice peragone a Saro Riccobono: "Se Giacomo Gambino, |P''u tignuso|P' uccidesse qualche persona, pensa che Salvatore Riina lo saprebbe o no?". Rispose: "E' logico, quello non fa niente che non lo sappia lui". "Uguale è Manuele D'Agostino con lei". Per i discorsi che c'erano stati... Quindi ho avuto la conferma precisa che Stefano Bontate ha tramato, così come ho saputo che anche Inzerillo ha tramato, ma non era un complotto della mafia; erano queste persone che volevano eliminare Salvatore Riina. Non c'era un complotto della mafia che voleva fare la guerra a Salvatore Riina. Era Stefano Bontate; si era coinvolto, oppure avevano coinvolto anche Salvatore Inzerillo. Poi un altro personaggio, un certo Pillera, un catanese, mi disse che diverse volte, mentre andava a Palermo da Salvatore Inzerillo in un deposito di carburante di proprietà di un certo Montalto - ci andavano per fare conteggi di droga - lo facevano salire in macchina perché dovevano uccidere una persona, però senza mai dire chi era. Però in quel posto partiva a volte anche Salvatore Montalto, che poi si è saputo quello che era... PRESIDENTE. Nel senso che era collegato con Riina? GASPARE MUTOLO. Sissignore. Quindi queste due persone per un verso o per l'altro si sono trovate; forse, se avessero avuto l'occasione, effettivamente avrebbero ucciso Salvatore Riina, però non ci fu un complotto della mafia, perché quando muore Stefano Bontate, Saro Riccobono si mette in macchina con Totuccio Micalizzi, va da Michele Greco e gli dice. "Che è successo?". PRESIDENTE. Ricordo un episodio che lei ha raccontato, per cui ad un certo punto si aspettava che da qualche parte arrivasse Riina e invece arrivò una macchina con altre due persone. Riina non era venuto... GASPARE MUTOLO. E' stato a baglio Magliocco, da Stefano Bontate. Nel villino di Stefano Bontate, quello nuovo, si poteva accedere dall'entrata principale, dalla strada, poi vi era una traversa, da Pag. 1234 dove si poteva entrare, perché c'era un cancello scorrevole; in più si poteva andare dal Magliocco internamente... Una sera Stefano Bontate aveva dato un appuntamento a Salvatore Riina verso le sette, sette e mezza di sera, era buio. Invece ci andò Giacomo Gambino con un certo Ganci; entrano dalla parte della stradella, dove poteva passare tutta la macchina; alcune persone hanno chiuso il portone, si dice che Stefano Bontate sia corso verso la macchina ed abbia aperto lo sportello; quando non vide Riina ci rimase un po' male. Disse che era corso per... PRESIDENTE... omaggiarlo. GASPARE MUTOLO. ...perché gli faceva piacere, ma quelli già sapevano il discorso. Erano tranquilli perché pensavano: "A noi non ci toccano". Lì hanno avuto la conferma e lì forse hanno visto uno dei fratelli dell'Inzerillo e l'Inzerillo viene coinvolto in questo discorso. PRESIDENTE. Si è mai progettato di uccidere Liggio in carcere? GASPARE MUTOLO. Che io sappia no. PRESIDENTE. Lei ha detto - torneremo poi su quest'altra questione - "Noi latitanti non ci toccava nessuno". Lei per quanto tempo è stato latitante? GASPARE MUTOLO. La mia vita l'ho passata in carcere o da latitante, anche per motivi di sicurezza non solo mia, ma un po' di tutti: non si voleva avere grattacapi od essere disturbati da visite in casa della polizia. Uno ha l'indirizzo di casa e la polizia, magari per una routine, deve passare ogni tanto a controllare. Anche se ci si sposta in un appartamento, si è però tranquilli perché la polizia lì non viene. Cosa le debbo dire? Noi latitanti che eravamo là, trascorrevamo la latitanza a Partanna Mondello, a Valdese, a Pallavicino. A volte ci spostavamo per otto o quindici giorni perché si verificava un omicidio, o perché sapevamo che erano in corso operazioni di polizia... ma come eravamo noi a Partanna Mondello, erano tutti gli altri. Se si cercava qualcuno, non si andava in un altro... PRESIDENTE. Ma la polizia ed i carabinieri non venivano mai a cercarvi? GASPARE MUTOLO. Lo ripeto: andavano a controllare magari all'indirizzo che avevano. PRESIDENTE. Ma lei, durante la latitanza, stava a casa sua? GASPARE MUTOLO. No, non stavo a casa mia, però stavo... PRESIDENTE. Vicino? GASPARE MUTOLO. Che so: invece di stare in via Ammiraglio Cagni, stavo a via Patti, ossia a cento metri. PRESIDENTE. Lei usciva di casa, si muoveva regolarmente? GASPARE MUTOLO. Sì. PRESIDENTE. Usciva di casa in orari particolari o quando ne aveva la necessità, senza problemi? GASPARE MUTOLO. Uscivamo normalmente, ma conoscevamo gli orari in cui rientravano le pattuglie. Quando si doveva trasportare qualche morto o qualche carico di droga sapevamo che, per esempio, dalle 13,30 alle 15,30-16 si poteva camminare e che la sera, dalle 18,30 fino alle 20,30-21 era in genere tranquillo. PRESIDENTE. Facevate una vita normale, andavate in giro, al ristorante? GASPARE MUTOLO. Normale. PRESIDENTE. Per esempio, i suoi figli frequentavano la scuola con il suo nome? Pag. 1235 GASPARE MUTOLO. Sì. PRESIDENTE. Una scuola privata o pubblica? GASPARE MUTOLO. I miei figli frequentavano una scuola... PRESIDENTE. Possiamo chiederle quanti figli ha? GASPARE MUTOLO. Ho quattro figli, di cui tre maschi, ed ho anche un nipotino di tre anni e mezzo. I miei figli hanno frequentato sia la scuola privata, sia quella a pagamento. A Palermo c'è la scuola "Antonello da Messina" e mio figlio è andato anche là. PRESIDENTE. I suoi figli, cioè, frequentavano tutti una scuola privata, a pagamento? GASPARE MUTOLO. Fino alla quinta elementare hanno frequentato, a volte, la scuola comunale... PRESIDENTE. La scuola pubblica. GASPARE MUTOLO. E dopo scuole a pagamento. PRESIDENTE. Perché li mandava ad una scuola a pagamento? GASPARE MUTOLO. Forse perché avevano meno voglia di studiare e sanno che nelle scuole a pagamento, magari, vi è più interessamento, magari si insegna... ma quando vogliono stare alcuni periodi senza studiare, insomma... PRESIDENTE. Quindi non per una ragione di sua maggiore tutela? GASPARE MUTOLO. No. Quando mio figlio andava a scuola, lo lasciavo lì e andavo io a riprenderlo in macchina. PRESIDENTE. Ho capito. La scuola era nella stessa borgata? GASPARE MUTOLO. A Pallavicino c'è la scuola comunale e quella materna. PRESIDENTE. Può spiegare alla Commissione come vengano assunte da Cosa nostra le decisioni più importanti, riguardanti, per esempio, un omicidio o un traffico importante di droga? GASPARE MUTOLO. Fino ad un certo periodo, per quanto mi ricordo, un capo famiglia era padrone del suo territorio e quello che voleva fare faceva. Dopo si sono verificati due omicidi un po' anomali, uno di un certo Angelo Graziano, un costruttore di Palermo, e l'altro di un certo Stefano Giaconia (anzi, per primo quello di Stefano Giaconia e poi quello di Graziano). In quel periodo i componenti della commissione avevano trovato un accordo, nel senso di non far riunire tutta la commissione ogni volta che si doveva uccidere un componente mafioso; poteva riunirsi una minicommissione, di tre o quattro persone di borgate confinanti, e decidere l'eliminazione di qualcuno. Infatti, nella soppressione di Stefano Giaconia avviene questo: lo strangolano, sono un numero ristretto di personaggi di commissione, Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti, Saro Riccobono, insomma pochi; tempo dopo, siccome Saro Riccobono si preoccupava che questo Angelo Graziano era molto legato ad un certo Giacomo Giuseppe Gambino, Salvatore Riina - già in quel periodo vi sono ombre di rottura, di correnti per i mandamenti - eliminano con lo stesso metodo anche Angelo Graziano. Riccobono sa che, se non era per l'intervento di Michele Greco, già era pronta la macchina per andare a sparargli. Riccobono abitava vicino la via Guido Jung, nei fabbricati che costruiva questo Angelo Graziano e, quindi, hanno un po' modificato l'andamento della commissione. Ora le decisioni che deve prendere la commissione, che deve essere tutta unanime, tranquilla e pacifica, riguardano gli omicidi degli uomini d'onore di cui si deve parlare in commissione perché Pag. 1236 possono esservi rivalità tra i componenti ed è giusto che la commissione conosca questi fatti; quando si debbono uccidere industriali, che lo Stato magari... per esempio, giornalisti, industriali importanti, poliziotti, magistrati, politici... Questo è un discorso che deve fare per forza la commissione, non può farlo un capo mandamento od un capo famiglia. Per quanto riguarda i traffici di droga, se sono piccoli può gestirli la famiglia (ognuno è indipendente e fa quello che vuole); se però qualcuno entra in un grosso traffico, per cui può intralciare il lavoro di altri mafiosi, di tutta una certa organizzazione - può cioè invadere un certo mercato, una certa piazza - la commissione può intervenire; questi personaggi cioè possono intervenire per dare un'organizzazione a questo contrabbando. La commissione, cioè, interviene in tutti i settori importanti. PRESIDENTE. Quali sono le persone pericolose per Cosa nostra? Lei ha spiegato - su questo torneremo più approfonditamente - perché è stato colpito il generale Dalla Chiesa (ossia perché andava ad "impicciarsi" in una serie di questioni concrete apparentemente di modesta portata, ma che vi davano fastidio), perché sono stati uccisi La Torre e Mattarella. Può far capire alla Commissione che cosa dia più fastidio a Cosa nostra e che cosa porti quest'ultima a reagire nei confronti di chi attua queste iniziative? GASPARE MUTOLO. Ciò che ci da più fastidio è che ci vengano tolti i soldi. PRESIDENTE. Questa è la cosa fondamentale. GASPARE MUTOLO. Quello che dà maggiormente fastidio è quando ci tolgono i soldi; uno preferisce stare in galera con i soldi e non in libertà senza soldi: questa è la cosa principale. Dopo di che si esaminano le misure che lo Stato adotta, o più che altro i comportamenti dei vari personaggi. Lei ha citato poc'anzi il generale Della Chiesa e l'onorevole La Torre. Quest'ultimo fu ucciso esclusivamente perché voleva far approvare la famosa legge sul sequestro dei beni: non vi fu altro motivo se non quello. Ho letto sui giornali articoli su ipotetici missili in possesso dei mafiosi: il problema era che Pio La Torre voleva sequestrare i beni ai mafiosi. Se ne parlò a lungo, se ne discusse, parlammo