Nei lunghissimi anni di questa istruzione mai s'è affacciato alcun pentito. Solo con la vicenda narrata da tal Cozzolino Simone e dal fratello Pietro di Ercolano, confermata da Conte Salvatore di Napoli, tutti e tre collaboratori di giustizia in inchieste di camorra e mafia, appaiono dichiarazioni di tal matrice. I primi due affiliati alla mafia per avere uno dei fratelli Cozzolino sposato una nipote del noto Pietro Vernengo; il terzo già affiliato al clan Bardellino.
Cozzolino Simone in particolare aveva riferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli a fine ottobre 94 che a seguito di rifornimenti di armi da parte della sua famiglia alla mafia vincente di Franco Mafara, Pietro Vernengo, Salvatore Contorno, Stefano e Giovanni Bonafede, Tino Savoca, Mariano Agate ed altri, era stato chiesto dai siciliani un notevole quantitativo di esplosivo in vista di un attentato ai danni Totò Riina ed altri ai loro referenti e fornitori "ginevrini" - in verità si tratta di due belgi e un francese, operanti principalmente nella città elvetica, trafficanti di eroina dalla Sicilia agli Stati Uniti e di armi verso la Sicilia - i quali consigliarono l'uso di valigette esplosive con telecomando ad imitazione del famoso attentato ad Hitler. Uno dei ginevrini portò dalla Svizzera a Milano le valigette richieste, e da Milano a Palermo avrebbe provveduto uno dei fratelli. Al primo o al secondo trasporto l'aereo, sul quale viaggiava il Mafara incaricato, precipitò. Altri particolari il Cozzolino non li conosce bene. Gli sembra che l'imbarco del Mafara fosse avvenuto a Bologna, perchè in questo aeroporto poteva fruire dell'"amicizia" di uno steward. Non sa dire se quell'aereo fosse caduto ad Ustica od altrove. Sa per sicuro che il Mafara viaggiava sotto il suo vero nome e ritiene che avesse con sè delle valigette esplosive perchè in quel periodo doveva avvenire il trasporto. Il fatto era accaduto nel 1980 dopo febbraio, giacchè lo colloca dopo una sua scarcerazione avvenuta in quel mese e anno. Le valigette, specifica da ultimo il collaboratore, contenevano T4 e un congegno elettronico che avrebbe innescato il detonatore dopo essere stato a sua volta attivato da un telecomando a distanza. (v. interrogatorio Cozzolino Simone, DDA Napoli 28.10.94).
Anche se con minori particolari anche l'altro Cozzolino, Pietro, conferma la vicenda, aggiungendo che in un colloquio con Franco Mafara, avvenuto nel febbraio-marzo 81, costui - latitante dall'80 e probabilmente vittima della lupara bianca - avrebbe esclamato "Sti viddani cornuti sono proprio assassini. Non basta già una, mò due a Bologna", intendendo per "viddani" i Corleonesi (v. interrogatorio Cozzolino Pietro, PM Napoli 04.11.94).
Conte Salvatore narra come ha saputo dei fatti. La sua fonte è Cozzolino Pietro, che gli aveva raccontato durante la comune detenzione al carcere di Carinola, che nel 79 si era tenuta a Palermo una riunione di capi mafiosi tra cui Riina Salvatore, Mafara Franco, Bontade Stefano, Agate Mariano, Mangano Vittorio ed altri, riunione indetta dall'ing. Lo Presti cugino dei fratelli Salvo, al fine di controllare le iniziative del Consigliere Istruttore di Palermo Chinnici. In questa riunione si prese la decisione di avvisare i politici perchè intervenissero e fermassero la magistratura, e si chiese anche l'intervento dell'on.le Andreotti. La "Procura" nonostante tali iniziative non desistette. E di conseguenza quel vertice mafioso decise, secondo quanto preteso da Bontade, la commissione di una serie di attentati dimostrativi. Partì così l'operazione di acquisto delle cinque valigette. Ma esse non pervennero mai nelle mani di Bontade, bensì in quelle di Riina, Mafara ed altri corleonesi, che avevano abbandonato il progetto degli attentati dimostrativi, per realizzare invece attentati terroristici che avessero concentrato indagini di polizia e magistratura, inviando contemporaneamente dei messaggi al mondo politico a prova della loro potenza. Secondo il racconto di Cozzolino delle cinque valigette fornite dai "ginevrini", ne erano state utilizzate solo tre una per il DC9 e due per la stazione di Bologna. Il mancato recapito delle valigette, sempre secondo questo racconto, avrebbe creato una ulteriore frattura fra Riina e Bontade; frattura che avrebbe determinato, dopo l'attentato al DC9 di Ustica, l'omicidio di Stefano Bontade e l'ascesa di Salvatore Riina al vertice della cupola (v. interrogatorio Conte Salvatore, GI 24.04.95). Narrazione palesemente e sotto più aspetti contraddittoria determinata dall'intento di dare, senza alcun sostegno probatorio, spiegazione unitaria ad anni di storia criminale; ma soprattutto de relato da racconto altrui, che parlano anch'essi de relato.
