La Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo stipulata nel 1948 ci dice che è vietata. Eppure la tortura esiste ancora, e viene praticata in oltre 150 stati del mondo. Le vittime? Uomini, donne, bambini, ovvero tutti. I motivi? Discriminazioni politiche, razziali o religiose, ragioni di stato o di "giustizia". Una barbarie contro la quale si lancia Amnesty International, con una campagna mondiale che parte questo weekend. E Clarence ha deciso di aderire, con questo speciale. Nel quale, fra le altre cose, troverete un nostro reportage esclusivo da uno dei più raccapriccianti mattatoi partoriti dall'uomo in questo secolo: l'S 21, l'ex campo di tortura dei khmer rossi a Phnom Penh, in Cambogia.
di Cristina Brambilla e Maurizio Pluda
"Al piano terra si trovano le camere di tortura. Si entra con attenzione, per non calpestare le macchie di sangue vecchie di vent'anni, ancora ben visibili, quasi fossero una raccapricciante decalcomania sulle piastrelle bianche e ocra. Nessuno ha mosso niente. Le brande sono in corrispondenza delle macchie, le catene sono attaccate alla testata, le spranghe di ferro e le due staffe che servivano a incatenare i prigionieri per le caviglie sono al loro posto. L'unica modifica allo stato originale è una grande fotografia in bianco e nero che i soldati dell'esercito vietnamita hanno scattato ai corpi. Chi con la faccia ridotta a una pasta informe, chi con la testa spaccata come una mezza noce di cocco, chi disarticolato come un macabro manichino dalle articolazioni impazzite".
Gli sponsor della tortura La tortura non è un'attività riservata alle forze armate, alla polizia o ai corpi paramilitari. Un numero crescente di multinazionali, infatti, la difende o la pratica direttamente per proteggere i propri interessi. Quali multinazionali? E dove? Lo rivela un'inchiesta pubblicata dal mensile inglese New Internationalist nel suo numero di settembre e ripresa dal settimanale italiano Internazionale del 6/12 ottobre.
Le leggi internazionali La tortura è proibita in linea di principio dall'articolo 5 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo del 1948. Successivamente sono state approvate delle specifiche convenzioni sull'argomento. La più importante è la Convenzione delle Nazioni unite contro la tortura e gli altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti, promulgata nel 1984 e sottoscritta nel corso degli anni da 126 paesi.
Per fermare la tortura è indispensabile soprattutto una spinta "dal basso". Gli attivisti per i diritti umani, le organizzazioni non governative rispondono all'emergenza-tortura con la ricerca e la denuncia, con la riabilitazione delle vittime, con l'informazione e la mobilitazione dell'opinione pubblica. Il loro obiettivo è di salvare vite. A volte ci riescono, molte altre purtroppo no. Ecco quattro storie che sono state messe online da Amnesty Italia come i casi del mese.
Vanesa Lorena Ledesma è stata arrestata a Córdoba, Argentina, l'11 febbraio 2000. Cinque giorni dopo è morta. Un rapporto di polizia dice che è morta per "arresto cardiaco". Tuttavia, l'autopsia avrebbe rivelato che il suo corpo aveva segni di tortura, alcuni dei quali indicavano che sarebbe stata picchiata mentre era in manette.
Marcus Omofuma, un nigeriano espulso dall'Austria, è morto dopo aver perduto conoscenza a bordo di un aereo, il 1° maggio 1999.
Mentre la causa del decesso rimane incerta, ci sono serie preoccupazioni che i metodi di contenimento e il grado di forza usati dagli agenti di polizia su Marcus Omofuma - mentre lui faceva resistenza per non essere deportato - abbiano contribuito alla sua morte.
Il quindicenne José (il nome è inventato) è stato arrestato nel giugno 1999 e trattenuto dalla polizia per due giorni. Durante questo periodo è stato picchiato così brutalmente dalla polizia, che in seguito ha avuto bisogno di cure psichiatriche. Secondo le ultime informazioni sul suo conto, José starebbe ancora ricevendo cure mediche per i danni subiti ai testicoli a causa delle percosse ricevute.
Abdulhelil Abdumijit è stato fermato il 5 febbraio 1997 nella città di Guljia, nella Regione autonoma di Xinjiang Uighur (Xuar), perché sospettato di aver guidato una manifestazione. E' stato percosso dagli agenti di polizia e condotto nella prigione locale, dove è stato più volte torturato per costringerlo a confessare i suoi crimini e denunciare i suoi amici.