gli uni con gli altri, qualcuno disse che sarebbero trascorsi molti anni prima dell'attuazione della legge, però lui insisteva sempre. PRESIDENTE. Pio La Torre aveva presentato da circa un anno e mezzo la sua proposta di legge e, quando fu ucciso, il Parlamento non aveva approvato neanche un articolo di questa legge, anzi vi erano molte resistenze. Per quale motivo allora fu ucciso? GASPARE MUTOLO. Perché insisteva sempre. Le faccio un altro esempio. Il giudice Terranova venne a Roma a fare il deputato e non lo pensava nessuno, ma allorquando si seppe che si sarebbe recato a Palermo solo ed esclusivamente per combattere la mafia, si agì di conseguenza. Erano personaggi che davano fastidio alla mafia, anche se qualcuno ne dava più di altri; qualcuno quindi poteva morire subito, qualcun altro campare due o tre anni in più. Una volta individuata la persona che vuole combattere seriamente la mafia, la sua sorte è segnata. Se debbono affrontare dieci uomini, non lo fanno; ovviamente si attende il momento opportuno, anche perché a Palermo prima o poi ciò accade. La città può essere paragonata ad un piatto; se uno non va al tribunale, va a Mondello o al teatro: la città si controlla benissimo ed è solo questione di tempo. PRESIDENTE. Cosa nostra ha mai commesso omicidi di questo tipo fuori della Sicilia? GASPARE MUTOLO. Ricordo solo l'omicidio del vicequestore Mangano. PRESIDENTE. Alcune persone che a Palermo sono, per così dire, coperte, a Roma lo sono molto meno. Pag. 1237 GASPARE MUTOLO. Cosa nostra fa affidamento principalmente sui mafiosi originari palermitani, quindi una cosa è muoversi a Palermo, ove si è padroni della città, nel senso che si conoscono le strade, i garage, le case, un'altra è compiere un attentato in un'altra città o addirittura fuori della Sicilia. Il discorso in questo caso diventa più complicato, non tanto per mancanza di uomini disposti a sparare, quanto per motivi logistici; in pratica non vi è la sicurezza che il reato rimanga impunito. A Palermo quando avviene un omicidio dopo tre minuti non rimane alcuna traccia. PRESIDENTE. Si tratta quindi solo di ragione di prudenza! GASPARE MUTOLO. Sì. PRESIDENTE. Non quindi per ragioni ideologiche, ossia che tutti gli omicidi devono essere compiuti in Sicilia. GASPARE MUTOLO. E' più comodo commettere gli omicidi in Sicilia. Se un personaggio in vista o un ministro invece di combattere la mafia da Roma la combattesse a Palermo, prima o poi sarebbe ucciso. A Roma è più difficile commettere un omicidio, così come lo è a Torino, mentre a Palermo è molto facile in quanto la città è sotto controllo. PRESIDENTE. E' stata fatta una distinzione tra gli affiliati ed i combinati. Può spiegare alla Commissione tale distinzione? GASPARE MUTOLO. I combinati sono coloro i quali fanno tutto, compresi gli omicidi, mentre gli affiliati, fino a quando non uccidono, rimangono a disposizione della mafia, nel senso che conservano le armi, riscuotono tangenti, procurano gli appartamenti, ma non si sono ancora macchiati di sangue. L'unica distinzione tra combinati ed affiliati è che i primi hanno ucciso, i secondi no. PRESIDENTE. La persona viene combinata prima o dopo l'omicidio? GASPARE MUTOLO. Può accadere anche dopo; la cosa importante è che viene combinata in giornata, dopo l'omicidio. Sono stato un affiliato ed ho accompagnato molte volte Salvatore Riina, anche se lui dice di non conoscermi. Lo accompagnavo a San Giuseppe, a Crociverde in Giardina, a Palermo; mi avevano indicato come di guardare se intercedessi o se vedessi Michele Cavataio. Comunque, quando queste persone parlavano tra loro io rimanevo fuori senza ascoltare. Se avessi assistito a qualche omicidio o se l'avessi commesso, sicuramente sarei stato subito combinato. Alcune persone sono state combinate perché, in compagnia di mafiosi, hanno assistito allo strangolamento di qualcuno. Sono state quindi combinate perché così si sono responsabilizzate ed hanno capito che al di fuori del mondo mafioso non dovevano parlare con nessuno. PRESIDENTE. E' mai avvenuto - che lei sappia - che sia stata combinata una persona affiliata o estranea che aveva ascoltato per caso discorsi che non avrebbe dovuto ascoltare? GASPARE MUTOLO. E' difficile che una persona che ascolta certi discorsi non venga combinata. Innanzitutto sono loro che non mettono le persone nelle condizioni di ascoltare; però se qualcuno partecipa ad un piano o ad un discorso delicato subito viene combinato. Se dovessero pagare per combinare qualcuno forse direbbero che non è il caso ma basta un colpo d'ago e una santina. PRESIDENTE. Quindi formalmente per passare dall'affiliazione alla combinazione vi è il giuramento. La ragione per cui si passa dall'una all'altra condizione ha il senso di far capire alla persona che occorre tenere segreti determinati fatti. GASPARE MUTOLO. Gli viene spiegato che, al di fuori delle persone d'onore, non deve parlare. La persona che non fa il giuramento può avere un amico, che Pag. 1238 non è combinato, con il quale si confida; questo parla a sua volta con un suo amico e così via finché la voce giunge al mafioso. Intendo dire che la responsabilità è di chi lo ha vicino, per cui quando una persona ascolta o fa qualcosa viene combinata in modo da responsabilizzarla: se poi dice qualcosa che non deve dire, muore. Nessuno cade in questa contraddizione perchè sa che si muore. PRESIDENTE. Come vengono scelte le persone da affiliare? Sulla base delle loro capacità? GASPARE MUTOLO. Mi sono sforzato per far compredere il discorso dell'affiliazione. Io, che sono di Pallavicino, non cerco l'affiliato perchè nel paese mi conoscono, tutti sanno che sono un latitante, entro ed esco di galera e non un impiegato di banca, quindi sono io che, dal loro atteggiamento, individuo le persone che mi hanno in simpatia a differenza di quelle che fanno finta di non vedermi, non mi offrono il caffè al bar e non mi chiedono se mi occorre qualcosa. Sono gli affiliati, quindi, che si fanno notare, ad eccezione naturalmente dei figli degli uomini d'onore, ragazzi che crescono in quell'ambiente. PRESIDENTE. Vi sono casi di affiliati rimasti tali, cioè che non sono diventati uomini d'onore? GASPARE MUTOLO. Sì, vi è qualche caso: si tratta però di persone che vengono in qualche modo responsabilizzate. Nel 1980-1981 è avvenuto che pochissimi personaggi, per motivi familiari, non sono stati combinati; comunque, chi li aveva vicini aveva il dovere di dire loro che potevano praticare soltanto le cinque o dieci persone indicate; se però costoro facevano non dico un omicidio, ma una rapina o un furto con altre persone, venivano subito ammazzati. Conosco ad esempio il caso di un certo Rotolo Salvatore, persona non combinata, che aveva sparato a qualcuno e che però aveva contatti solo con quelle due o tre persone che gli stavano accanto. PRESIDENTE. Cosa vuol dire che qualcuno non poteva essere combinato "per motivi familiari"? GASPARE MUTOLO. Mi riferisco a persone delle quali si sapeva, ad esempio, che la madre o la sorella avevano avuto l'amante. Prima ci si riferiva soltanto a chi aveva un parente poliziotto o magistrato: è evidente che se qualcuno ha un fratello poliziotto non può fare il mafioso, ma se si tratta di un cugino... PRESIDENTE. Ci spiega la questione dell'amante che non abbiamo mai capito bene? Perché è così importante che la sorella o la madre del mafioso non abbiano avuto un amante? GASPARE MUTOLO. Non ho capito. PRESIDENTE. Perché è così importante che la madre o la sorella di un affiliato non abbiano avuto l'amante? Perché è importante che un uomo d'onore tenga soltanto la moglie? GASPARE MUTOLO. Si tratta di regole che venivano osservate nel passato in modo più rigido che non ora. Ricordo che Gaetano Badalamenti e, per un certo periodo, anche Totò Scaglione erano accaniti sostenitori della necessità che si dovesse essere totalmente dediti alla famiglia. Ciò, in effetti, dà un certa sicurezza perché una moglie, pur sapendo che il proprio marito è un delinquente e un assassino e vedendo con chi parla, è disposta ad accettare qualunque sacrificio per amore di un uomo fedele ed innamorato. Vi sono donne, mogli o mamme di mafiosi, degne di ammirazione per i sacrifici che fanno. Se qualcuno avesse riferito di avermi visto a Mondello con qualche ragazza, mia moglie gli avrebbe risposto che sicuramente si trattava della moglie o della sorella di qualche amico latitante. Si tratta però di regole non fisse: ricordo, infatti, che nella famiglia di Pippo Calò due o tre persone avevano amanti (veniva chiamata la "famiglia Pag. 1239 degli spazzini" perché non aveva moralità); in seguito, Luciano Liggio si è preso un'amante con la quale ha avuto un figlio, non solo, ma si trattava di una donna malata (mi pare che fosse spastica). Ciò non gli ha procurato alcuna conseguenza; però, se si fosse trattato di un'altra persona, sarebbe stata messa fuori dalla famiglia o addirittura uccisa. All'immagine, comunque, si è sempre tenuto, perché se ad esempio io rimprovero, cerco di uccidere o costringo un ragazzo a sposare una donna solo perché è stato il suo fidanzato, devo essere il primo, nel quartiere - dove il mafioso è guardato bene dagli uomini e dalle donne - a rappresentare un esempio. PRESIDENTE. Ciò serve anche al prestigio del mafioso. GASPARE MUTOLO. Certo. Inoltre, al mafioso che ha l'amante potrebbe nascere un bambino che gli procurerebbe delle nuove responsabilità: ciò non è ammesso; però avviene e in genere si fa finta di non saperlo. PRESIDENTE. E' a conoscenza di casi un cui qualcuno non è stato combinato ed è rimasto affiliato perché l'uomo d'onore voleva avere un rapporto personale con questa persona? Per esempio, se non ricordo male, Calderone sostiene che Santapaola non aveva combinato Costanzo per avere con lui un rapporto particolare e non farlo entrare nel giro della famiglia, altrimenti tutti gli uomini d'onore avrebbero potuto chiedere favori a Costanzo. Le risulta questo? GASPARE MUTOLO. A me non risulta. Per esperienza diretta so che ci sono personaggi anche a Palermo, certo non al livello di Costanzo ma importanti, che per motivi di posti e luoghi pagano le tangenti. Però, non è che hanno contatti con tutti i mafiosi dei