Primo tra gli altri quel Cozzolino Pietro che narra quanto gli sarebbe stato riferito da Franco Mafara in un incontro nel febbraio o marzo 81 in un agrumeto nei pressi di S. Maria del Gesù. Egli, il Mafara, sarebbe stato convinto da Mariano Agate ad abbandonare i Bontade e ad associarsi ai Corleonesi. Per tale ragione le valigette in un primo momento destinate ai Bontade, per essere usate contro i Corleonesi, sarebbero pervenute a questi ultimi tramite Leoluca Bagarella. Il Mafara appariva sconvolto per l'uso compiuto delle valigette, affermando "hai visto quei cornuti viddani, questi non sono mafiosi, questi sono assassini, hai visto cosa hanno combinato?... Ma come non sai niente? Che due di quelle valigette le hanno messe a Bologna, non le hanno utilizzate per la guerra tra di loro". (v. interrogatorio Cozzolino Pietro, DDA Napoli 04.11.94).
A parte le contraddizioni di tali versioni e il valore dell'attendibilità di questi personaggi, che immediatamente appare debolissimo se non nullo - personaggi che sembrano ispirati da un intento di dare agli inquirenti una spiegazione ad ogni delitto, attribuendo sempre e comunque matrici di mafia collegata ad ambienti politici e il cui giudizio comunque non compete a questa AG - per quanto concerne il fatto di Ustica, si deve in un primo luogo rilevare che nelle diverse dichiarazioni appaiono due contrastanti versioni sulla connessione con la caduta del DC9 Itavia. Una che vuole questa strage cagionata da un attentato dei corleonesi, come la strage di Bologna; altra che su quell'aereo viaggiasse un Mafara con una delle cinque valigette fornite dai ginevrini al primo o al secondo trasporto - si noti che nell'altra versione essendo state usate due valigette, queste dovrebbero essere successive, considerando che venivano portate una alla volta e ovviamente da altro corriere. Nella prima versione non si tratterebbe comunque di un attentato con quella valigetta, e comunque non si dà spiegazione di quel disastro. Cozzolino Pietro che sostanzialmente è la fonte di entrambe le versioni, in un interrogatorio della mattina non parla mai di Ustica, nel pomeriggio mette in bocca, anche se non esplicitamente, a Mafara Franco il riferimento ad Ustica, e così conferma sulle orme del fratello il collegamento tra Ustica e il Mafara a bordo dell'aereo con una delle cinque valigette - che erano delle ventiquattrore. Ma il Mafara morto in un incidente aereo è Salvatore Antonio, fratello di Franco autore delle indicazioni dell'agrumeto; che perì nel disastro di Punta Raisi del 23 dicembre del 78. In questo disastro cadde in mare l'AZ428 Roma-Palermo mentre era in fase di avvicinamento alla pista di atterraggio dell'aeroporto di Punta Raisi. Tra le salme recuperate venne riconosciuto anche il cadavere del Mafara. Di costui si recuperò anche una valigetta ventiquattrore, in cui erano contenuti documenti, attrezzi da barba, calzini, un paio di calzoni, una maglietta e un paio di occhiali da sole. La borsa appariva integra e di certo non conteneva esplosivo e meccanismi di esplosione.
I Cozzolino si riferivano sicuramente a questo Mafara, il cui corpo fu ripescato in acqua e per la ricerca del quale, subito dopo l'incidente, erano uscite in mare imbarcazioni dei Mafara e di loro amici. E quindi si riferivano di certo a questo disastro e non a quello di Ustica. Nel quale peraltro non risulta tra i deceduti alcun Mafara nè alcun danno da esplosione al vano passeggeri ove solo poteva essere collocata la ventiquattrore. Senza tener conto del tipo di esplosivo che avrebbero dovuto contenere le valigette, affatto coincidente con quello rilevato sui resti dell'Itavia.
Anche il PM di Napoli nel trasmettere le dichiarazioni dei Cozzolino a questo Ufficio aveva stimato che i fatti narrati non fossero riferibili al disastro di Ustica (v. nota DDA di Napoli, 18.05.95).
Anche questa pista mafiosa perciò cade o si rivela come un mal architettato tentativo di depistaggio.