diversi luoghi: per esempio, se conosco una persona che ha uno stabilimento a Partanna Mondello, con delle succursali a Palermo o a Catania, posso dire ad altri uomini d'onore: "Questo ha una bottega nel tuo territorio, quanto deve pagare?". Se deve pagare una certa cifra, dico: "Va bene, ogni mese avrai una certa cifra" e non c'è bisogno che un altro entri in contatto con chi paga. Questa è una regola: quindi, non è che necessariamente, per non essere avvicinato da un altro uomo d'onore, non si deve essere combinato. PRESIDENTE. Può spiegare alla Commissione come i corleonesi sono diventati progressivamente così forti dentro Cosa nostra? Lei ha già spiegato che, verso il 1980-1981, Riina era diventato quasi il padrone di Cosa nostra. GASPARE MUTOLO. E' successo nel corso degli anni: per esempio, nella famiglia della Noce comandava Totò Scaglione, ma c'era la spaccatura con gli Anselmi, gli Spina e i Ganci, diciamo, da Stefano Bontate. C'era poi un infiltrato, Giovanni Pollarà, nipote di un certo Brusca di San Giuseppe Jato. Addirittura, avevano quasi fatto mettere contro i due fratelli Giovanni e Stefano, perché Giovanni Pollarà era molto legato a Giovanni Bontate. Effettivamente, Salvatore Riina garantiva le persone che aveva vicino, non le trascurava. Mi ricordo, per motivi di comando, quello che ha passato lo Scaglione con i Ganci e Raffaele. Però, li metteva fuori famiglia. Salvatore Riina diceva sempre: "Guardate, se uccidete qualcuno, io vi ammazzo". Non permetteva che qualcuno potesse uccidere i suoi avvicinati; portava sempre avanti questa corrente. C'erano poi anche motivi personali: per esempio, Montalto oppure Buscemi erano personaggi che avevano aspirazioni di comando ma venivano soffocati da altri. Nella famiglia di Passo di Rigano, per esempio, fino a quando comandava Salvatore Inzerillo, tutti gli altri non contavano niente. Lo stesso era in tutti i posti: quindi, c'era malumore e sete di potere, anche se non si manifestava. Per l'esperienza che ho, si arriva ad un certo punto nel quale i soldi non interessano più e si vuole comandare, probabilmente Pag. 1240 per avere prestigio ed essere importante: però, nello stesso tempo, ci sono altre persone che potrebbero emergere e vengono soffocate dalla figura più forte. Quindi, se non c'è un rapporto effettivamente amichevole, o affettuoso... Riina ha scavato e trovato nel tempo quelle persone che, per un motivo o l'altro, potevano non andare d'accordo con i loro rappresentanti. PRESIDENTE. Quindi, è cresciuto così? GASPARE MUTOLO. Sì, in tutte le famiglie è andata così. PRESIDENTE. E' possibile che la qualità di uomo d'onore possa essere tenuta riservata nei confronti degli altri? GASPARE MUTOLO. Sì, sempre però nell'ideologia e nelle abitudini dei corleonesi. PRESIDENTE. Le risulta che Badalamenti avesse combinato qualcuno e non lo dicesse? GASPARE MUTOLO. No, Badalamenti non aveva questa mentalità, come nessuno di noi l'aveva. Eravamo molto aperti; anzi, quando si combinava qualcuno, si aveva il piacere di presentarlo... PRESIDENTE. Per quanto riguarda il rapporto di Badalamenti con Ignazio Salvo? GASPARE MUTOLO. Vorrei rispondere dopo, per finire adesso quanto stavo spiegando. Ho visto soltanto un caso, perché mi ci sono trovato; poi con il tempo ho conosciuto la persona, con la quale ho avuto anche rapporti di Cosa nostra, che era stata combinata nella famiglia di Badalamenti e non era stata presentata perché c'era un preciso ordine al riguardo. Questa indicazione era venuta da Salvatore Riina, perché vi era stato a Monreale il sequestro di un certo Madonia... PRESIDENTE. In che anni siamo? GASPARE MUTOLO. A metà degli anni settanta. Era stato arrestato un certo Martello Mario mentre stava facendo una telefonata; aveva un bigliettino ma era riuscito a buttarlo. Comunque, vi erano telefonate registrate: quindi, cosa pensò il cervello di Salvatore Riina? Di combinare un grosso professionista, un medico che opera la gola. A questa persona si lasciò la scelta di essere combinato da Gaetano Badalamenti (perché allora Totò Riina era importante ma non si sapeva) o da Michele Greco. Io mi sono trovato a saperlo per caso perché passarono da Salvatore Inzerillo un certo Leonardo Rimi (che poi è stato ucciso) e Gaetano Badalamenti con il dottore. Siccome Gaetano Badalamenti ci vide tutti fuori (me, Saro Riccobono, Inzerillo, altri latitanti, che prendevamo tranquillamente il sole) ci disse che stava andando a Favarella per combinare questo professionista al quale si lasciava il compito di scegliere. Abbiamo saputo dopo che aveva scelto Gaetano Badalamenti perché avevano rapporti amichevoli: per un certo periodo, in pochissimi conoscevano questa persona, che però era stata combinata solo ed esclusivamente per fare un'operazione alla gola di Martello in modo che dalla perizia fonetica risultasse che non era stato lui a fare quella telefonata. A volte succede che dei professionisti vengono affiliati con l'imposizione: conosco questo fatto specifico, nel quale non c'era alcun motivo di affiliare una persona che era brava e non tanto giovane, per cui non poteva servire per sparare. Però, serviva e in quell'occasione hanno escogitato di combinarla. PRESIDENTE. E lui ha accettato? GASPARE MUTOLO. Sì. Pag. 1241 PRESIDENTE. Poteva rifiutarsi di accettare, secondo lei? GASPARE MUTOLO. Rifiutare è pericoloso. Mettiamoci nelle condizioni di chi viene portato in una masseria e sente questo discorso: "Senti, tu hai mai sentito parlare della mafia?" Quello, magari, risponde di no; allora gli dicono: "Guarda che la mafia esiste; la mafia siamo noi e tu ora devi entrare a far parte della mafia. Sei contento o no?" Io penso che nessuno risponderebbe: "No, sono scontento". Mi metto anche nelle condizioni di una persona che si trova di fronte a questa realtà. PRESIDENTE. Favori di questo tipo vengono fatti, tra i vari professionisti, soltanto da quelli combinati o no? GASPARE MUTOLO. Certo, per quelli combinati è un obbligo... PRESIDENTE... un dovere. GASPARE MUTOLO. E' un dovere, non possono dire di no. Ma grossi professionisti, anche in una maniera un pochino..., li fanno pure. Anche se non è un obbligo, però... stiamo sempre là: per la questione ambientale, per la persona che ci va a parlare. I professionisti purtroppo conoscono la realtà. Se si presenta una persona che chiede il favore di curare un ferito, non possono dire no, perché sanno che quel "no" può essere fatale. Il "sì" li coinvolge e diventano amici; il "no" può essere fatale. Si dice: "Perché mi dici no?". Questo può andare a denunciare e in più, se è sgarbato, ci sono due motivi per eliminarlo. PRESIDENTE. Senza fare nomi di persone fisiche, vi sono molte persone delle diverse professioni che sono dentro o molto vicine a Cosa nostra? GASPARE MUTOLO. Molti dentro Cosa nostra no; molto vicini a Cosa nostra sì. PRESIDENTE. Senza fare nomi, che tipo di professioni sono? GASPARE MUTOLO. Qualsiasi professione: medici, avvocati, imprenditori... PRESIDENTE. Commercialisti? GASPARE MUTOLO. Molto vicini sì; sono persone di fiducia. PRESIDENTE. Magistrati? GASPARE MUTOLO. Molto vicini sì. PRESIDENTE. Combinati? GASPARE MUTOLO. No, io non ne conosco. PRESIDENTE. Poi torneremo su questo. Quali sono le novità più importanti introdotte dai corleonesi nella struttura tradizionale di Cosa nostra? Mi pare che cambia man mano che entrano i corleonesi... GASPARE MUTOLO. Non ho capito, presidente. PRESIDENTE. Lei ha detto che i corleonesi cambiano alcuni caratteri di Cosa nostra: Riina ha i suoi uomini di fiducia dentro le famiglie, sostanzialmente decide lui, fa anche uomini d'onore senza comunicarlo all'esterno. Questo cambia le regole? GASPARE MUTOLO. Cambia l'atteggiamento... PRESIDENTE. Questo volevo capire. GASPARE MUTOLO. L'atteggiamento cambia ed è cambiato. Se ora la mafia si trova ad avere collaboratori, si può dire: non li ha avuti pure prima? Sì, magari prima si poteva pensare che il collaboratore parlasse soltanto per avere un qualche vantaggio. Pag. 1242 Parlo del caso mio perché non so portare paragoni appropriati. La mia non è una questione di guadagno, perché con facilità ci perderò; spero di no, ma nelle previsioni c'è il fatto che posso perdere e perdere molto, a parte i rischi... E' stato per questo cambiamento che ha portato Totò Riina. Forse uno collabora perché è completamente stanco o perché vuole cambiare. Prima di collaborare mi hanno anche proposto di andarmene fuori. Mi hanno detto: "Tu te ne vai via all'estero". Io all'estero non ci vado, anzi se mi dite che si prevede che io debba andare all'estero non collaboro per niente! Il mio sogno, la mia speranza, la mia ragione di vita è quella di andare a Mondello con le persone che conoscevo, prendermi un gelato nella piazza di Mondello; andare a Partanna Mondello e dire: "Ecco, lo Stato finalmente mi aiuta; è riuscito a portare le cose buone così come ognuno spera". Fin quando non posso andare a Mondello, a Pallavicino a prendermi un gelato con le persone che conoscono quello che ero prima e quello che sono ora... desidero avere questa possibilità, la mia speranza è questa. Non sto facendo questo perché mi conviene. Spero soltanto da quando mi sono messo a collaborare perché la mafia non era come ora, non aveva ricevuto questi colpi terribili; le leggi sono cambiate, c'è una decisione più ferma, più forte, c'è maggiore continuità. Ricordo che un anno fa qualche persona qui presente - molto spesso la vedevo parlare alla televisione - non conosceva veramente la realtà, i problemi. Io purtroppo li conosco, per cui ho affrontato, sto affrontando ed affronterò questa cosa con una certa tranquillità perché il mio sogno è quello non di andare in America, né in Australia: è quello di andare a Pallavicino a prendermi un gelato tranquillamente, pacificamente. PRESIDENTE. Lei ha prospettato il problema dei collaboratori. Dentro Cosa nostra che cosa si diceva del collaboratore? GASPARE MUTOLO. Il primo collaboratore è stato un disastro, Vitale... PRESIDENTE. Per Cosa nostra? GASPARE MUTOLO. No, per la magistratura, per le istituzioni. Non si è voluto credere e forse quello è stato uno dei collaboratori più genuini perché scappò e si andò a rifugiare dentro una caserma. Il cugino di Vitale Leonardo era andato a prenderlo per discutere sul modo di aggiustare una dichiarazione di una macchina data da Scrimi; Vitale scappa dal cugino mafioso e si va a rifugiare dentro una caserma, scappa dalla mafia e se ne va "nello Stato". Mi esprimo male, scusate... PRESIDENTE. Si esprime benissimo. GASPARE MUTOLO. Questo parla, però viene preso per pazzo, non viene creduto in niente, finché la mafia lo ammazza. Io ero tranquillo, ero pacifico, erano discorsi che si sentivano, che facevamo, che il Vitale anche fra trent'anni era una persona che comunque doveva morire ammazzata. La mentalità era quella. ALTERO MATTEOLI. Che anno era? GASPARE MUTOLO. Siamo nel 1973 perché mi ricordo che, mentre partivo da Palermo con la mamma di Saro Riccobono, per la prima volta all'aeoroporto mi chiedono i documenti. Siamo nel 1973; gli sviluppi sono seguiti nel 1974-1975. Come mafiosi abbiamo questa sicurezza: i collaboratori non sfondano. Poi vi è l'altra realtà di Buscetta e di Contorno; però c'era stato sentore di qualche altro collaboratore; anche da Corleone, se non sbaglio, c'era un certo Screva. Ma non erano ascoltati, perché non si era presa coscienza di quello che realmente era la mafia e vi erano anche le raccomandazioni; era tutto qua. Se infatti una persona diceva "può darsi che Tizio abbia fatto questo omicidio", se il magistrato aveva la raccomandazione di un suo amico diceva che non era possibile, che quella persona era pazza. Pag. 1243 Certo, nella realtà più recente di Contorno e di Buscetta, che sono quelle più attuali, la mafia ha capito che questi colpi possono lasciare qualche segno, quindi si studiava la strategia. Qual era? Quella di denigrare queste persone, tentando in tutti i modi di farle apparire come bugiarde. Una persona che parla di un fatto particolare, può specificare. Certo, parlando di 30, 50 anni di mafia, su mille casi qualche sbaglio può essere commesso. PRESIDENTE. Come si fa a screditare una persona, a farla apparire bugiarda? GASPARE MUTOLO. Sono strategie che si studiano tra il detenuto e l'avvocato. E' qui presente l'onorevole Biondi che so essere un bravissimo avvocato. Io mi consulto con l'avvocato il quale, quando fa il suo mestiere, è un consigliere. Se assumo un avvocato e lo pago, egli ha principalmente il dovere di trovare la formula per... PRESIDENTE. Per tirarla fuori. GASPARE MUTOLO. Il modo di tirarmi fuori. Quindi, è un consigliere: cioè, nei punti sui quali un collaboratore può essere attaccato, si cerca di farlo, elaborando una strategia. PRESIDENTE. Si è mai discusso all'interno di Cosa nostra in merito all'esercizio di pressioni od all'utilizzo di giornali a questo scopo? GASPARE MUTOLO. Non ho capito. PRESIDENTE. Si è mai discusso all'interno di Cosa nostra della possibilità di utilizzare giornali o giornalisti per screditare un pentito? GASPARE MUTOLO. Il giornalista può cadere in buona fede; lei sa che tra i giornalisti vi sono persone che sono in amicizia con personaggi che possono avere un interesse ad attaccare qualche persona e, quindi, il giornale si presta con facilità, ma non solo il giornale: possono esserci anche persone le quali sanno che qualcuno dice la verità; purtroppo, la verità a volte fa male e per salvare una persona, magari perché è importante, cercano di screditarlo in tutte le cose. I giornalisti, almeno, scrivono quello che sentono, quello che gli si dice. Possono essere più incisive le persone che sanno e trovano le strategie come... Ora so che a Palermo si sta cercando una strategia per combattere i pentiti e so che non si vuole combatterli cercando di screditarli, cioè sostenendo che stanno dicendo il falso, perché sanno che falso ormai... PRESIDENTE. Certo. GASPARE MUTOLO. Però stanno cercando di alzare dei polveroni, magari di coinvolgere altri personaggi puliti più importanti e dire: "Guarda che il personaggio pulito sta chiamando me, allora sono tutti falsi...", oppure portare un'indicazione - non mi so spiegare bene... PRESIDENTE. Si spiega benissimo. GASPARE MUTOLO. ... sotto un aspetto diverso in modo che dica: "Sono tutte bugie; ho fatto questo non perché facevo male, ma perché me lo hai detto tu e tu sai che era una cosa tranquilla e pulita. Quindi, quello che stai dicendo tu è falso". Non posso però essere più preciso perché, purtroppo, sono notizie che arrivano e non voglio... Però, di personaggi importanti, non dell'ambiente mafioso, di professionisti. PRESIDENTE. Che lei sappia, vi sono giornalisti "combinati" o molto vicini a Cosa nostra? GASPARE MUTOLO. Non so di giornalisti molto vicini o combinati; so che qualche giornalista è stato ucciso perché si accaniva a scrivere contro la mafia. Pag. 1244 PRESIDENTE. A chi pensa in particolare? GASPARE MUTOLO. A De Mauro ed a Mario Francese. Tutti e due sono stati uccisi per questi discorsi. PRESIDENTE. Furono uccisi per quello che scrivevano? GASPARE MUTOLO. Il De Mauro è stato strangolato, il Francese è stato ucciso... PRESIDENTE. Gli hanno sparato. GASPARE MUTOLO. Sì. PRESIDENTE. Ha mai sentito parlare di ambasciatori di Riina? GASPARE MUTOLO. No. PRESIDENTE. Qual è il ruolo delle famiglie di Catania all'interno di Cosa nostra? E' lo stesso di quelle di Palermo? GASPARE MUTOLO. La struttura della famiglia è uguale a quella di Palermo: c'è un rappresentante, un consigliere... PRESIDENTE. Chi è il rappresentante? GASPARE MUTOLO. Ora è Nitto Santapaola. Prima, parlo di quando c'era Giuseppe Calderone, conoscevo lui. Ho conosciuto anche Nitto. Le strutture sono uguali ma, lo ripeto, la mafia si concentra a Palermo; la decisione, per tradizione, è Palermo sia perché ha quei famosi capi mandamento che, quando si siedono, decidono... PRESIDENTE. Le famiglie di Catania svolgono un compito particolare all'interno di Cosa nostra? Da alcuni processi ci sembra sia risultato, per esempio, che molte volte armi od esplosivi passassero, sostanzialmente, attraverso le mani di Santapaola. Questo era un caso? GASPARE MUTOLO. Era un caso. PRESIDENTE. Non ci sono divisioni di compiti? GASPARE MUTOLO. Non ci sono divisioni di compiti. Si vede che dove - diciamo lui, ma chi per lui - andavano a caricare la morfina o l'hashish c'erano delle armi ed allora le compravano. Questo poteva succedere a Trapani, accade molto spesso a Napoli, succede a Palermo, eccetera. PRESIDENTE. E tra regioni, per esempio tra la Sicilia e la Calabria, che rapporti ci sono? GASPARE MUTOLO. Tra la Sicilia e la Calabria fino al 1982, fino al 1988, che io sapessi, vi era una certa cordialità, si facevano favoritismi: personaggi importanti della Calabria potevano andare a Palermo per qualche favore ed anche siciliani potevano andare in Calabria. L'ho sentito nel 1989-1990; ma non ne ho una conferma ben precisa: me lo disse un amico, un certo Condorelli che poi è morto. Gli hanno sparato dov'ero io... PRESIDENTE. Questo Condorelli era di Catania? GASPARE MUTOLO. Sì. Per motivi logistici, avevano creato in Calabria qualche famiglia mafiosa e qualcuna anche in Sardegna, ma non ho notizie precise. Queste cose le disse a me per mettermi sull'avviso perché sapeva che ero in contatto con calabresi e con sardi. Mi disse: "Sta' attento che ti possono fregare perché magari tu immagini che il pericolo può venire solo da Palermo o da Catania invece..." PRESIDENTE. Ho capito: quando lei temeva per la sua vita. GASPARE MUTOLO. Sì. PRESIDENTE. Può spiegare alla Commissione quale sia il peso delle diverse Pag. 1245 province siciliane all'interno di Cosa nostra? Lei ha detto che quella di Palermo è la più importante. GASPARE MUTOLO. La provincia di Palermo è la più importante in assoluto, dopo c'è Agrigento. Caltanissetta è stata sempre molto vicina ai palermitani e con personaggi importanti. Non so: tra Palermo e Trapani... Tra Palermo e Catania non... A Trapani non si dà tanto peso perché più che altro sono le province che hanno comandato... PRESIDENTE. A Trapani non si dà tanto peso? GASPARE MUTOLO. A Trapani città non si dà tanto peso e lo stesso a Catania, perché si è detto sempre che il modo di fare e di comportarsi di queste due province, sia Trapani sia Catania, è diverso da quello dei palermitani. Le origini di qualche uomo d'onore... A qualcuno piaceva avere delle amanti o bazzicavano delle donne... Lo stesso a Trapani. Per questo si tratta di province alle quali non si è mai dato tanto peso. Logicamente un uomo d'onore, anche di Catania... Ma le singole persone, non è come Catania... Certo, ora c'è Santapaola che è importante, ma non potrà mai diventare un Salvatore Riina o un Brusca: è da escludere completamente. PRESIDENTE. Questo concetto è abbastanza chiaro. Vorrei chiederle un'altra cosa: che lei sappia... GASPARE MUTOLO. Non vorrei che qualche commissario fosse di Catania. PRESIDENTE. In genere noi siamo dall'altra parte. Ha mai sentito parlare di organizzazioni mafiose a Barcellona Pozzo di Gotto? GASPARE MUTOLO. Ho sentito parlare di alcuni gruppi che prima erano molto vicini ai palermitani. Mi riferisco a quei paesini prima di Barcellona salendo da Palermo che si affacciano sul mare, quale Tortorici. So che vi sono ancora personaggi importanti ed ho avuto modo di parlarne fino a poco tempo fa in galera con alcuni condannati di Barcellona. Prevalentemente l'amicizia con i palermitani l'avevano i barcellonesi finalizzata al contrabbando. Questi gruppi sono più vicini a quelli calabresi; le organizzazioni messinesi, barcellonesi sono più vicine ai calabresi che non ai palermitani. Ripeto che i palermitani hanno sfruttato queste organizzazioni per lungo tempo per il contrabbando delle sigarette: si trattava infatti di coste tranquille ove poter effettuare questo traffico. PRESIDENTE. Ha mai sentito parlare del "malpassotu"? GASPARE MUTOLO. Sì, l'ho conosciuto personalmente. PRESIDENTE. Può spiegare alla Commissione che peso ha? GASPARE MUTOLO. Non lo conosco come uomo d'onore, bensì per il fatto di essere stato in prigione con lui. So che è una persona molto vicina a Santapaola e sicuramente avrà organizzato con lui qualche famiglia, in quanto ho sentito dire che sono state create delle famiglie nel circondario di Catania. Il "malpassotu" per un certo periodo è stato amico di Giuseppe Calderone e le ultime notizie che avevo fuori (dal Condorelli e da altre persone di Catania) mi indicano che rappresenta il punto di appoggio più forte che il Santapaola ha in quelle zone. Santapaola ha infatti un gruppo di ragazzi molto valido che sanno ben sparare e che si buttano allo sbaraglio. PRESIDENTE. Ha mai sentito parlare di Milone e di Chiofalo? Sono persone che operano in quella zona! GASPARE MUTOLO. Conosco Carmelo Milone il quale, fino a poco tempo fa, aveva un'imputazione; insieme a Chiofalo comandava da una certa frazione a Barcellona Pozzo di Gotto. PRESIDENTE. Erano loro i capi? Pag. 1246 GASPARE MUTOLO. Più che altro lo era Milone. PRESIDENTE. Facevano parte di Cosa nostra? GASPARE MUTOLO. No. PRESIDENTE. Sa cosa vuol dire essere "fuori confidenza"? GASPARE MUTOLO. Non lo so. PRESIDENTE. Cosa vuol dire: essere stato "posato"? GASPARE MUTOLO. Quando uno viene messo fuori famiglia, come è accaduto a Gaetano Badalamenti, si dice che è stato "posato": "Mettiti qua, fatti i fatti tuoi, non parlare più di Cosa nostra". PRESIDENTE. In Sicilia esiste una commissione regionale? GASPARE MUTOLO. A Catania, ad Agrigento, a Caltanissetta, a Trapani vi erano alcuni rappresentanti tra cui ho conosciuto un certo Cannizzaro, con il quale siamo stati processati insieme per traffico di droga, rappresentante della provincia di Catania nel 1982. Ho conosciuto poi sia Settecase sia Vincenzo Colletti di Agrigento. PRESIDENTE. Le risulta comunque l'esistenza di un organismo regionale? GASPARE MUTOLO. Ne ho sentito parlare a carattere generale e non come una cosa concreta. Quando in una provincia sorgevano problemi veniva una certa persona. Per esempio, per un certo periodo a Palermo venne Settecase a dirci che ad Agrigento erano sorti alcuni problemi. Ciò per avere delle indicazioni non con un ruolo decisionale. Uguale è Catania. Sapevo quindi che esisteva un organismo del genere, però, pur conoscendo tre personaggi, non si dava tanto peso a chi veniva dalle altre province. PRESIDENTE. Quindi è Palermo che comanda. GASPARE MUTOLO. Indiscutibilmente, non vi è paragone con le altre province! PRESIDENTE. Torniamo per un momento nella zona messinese. Ha mai sentito parlare di un certo Galati Giordano Orlando, detto Nino "u ssuntu"? GASPARE MUTOLO. No. PRESIDENTE. Le risulta che a Messina vi sia un rappresentante provinciale di Cosa nostra? GASPARE MUTOLO. No, di Cosa nostra no, so che vi sono persone vicine a Cosa nostra, che sono stati creati dei gruppi, però questa zona si avvicina più alla Calabria che non all'ambiente mafioso palermitano. PRESIDENTE. Nei primi anni settanta vi era stato un progetto di Cosa nostra volto ad uccidere uomini delle istituzioni? GASPARE MUTOLO. Verso il 1974-1975 si pensò di cercare in qualsiasi modo di parlare con i giudici, con i poliziotti, anche perché si era stanchi di tutta questa forma di associazione che si inventavano i vari commissari ed i vari marescialli. Ricordo che nel 1963-1964 la polizia aveva studiato un metodo molto efficace: se a Pallavicino veniva uccisa una persona, il commissario arrestava tutti i mafiosi imputandoli di omicidio e di associazione. Intanto costoro scontavano tre anni di galera, dopo di che si pensava sul da farsi. A quell'epoca quasi tutti i mafiosi erano in galera. Dopo, forse presi da quanto accadeva in Italia con il terrorismo, si cambiò metodo di lotta. Ricordo che a quell'epoca fui processato insieme a Riccobono ed a Micalizzi e pochi giorni prima al tribunale fu esposta la bara contenente le spoglie di Terranova. Avevamo i migliori avvocati di Palermo e d'Italia i quali nel difenderci non ci hanno disegnati come impiegati o galantuomini ma hanno detto: "Se ancora Pag. 1247 oggi possiamo uscire la domenica con i bambini e andare in chiesa o in piazza è grazie a queste persone". Dico ciò per far compredere la mentalità. PRESIDENTE. Perché nelle altre città vi era il terrorismo? GASPARE MUTOLO. Sì. Sia per ciò che avveniva nel resto d'Italia sia perché le persone si conoscevano. Se si fosse trattato di un impiegato di banca, l'avvocato non avrebbe detto in tribunale: "Se ancora oggi possiamo uscire la domenica...". Questo per comprendere la mentalità che si aveva del mafioso in quel periodo. Però, quelli che comandavano erano stanchi di subire questa applicazione. PRESIDENTE. Quelli che comandavano all'interno di Cosa nostra? GASPARE MUTOLO. Certo. Ovviamente non assistevo a tutti i discorsi per cui riferisco ciò che ho sentito dire. Si decise di assoggettare o di uccidere dei magistrati facendo il seguente ragionamento: "Se quando è commesso un omicidio viene un commissario e ci porta tutti in galera, tanto vale stare in galera perché ammazziamo uno di questi..." (vi erano persone più moderate ed altre più aggressive che volevano ammazzare tutti, pensando che peggio di questi non ne sarebbero potuti venire). Si fece quindi un'opera di intimidazione: ricordo che, con un certo Micalizzi, bruciai due macchine di un avvocato a Pallavicino. PRESIDENTE. Perché proprio ad un avvocato? GASPARE MUTOLO. Nel progetto erano compresi anche avvocati e magistrati. PRESIDENTE. Ma gli avvocati non vi aiutavano? GASPARE MUTOLO. Secondo noi avrebbero potuto fare di più. PRESIDENTE. E non lo facevano. GASPARE MUTOLO. Secondo noi non facevano tutto quello che avrebbero dovuto fare. Tra i poliziotti si dovevano uccidere quelli che comandavano a Palermo. PRESIDENTE. Chi erano? GASPARE MUTOLO. In quel periodo c'erano Boris Giuliano, De Luca, Contrada, il capitano Russo, cioè coloro che davano più fastidio a Cosa nostra. PRESIDENTE. Cosa faceste, li intimidiste prima o li uccideste direttamente? GASPARE MUTOLO. Sono stato arrestato nel 1976 e già questi obiettivi erano stati individuati. Il bar dove è stato ucciso Giuliano (che abitava lì) era di un mio cugino ed io avevo il compito di osservare quando egli scendeva: riferii infatti che ad una certa ora andava a prenderlo una macchina con una sola persona. Per quanto riguarda De Luca, riuscimmo ad individuare dove abitava; si scoprì anche dove si recava il dottor Contrada. Successivamente sono stato arrestato e alcune di queste persone sono state uccise. PRESIDENTE. Una sola è stata uccisa: Giuliano; e in seguito anche Russo. Si è chiesto perché gli altri due non siano stati uccisi? GASPARE MUTOLO. Nel 1981, quando sono uscito dal carcere, ho chiesto come mai alcuni - e mi riferisco al dottor Contrada - non fossero stati uccisi. PRESIDENTE. La Commissione già conosce le sue dichiarazioni. GASPARE MUTOLO. Io ero stranizzato per il fatto che Contrada, capo della squadra mobile, fosse ancora vivo, ma Riccobono mi disse di non preoccuparmi perché "Contrada è nelle nostre mani; anzi, se ti fermano, chiama lui e se ti portano in questura dì che lui sa". Pag. 1248 PRESIDENTE. Chiese anche di De Luca? GASPARE MUTOLO. Se De Luca non se ne andava, sarebbe morto. Stando a quello che hanno detto a me, se ne è andato proprio perché ha capito che Riccobono gli dava la caccia. So che è uno di quelli che si sono salvati in extremis. PRESIDENTE. Andò a Catania? GASPARE MUTOLO. A Milano e a Catania, ma l'importante non era questo. PRESIDENTE. E il dottor D'Antone? GASPARE MUTOLO. Non vi era il progetto di ucciderlo. Si trattava di una persona buona nel senso che se gli si diceva qualcosa ... PRESIDENTE. Non era particolarmente dannoso per voi. GASPARE MUTOLO. Sì, non era aggressivo. PRESIDENTE. Come era invece Giuliano. GASPARE MUTOLO. Esatto. Oppure non gli si dava peso anche perché, se non erro, in quel periodo, il dottor D'Antone era nella buoncostume e quindi non gli si dava peso come se fosse stato nella squadra catturandi. Quindi a noi non interessava se andava ad arrestare... PRESIDENTE. Il progetto non era tanto di uccidere quanto di risolvere un problema costituito dal fatto che contestando l'associazione per delinquere si procedeva a numerosi arresti. Per cui o si intimidiva la gente e questa cambiava strada oppure si uccidevano. GASPARE MUTOLO. So che Stefano Bontate è stato il primo ad entrare in contatto con il dottor Contrada tramite il conte Arturo Cassina. Non so quali fossero i loro rapporti di amicizia però dopo il sequestro del figlio, Cassina era impaurito e si era affidato alla protezione della mafia, tanto che un certo Giovanni Teresi, da sempre sottocapo della famiglia di Stefano Bontate, era la persona di fiducia del conte. I rapporti si sono creati in questa maniera. La mafia non uccide per il gusto di uccidere, anzi se può cerca di evitarlo. Si arriva all'omicidio quando si vede un nemico, quando si individua in una determinata persona un pericolo. PRESIDENTE. Avevate mai parlato fra voi del questore Immordino? GASPARE MUTOLO. Le posso dire che si parlava di questi poliziotti competenti che erano al vertice della questura; poi c'erano i magistrati, ai quali, se non si aggiustavano, si dovevano spaccare le gambe, o qualcos'altro. Anche gli avvocati dovevano imparare a mettere la testa a posto. PRESIDENTE. Gli avvocati dovevano essere più agguerriti? GASPARE MUTOLO. Sì; infatti, dopo le cose sono un po' cambiate. Gli avvocati sono persone a contatto con gli imputati: sono stati i primi a dire: "Sì, ora facciamo, ora cerchiamo".... Per loro tramite, si arrivò a parlare con qualche magistrato; infatti, tacitamente si raggiungeva qualche risultato, non si parlava più di processi per associazione. Anche se nessuno lo diceva, la polizia non faceva i verbali, il magistrato non li chiedeva: per un certo periodo andò bene. PRESIDENTE. A questo proposito, anticipando una questione sulla quale torneremo, le domando: quando arrivò a Palermo il giudice Chinnici, mi sembra che cominciarono nuovamente i processi per associazione e che vi fu una protesta. Lo ricorda? GASPARE MUTOLO. Già noi sentivamo che il Chinnici era una delle persone che, insieme con qualche altro Pag. 1249 poliziotto, voleva riattivare nuovamente i processi per associazione mafiosa. Sin dal 1982 (quando ero ancora libero), si diceva che si stava cercando di uccidere il dottor Chinnici, perché si ventilava che c'erano due rapporti che la polizia o i carabinieri stavano facendo, ed era venuto all'orecchio di qualcuno (ma poi ce lo dicevano a tutti) che, se il giudice istruttore per i due rapporti fosse stato Rocco Chinnici, avrebbe fatto i mandati di cattura. Senza conoscere il dottor Chinnici e senza sapere dove abitava, tramite Saro Riccobono so però (anche se non sicuramente, si potrebbe accertare) che il giudice si stava facendo un villino nella zona di Cardillo sulla montagna e che un certo Spatola Bartolomeo andava a controllare. Non si fece saltare in aria il giudice in quel periodo perché tre persone della scorta andavano a controllare a terra e fra i cespugli. Dopo mi hanno arrestato e non ho più seguito... PRESIDENTE. Quindi, non si fece saltare in aria prima il dottor Chinnici a causa della scorta che andava a perlustrare il posto, o per non far saltare in aria anche la scorta? GASPARE MUTOLO. Principalmente per la scorta: erano due aspetti che coincidevano. La scorta andava prima del dottor Chinnici: c'erano tre persone che controllavano, come vedeva questo che guardava da lontano con il cannocchiale. Forse, se il giudice fosse andato insieme con la scorta, si sarebbero fatti saltare in aria: però, i poliziotti o i carabinieri andavano prima del giudice per controllare. PRESIDENTE. Le risulta che ci sia stata una protesta degli avvocati contro il dottor Chinnici perché si rifacevano i processi per associazione? GASPARE MUTOLO. Non mi risulta. PRESIDENTE. L'omicidio di Terranova, se non erro nel 1979, rientra in questo quadro o appartiene ad un altro tipo di motivazione? GASPARE MUTOLO. L'omicidio di Terranova non rientra nel disegno del 1975-1976 ma rientra sempre nel quadro per il quale, nel momento in cui una persona prende corpo e si vuole prendere la briga di combattere la mafia, se è possibile, si elimina. PRESIDENTE. Può spiegare meglio come si decide un omicidio? Lei, parlando con i magistrati, ha detto che ci può essere anche una notevole distanza di tempo fra il momento in cui si decide ed il momento in cui si realizza l'omicidio. Una cosa è certa: che quando si decide si fa. GASPARE MUTOLO. Faccio un esempio: Mutolo per adesso sta collaborando e sta recando un danno alla mafia. Certamente, se fossi a Palermo, sia in caserma, sia in traduzione, qualcuno tirerebbe un colpo di missile. Per la mafia, la cosa più impegnativa è individuare l'obiettivo, non colpirlo; non è un problema colpire, almeno a Palermo, mentre in Italia può essere diverso. Nel mio caso si rischia, perché sono un pericolo continuo in quanto si va avanti ma io sto continuando a parlare. Se invece avessi parlato e mi fossi fermato, la decisione di uccidermi ci sarebbe stata lo stesso ma non vi sarebbe stata premura: quando capitava il momento più opportuno, sarebbe arrivato il "colpettino". A volte si aspetta che in Italia succeda un fatto eclatante per dare un "colpicino" da far passare alla chetichella. Qualche volta i giornalisti non hanno da fare e allora si concentrano su quello che succede; se, però, avviene in Italia un fatto importante, qualcos'altro giù a Palermo può passare più inosservato. PRESIDENTE. Come viene presa la decisione: si riunisce la commissione? GASPARE MUTOLO. Si deve riunire la commissione; si riunisce per parlare dei problemi da affrontare: non c'è necessariamente una persona che deve scegliere o incaricata di individuare gli obiettivi da colpire. No, gli obiettivi si Pag. 1250 sanno: se mi risulta che un avvocato cerca di fare il doppio gioco (con la polizia, non con i magistrati), porto il caso in commissione e l'avvocato viene ucciso. Se questo ha in mano un personaggio importante o può uscire qualcosa di importante, si uccide subito; altrimenti si aspetta il momento in cui la persona può essere un po' denigrata. PRESIDENTE. Che lei sappia, o possa ritenere, ci sono oggi persone per le quali è stato deciso l'omicidio e non è stato ancora eseguito? GASPARE MUTOLO. Sissignore, e credo più di una. PRESIDENTE. Quando la decisione riguarda non la persona che ha fatto una cosa specifica ma un uomo politico come La Torre o Mattarella, si svolge una discussione politica al riguardo, oppure no? GASPARE MUTOLO. Certo, io non la so fare, ma fra personaggi mafiosi, logicamente, si parla qualche volta di politica. Comunque, a Palermo, non è che di politica ce ne intendiamo tanto: a volte, andavo a Milano e vedevo persone che parlavano di politica nella piazza, mi meravigliavo e dicevo a mio cognato: "Ma sono pazzi, o scemi, qua tutti parlano!" A Palermo, che capiscono di politica? A Palermo votano per comodità, per un favore, perché magari si portano i trenta litri di benzina o si regala il buono da centomila lire per fare la spesa. Certo, ora ho letto che ci sono molti giovani che si riuniscono. Vent'anni fa in politica per noi uno valeva l'altro. Noi conoscevamo la politica che dovevamo fare, poi non ci interessava... anche perché non capivamo, non si sapeva quali problemi erano... a questa politica non ci si dava peso. Si viveva un'altra realtà... PRESIDENTE. La cosa che a noi interessava era questa: nella commissione si fa una discussione anche politica sulle persone da uccidere? Quando si tratta di uccidere uomini politici come Mattarella o La Torre, si fa una valutazione anche politica della persona? GASPARE MUTOLO. No, no! PRESIDENTE. Non che lo si uccide perché è di un partito, non voglio dire questo! GASPARE MUTOLO. Si fa la valutazione per il danno che quella persona può fare. PRESIDENTE. Il problema è il danno... GASPARE MUTOLO. ... non se quello è politicamente più bravo. Non avevo capito... PRESIDENTE. Non mi sono spiegato bene io. GASPARE MUTOLO. Io posso essere comunista (i comunisti per un certo periodo a Palermo non comandavano niente), però c'era un onorevole che abitava vicino al motel Agip - non mi ricordo come si chiamava - uno bassino; si stava decidendo di ucciderlo perché parlava troppo, ma poi non è stato più ucciso, perché i cervelloni hanno capito che se fosse stato ucciso sarebbe diventato un martire. ALFREDO BIONDI. Meglio vivo che morto! PRESIDENTE. Come si scelgono i killer che devono eseguire l'omicidio? GASPARE MUTOLO. Non viene fatta una scelta di volta in volta; i killer vengono scelti a periodi. A seconda dei periodi ci sono famiglie che hanno più importanza perché al loro interno c'è più unione. Non si sceglie per ogni omicidio; ci sono alcuni gruppi, quando un omicidio è importante, di solito il compito viene assunto sempre da quello che ha una rosa di persone. Dipende dal punto e dal luogo, perché magari se si deve fare un omicidio a Partanna Mondello io posso Pag. 1251 essere più pratico, perché so che ci sono le campagne, i "malasiani", dove mi posso andare a rifugiare se arriva la polizia... PRESIDENTE. Non ho compreso la parola: i magazzini? GASPARE MUTOLO. I magazzini. PRESIDENTE. C'è una ragione di potere per la quale, se si fa un omicidio a Partanna Mondello, gli esecutori devono essere di Partanna Mondello per dimostrare che dispongono degli uomini per fare questa operazione? GASPARE MUTOLO. Se è il periodo in cui la famiglia di Partanna Mondello è forte, sì; si impone e dice: "Le persone le metto io". Se non conta niente o è in bassa fortuna le dicono..., ma a volte neanche glielo dicono. Lo sa perché si sa, ma non si può sapere il giorno, l'ora in cui si fa un certo omicidio. Dipende dalla potenza che uno ha in certi periodi in Cosa nostra. PRESIDENTE. I killer devono essere necessariamente di Cosa nostra? Combinati? GASPARE MUTOLO. Sì. PRESIDENTE. Sono tutti combinati? GASPARE MUTOLO. Se non sono combinati, ma sono persone vicine, subito dopo li combinano. Ma questo può succedere per un omicidio normale, per un ragazzo, ma se è un omicidio importante non ci va quello che non è combinato per esserlo subito dopo! PRESIDENTE. Quindi, quando un killer non appartiene a Cosa nostra lo combinano subito dopo? GASPARE MUTOLO. Sissignore. Può succedere ma in casi rarissimi. Io conosco solo questo Rotolo Salvatore che non è combinato, ma credo che quello che ha messo vicino questa persona ha pagato con la vita, perché oltre a lui c'era anche qualche altro. Magari non potevano uccidere persone che non avevano nessuna colpa, però hanno ucciso il responsabile che creò questa situazione, un certo Filippo Marchese. Lo hanno ucciso perché si era circondato, non tanto perché si circondava lui... magari c'erano personaggi della sua famiglia i quali mettevano accanto persone che poi per un motivo o per l'altro non si è potuto combinare. Qualcuno si è messo a collaborare come Sinagra, quindi gli hanno addossato tutta la colpa. Ognuno sta attento a frequentare una persona che non può essere combinata. Sono stati sbagli che qualcuno ha compiuto nel 1981-1982, mentre c'era, mentre avevano una certa confusione, perché volevano sempre ammazzare e quindi cercavano persone nuove. PRESIDENTE. Può spiegare alla Commissione, secondo lei, quali sono i motivi per i quali sono state commesse le due stragi di Capaci e di Via D'Amelio? GASPARE MUTOLO. Secondo quello che so sia l'omicidio di Falcone sia quello di Borsellino viene inquadrato senza ombra di dubbio nel discorso che uno era l'uomo più pericoloso: infatti, l'intelligenza del giudice Falcone è ben nota; non so se in altri campi era intelligente, ma nel combattere la mafia la sua capacità era indiscussa - e rappresentava quindi un elemento da eliminare - l'altro era il depositario di una cultura che allora non tutti i magistrati avevano. Certo ora speriamo che si vada avanti con questi collaboratori, i discorsi si vanno meglio specificando, si sta entrando nel problema, ma fino ad allora Falcone era un potenziale pericolo - non stava senza dare continui grattacapi alla mafia - Borsellino, anche se in apparenza molto più bonario, già nel 1980 si era parlato di eliminarlo perché il Madonia Francesco si sentiva perseguitato da lui, avendo egli emesso alcune mandati di cattura, del capitano Basile, come mandante... Pag. 1252 PRESIDENTE. Tuttavia, per un giudice è normale emettere mandati di cattura per un omicidio, o prima non eravate abituati? GASPARE MUTOLO. Il giudice Falcone non veniva considerato un giudice normale; lo si considerava uno che combatteva. Ho conosciuto il giudice Fal-cone anche dall'altra parte; mi ha interrogato, ma io sono sempre caduto dalle nuvole. Questa è l'unica arma che abbiamo quando viene il giudice, quella di fare la vittima, senza cercare di controbattere. Conoscevo il giudice Falcone e ne avevo sentito parlare da tanto tempo. Mi ricordo che a Palermo, mentre era in corso il maxiprocesso, addirittura si diceva che abitava nella piazzetta di Valdese, dirimpetto alla Sirenetta. Si parlava di ucciderlo, stavano pensando di farlo, ma allora il giudice Falcone si spostava molto scortato e, magari, non si era ancora entrati nella mentalità di uccidere numerose persone... Insomma, si evitò appunto per non provocare una strage, ma il pensiero pacifico, tranquillo, l'obiettivo era che lui dovesse essere comunque ucciso per tutte le associazioni che lui aveva fatto nel 1983... Certo, perché questo fattore così eclatante della strage? Secondo me si è visto che il giudice Falcone era la continuità, seguiva come una maledizione il maxiprocesso. I mafiosi ed i loro avvocati cercavano di inventare una scusa, invece si sapeva, anche se i ministri di grazia e giustizia o dell'interno facevano delle leggi, si capiva che vi era qualche persona che conosceva effettivamente i problemi da controbattere. Pensi - l'onorevole Biondi lo saprà meglio di me - che per il maxiprocesso si sono fatte quattro o cinque leggi per non far uscire... PRESIDENTE. A questo proposito, intervenne in particolare una legge riguardante la lettura degli atti... Non so se lei ricorda quando voi chiedeste la lettura degli atti... GASPARE MUTOLO. Lo ricordo eccome. PRESIDENTE. Quale reazione vi fu in proposito all'interno di Cosa nostra? GASPARE MUTOLO. Questo discorso si fece tranquillamente anche perché era stato suggerito da un avvocato... ma la cosa che si commentò - non ricordo se ci fosse il giudice Grasso - era che stava facendo passare questo discorso degli atti dicendo "li diamo per letti", come fosse una fesseria mentre dopo l'avvocato, con molta contentezza, disse: "Ma se non ero attento, stava passando, invece l'ho bloccato..." PRESIDENTE. Poi venne varata una legge che superava questa cosa. GASPARE MUTOLO. Sono state adottate quattro o cinque leggi e si commentavano le strategie dell'avvocato. Noi avevamo già delle strategie: c'erano avvocati presenti, per esempio, a Trapani, che facevano dei processi e che invece si davano per presenti anche a Palermo. Queste erano cose che si dovevano portare in Cassazione per buttare insomma il processo... delle nullità. C'erano avvocati completamente... Dicevano: domani mi danno presente, io ho un processo a Trapani, tanto qua sto, questa è cosa da annullamento... C'era tutta una strategia. Certo, si voleva uscire alla scadenza dei termini perché c'era la maturazione, ma le inventavano tutte al Governo: i giorni... PRESIDENTE. Il computo dei termini... GASPARE MUTOLO. Qual era il fattore confortevole per noi mafiosi, ossia qual era il discorso del processo? Che nessun giudice, nessun presidente di ruolo, competente, aveva accettato di fare questo processo perché non ha voluto sottostare alle direttive che aveva il proseguimento di quel processo. Siccome quel processo si prospettò subito come politico, quindi tutta la mafia... Forse l'unico sbaglio del dottor Falcone è stato quello di far capire a tutto il mondo che la mafia era rappresentata da quelle Pag. 1253 persone che erano in galera, condannate le quali la mafia sarebbe stata distrutta. Questo secondo me è stato l'unico sbaglio. Quindi tutte le cose che il detenuto cerca, che studia e che si inventa perché, anche se il recluso non è molto intelligente, paga l'avvocato che ha il dovere di seguire... E' anche un discorso di coscienza... L'unica cosa bella era che il presidente che seguì il maxiprocesso non aveva per noi alcuna importanza perché era un civilista. Poiché nessun presidente si volle prestare a seguire il processo non volendo essere condizionato, questo era un discorso molto confortevole per noi. Il presidente Giordano, affiancato certo da qualche altro magistrato molto valido, ha portato a compimento questo processo. C'erano, però, tanti di quei cavilli, che si mormorava fin da allora che la prima sentenza si doveva accettare più che altro come un atto politico, non come un atto di condanna anche perché dalle esperienze degli altri processi - è facile riscontrare che processi molto importanti non si sono mai... PRESIDENTE. Non si sono chiusi. GASPARE MUTOLO. Si sono sempre persi per strada. Dopo c'è stato il discorso di Tortora, il discorso del socialismo che con i radicali conducono una campagna... PRESIDENTE. Il referendum sulla responsabilità. GASPARE MUTOLO. Era un discorso che ci dava forza e ci portava a dire: "Va bene, per come vanno le cose, non è che questo processo arriva in Cassazione, in appello..." PRESIDENTE. Si sistema. GASPARE MUTOLO. Gli interessamenti si cercavano anche dall'altro lato, sia politico, sia attraverso i magistrati, a qualsiasi livello perché per la prima volta erano in galera o latitanti personaggi importanti, che potevano spendere molti soldi; in sostanza, non si badava a spese. Dopo l'appello, è successo... PRESIDENTE. L'appello come fu accolto da voi? GASPARE MUTOLO. L'appello fu accolto perché già vi era un giudice di merito; quindi si sapeva che, almeno dagli orientamenti che avevano gli avvocati, un presidente non può addirittura ribaltare una sentenza; comunque già un giudice di merito le dava una certa aggiustata, anche in previsione di quella che era la Cassazione di quel periodo... di annullare tutto in Cassazione, cioè non di ridurre, ma di annullare tutti i processi. PRESIDENTE. Era stato contattato un giudice di appello per tentare di sistemare la cosa? GASPARE MUTOLO. Contattare propriamente no; non è che i giudici si contattano prima; semmai, mentre il processo viene assegnato ad un certo magistrato, si fa quell'opera di persuasione che, purtroppo, si prende alla larga, si scovano parenti ed amici, l'infanzia... Non si va dal giudice a dire... C'è tutto un lavoro di investigazione... PRESIDENTE. C'è tutto un lavorio. Si agisce però anche con sottili intimidazioni o soltanto con la persuasione? GASPARE MUTOLO. Certo, quando si arriva ai giudici popolari... Sulle corti di assise gioca molto il ruolo dei giudici popolari, anche se questi ultimi non capiscono niente e quindi se un presidente è convinto... PRESIDENTE. Li trascina. GASPARE MUTOLO. Ha il modo... Se però al giudice popolare si dice: "Mi devi portare la prova", che nei processi di mafia la prova non è... tu devi dire soltanto: "Mi devi portare la prova". Anche per il presidente non è tanto facile... Pag. 1254 PRESIDENTE. Quindi, anche sul giudice popolare si esercita una pressione più diretta? GASPARE MUTOLO. Il giudice popolare è una persona normale e di solito non fa resistenza, celebra il processo e vuole stare tranquillo. Cosa diversa è il giudice togato il quale ha una carriera e fa quel lavoro per mestiere, quindi affronta i rischi della sua professione. Su cinque giudici popolari forse uno non si può avvicinare perché si teme che abbia un parente poliziotto, ma quasi tutti si possono avvicinare. Costoro possono provenire da qualsiasi punto della Sicilia; si fa comunque un'opera di conoscenza senza arrivare quasi mai alla minaccia. Certo, in casi estremi si può giungere anche alla minaccia, ma di solito non ci si arriva mai. PRESIDENTE. Lei ci ha spiegato che in appello si dette un'"aggiustata" a questo processo. GASPARE MUTOLO. Sì, lo stesso fatto che si parlava con gli avvocati, che vi era un giudice competente ... PRESIDENTE. Cosa vuol dire "giudice competente"? GASPARE MUTOLO. Noi facevamo paragoni tra il presidente Giordano, che è un civilista... Quindi si aveva la preoccupazione si si prendeva un altro presidente, preso a casaccio, che poteva benissimo non capire nulla, si metteva là per dire: tu devi condannare questo o quello. Non so se mi sono spiegato. Nel momento in cui ciò non è accaduto siamo stati contenti. Gli avvocati cercano di sondare gli orientamenti del presidente in ordine alla sua linea di condotta. Sono cose che non è facile spiegare. PRESIDENTE. Quindi questa sentenza d'appello era più favorevole a voi rispetto a quella di primo grado. GASPARE MUTOLO. La sentenza della corte d'appello è stata buona perché, in qualche modo, ha rotto il teorema della commissione. Naturalmente in Cassazione apparentemente non dovevano esservi problemi. PRESIDENTE. Come facevate ad essere così tranquilli che in cassazione non sarebbero sorti problemi? Devo dirle che la Commissione conosce le dichiarazioni da lei rese su questi punti; dico ciò per sua tranquillità. GASPARE MUTOLO. Innanzitutto perché conoscevamo l'orientamento del giudice Carnevale della prima sezione e questo è un fatto pacifico; inoltre sapevamo l'interessamento degli avvocati molto vicini ed amici del giudice Carnevale. PRESIDENTE. Questi avvocati li sceglievate anche perché amici del giudice Carnevale? GASPARE MUTOLO. Gli avvocati si scelgono a seconda del presidente. Se sappiamo che un presidente è democristiano, scegliamo un avvocato democristiano; se invece un presidente è comunista, scegliamo un avvocato comunista. PRESIDENTE. Cercavate una persona che potesse parlare al presidente con maggiore facilità? GASPARE MUTOLO. Con l'apporto dell'avvocato e quello delle altre persone si arriva ad una conclusione più favorevole per l'imputato. PRESIDENTE. Cosa si diceva nel vostro ambiente del dottor Carnevale? GASPARE MUTOLO. Si parlava molto di questo magistrato molto coraggioso e forte che sapeva imporre la propria volontà. Certamente un magistrato non può comandare un'intera sezione, per cui alcuni suoi colleghi condividevano le sue idee, però il giudice Carnevale era una garanzia più che altro per l'esperienza per quanto accaduto durante la celebrazione di questi processi di mafia. Si Pag. 1255 diceva: "C'è Carnevale". Sia lodato Gesù Cristo!". Dopo si cercava l'avvocato, si cercava... PRESIDENTE. Sulla base di ciò che ha detto vi furono anche interventi di carattere politico per la risoluzione in Cassazione del maxiprocesso? GASPARE MUTOLO. Logicamente vi furono. PRESIDENTE. Può spiegarlo alla Commissione? GASPARE MUTOLO. Sapevo, sia per dirette conoscenze sia perché ne parlai con Ignazio Salvo, che aveva degli agganci con magistrati del tribunale di Palermo e con alte personalità politiche di Roma. PRESIDENTE. Con politici nazionali? GASPARE MUTOLO. Sì. PRESIDENTE. Non siciliani? GASPARE MUTOLO. No, nazionali. Si disse che dell'andamento del processo dovesse interessarsi anche l'onorevole Lima. Forse perché la linea politica a Roma cambiò, le promesse allora fatte (non posso certo dire di aver parlato di queste cose con l'onorevole Lima) non furono mantenute. PRESIDENTE. Vi avevano promesso anche l'annullamento della sentenza in Cassazione? Perfino del provvedimento di Falcone? GASPARE MUTOLO. Si disse che tutto sarebbe ritornato in istruttoria in quanto vi erano vizi procedurali. PRESIDENTE. Quindi gli avvocati vi dissero: annulleranno tutto e tutto tornerà nuovamente in istruttoria. GASPARE MUTOLO. Sì. PRESIDENTE. Questo ve lo disse anche Ignazio Salvo? GASPARE MUTOLO. No, Ignazio Salvo no. Questi discorsi li fecero personaggi mafiosi che avevano parlato probabilmente con qualche avvocato o con qualche personaggio politico. PRESIDENTE. Quale fu il ruolo di Lima in questa vicenda? GASPARE MUTOLO. Non posso rispondere con sicurezza alla domanda, posso solo fare delle deduzioni attraverso le mie conoscenze e quanto ho sentito dire. Purtroppo dobbiamo ritornare nella realtà palermitana; a quello che una persona può subire essendo in politica. Il ruolo qual era? Fra che Lima diede garanzia che a Roma si sarebbe risolto tutto. PRESIDENTE. Lui praticamente faceva da tramite per le vicende romane? GASPARE MUTOLO. Sì. PRESIDENTE. Dava le garanzie su quello che accadeva a Roma? GASPARE MUTOLO. Lui aveva degli agganci nel tribunale di Roma. Non so però a chi si rivolgesse. PRESIDENTE. Nel fare questo ragionamento siamo partiti dalle stragi di Capaci e di via D'Amelio. Facendo un passo indietro, devo notare che entrambe le stragi sono eclatanti ed è questa una novità. Cosa nostra fa saltare addirittura un tratto di autostrada e quasi un palazzo in via D'Amelio. La domanda è la seguente: non si sono mai verificate in passato due stragi così vicine tra loro. Può dare una spiegazione di ciò? Ad un certo punto bastava aver ucciso Falcone, avrebbero potuto aspettare ancora un po', come mai subito dopo si è voluto uccidere anche Borsellino? Perché queste stragi e dopo basta? Pag. 1256 GASPARE MUTOLO. Basta perché sono scesi i militari, quindi logisticamente è diventato più difficile muoversi con la dinamite. Bisogna comprendere che, dopo che la sentenza è divenuta definitiva, alcune persone si sono sentite perse, per cui vi era bisogno di una nuova cultura garantista. Ci si può domandare come sia possibile che dopo un processo definitivo si abbiano ancora speranze. Ciò deriva dal fatto che in alcuni casi vi è stata la revisione del processo. Non voglio fare un discorso troppo complicato, perché da molti anni non ho contatti con la Sicilia, però, so che la mentalità delle persone che sono in galera e che devono scontare l'ergastolo cozza con la realtà perché il mafioso non è abituato a subire condanne. La sentenza della Corte di cassazione ha rappresentato l'inizio della fine, per cui occorreva capovolgere tutto cominciando dal mondo politico e dalla magistratura. A mio avviso, appena si allenterà la tensione, vi saranno altri attentati - mi auguro che non sia così - perché quando un animale è ferito diventa più pericoloso di un animale selvaggio ma sano. PRESIDENTE. Il fatto che adesso Palermo non sia praticabile come prima a causa della presenza dei militari può portare Cosa nostra ad attuare fuori dalla Sicilia gli attentati che a Palermo non sono possibili? GASPARE MUTOLO. Cosa nostra ha agganci in diverse città d'Italia (Napoli, Milano, Roma, Firenze). La mentalità, comunque, è ancora quella di fare queste cose nella nostra terra per dare il segno preciso di una mafia che si ribella agli orientamenti del Governo. Potrebbe semmai prendere in considerazione un obiettivo facile; ma se occorre far rischiare l'ergastolo a tre o quattro persone, non opera nemmeno a Reggio. Comunque, in Italia vi è qualche obiettivo costituito da qualche funzionario, politico o magistrato che cerca di distruggere la mafia; vi sono, infatti, dei personaggi a rischio, anche se nel resto d'Italia non è come in Sicilia, però se a Roma, Milano o Torino la mafia trova quel terreno fertile che a Palermo c'è sempre stia tranquillo che lo fanno andare lì. PRESIDENTE. Ad un certo punto lei ha detto che avrebbe dovuto far riferimento a discorsi di molto tempo fa. Intendeva parlare di ipotesi di tipo autonomista o separatista della Sicilia sulle quali puntare per la revisione dei processi? GASPARE MUTOLO. Prima si facevano discorsi di separatismo. PRESIDENTE. Intende riferirsi al tempo di Giuliano? GASPARE MUTOLO. Ne sentivo parlare quando ero in galera o al tempo del golpe Borghese e di Sindona. Parlando con persone importanti nell'ambito della mafia si poteva capire che si aspirava ad una Sicilia autonoma ma con l'appoggio degli americani, e non certamente dei russi, perché molti siciliani hanno figli e nipoti in America. Questo conflitto tra America e Russia che rappresentava il motivo basilare dell'orientamento della mafia non esiste più. I mafiosi ora se debbono uccidere qualcuno lo fanno, ma se tutto il popolo è contrario ad un determinato orientamento... non dimentichiamo i vespri siciliani. Intendo dire che se gli operai scendono in piazza sono in grado di prendere i mafiosi a martellate, per cui questi non possono decidere da soli. A suo tempo si parlava di separatismo ma in primo luogo dell'America e della convenienza a situarsi sotto la sua influenza. PRESIDENTE. Se non ho capito male lei ha sentito fare questi discorsi al tempo del golpe Borghese e della discesa in Sicilia di Sindona. GASPARE MUTOLO. Quando è venuto Sindona in Sicilia io ero in galera, però so che si facevano discorsi di questo tipo. Pag. 1257 PRESIDENTE. Ha mai sentito parlare del fatto che la Cassazione oltre che a Roma potrebbe essere insediata in tutte le regioni, quindi anche a Palermo, per cui sarebbe possibile la revisione del processo? GASPARE MUTOLO. Logicamente sarebbe un fatto positivo. PRESIDENTE. Stava parlando prima delle due stragi temporalmente così vicine. Come mai? Se la mafia reputa necessario fare il grande attentato, anche per reagire e dimostrare che è forte, dopo sta tranquilla. In questo caso, invece, non è stato così. GASPARE MUTOLO. Potrei darvi una risposta ma non me la sento. Può darsi che volessero dimostrare la loro forza, oppure può darsi che qualcuno stesse parlando... Non me la sento di dare una risposta precisa. PRESIDENTE. Certo, con sicurezza non si può dire, ma lei ci può fornire qualche criterio per capire? GASPARE MUTOLO. Sono validi tutte e due gli aspetti. Falcone era completamente un peso sullo stomaco; per Borsellino si poteva aspettare e c'è stata un'accelerazione, perché di solito si aspetta una reazione, anche se lenta, dello Stato quando viene ucciso un personaggio importante. Può essere che hanno pensato: cosa facciamo, uno - due e stanno tutti sul chi va là perché aspettano il terzo (non c'è due senza tre)? Può darsi che il secondo sia avvenuto perché sentivano che già c'era qualcuno che stava collaborando, però non potrei dirlo con certezza. PRESIDENTE. Risulta che siano stati utilizzati per la strage di Capaci alcuni quintali di esplosivo: era facile procurarselo? GASPARE MUTOLO. Per noi, l'esplosivo non è mai stato un problema, perché ci sono le cave ed abbiamo sempre avuto tutta la dinamite che abbiamo voluto. Non abbiamo mai avuto problemi per le armi e la dinamite. PRESIDENTE. Quindi, non c'era bisogno di procurarseli da fuori? GASPARE MUTOLO. No, penso che non sia possibile che in Sicilia manchi la dinamite. Sa quante cave ci sono in Sicilia? E' come la questione del tecnico, che alcuni dicono essere forse un arabo, o un tedesco... PRESIDENTE. Vuole dire che non c'è bisogno di un tecnico tedesco? GASPARE MUTOLO. Le posso dire che, quando a Palermo saltavano le "giuliette", in Italia non sapevano cosa fosse l'esplosivo. PRESIDENTE. Negli anni sessanta? GASPARE MUTOLO. All'inizio degli anni sessanta. Certo, se a un bambino di allora si dava un computer non poteva usarlo, e ora invece i bambini sono più intelligenti; però, per l'intelligenza che c'era allora, a Palermo, già nel 1962-1963, saltavano le "giuliette" e si pensava che fosse chissà che cosa. PRESIDENTE. Un altro collaboratore ci ha detto che nel caso di un omicidio particolarmente importante non è che si chiedesse l'autorizzazione, però si sentiva da qualche altra parte quale tipo di opinione si avesse sulla sua opportunità e utilità o meno: si è parlato di un'entità. Le risulta qualcosa del genere? GASPARE MUTOLO. Cosa significa entità? PRESIDENTE. Ci hanno detto che quando si deve fare un omicidio importante se ne occupa Cosa nostra, però qualche volta si sente l'opinione di qualche entità, associazione o ente: non abbiamo capito bene perché chi lo ha detto si è riservato di parlarne più specificatamente con i giudici. Pag. 1258 GASPARE MUTOLO. Ho capito: si riferisce ad altre organizzazioni che non sono mafiose? PRESIDENTE. Sì. GASPARE MUTOLO. Non mi risulta nella maniera più assoluta, almeno per quanto ne so io. Lo può sapere per amicizia un personaggio mafioso di un'altra provincia, ma non come obbligo. PRESIDENTE. Da quanto abbiamo capito, però, si tratterebbe non di un'altra organizzazione criminale ma di qualcosa di diverso che non è criminale né mafioso. GASPARE MUTOLO. No, non mi risulta. PRESIDENTE. Si percepiscono segnali che qualche omicidio può non essere sgradito? La domanda è un po' difficile, lo so, ma ci serve per capire. GASPARE MUTOLO. Non è che si uccide una persona per fare piacere ad un'altra, ma principalmente perché si ha la convenienza. Certo, se lo Stato ha, diciamo, "posato" un personaggio, che è in disgrazia, per motivi che possono essere diversi... Ma non è che la mafia uccide una persona per fare un piacere allo Stato. Naturalmente, come in tutti gli omicidi che riguardano giudici, politici, persone importanti, si aspetta il momento in cui quella persona è meno in auge: appena si trova un po' nella bassa fortuna, gli danno il colpo, appunto per non essere attac