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  UNA SFIDA ALL'ULTIMO VOTO?

Bush e Gore durante un dibattito televisivo Sottile, inebriante, pericoloso, il dolce profumo della vittoria comincia a pervadere la campagna di George Bush junior. Ma la situazione, a poche ore dal voto (le urne si aprono domani, martedì 7 novembre), è ancora fluida: i sondaggi assegnano a Bush solo un lieve vantaggio su Al Gore. E nel conto degli stati ben 17 sono in bilico fra i due rivali. Tutto può insomma accadere. Le campagne elettorali vivono però di sensazioni: l'ottimismo dei repubblicani è aumentato giorno dopo giorno, la frustrazione di Al Gore per l'andamento del duello è sempre più visibile. Il disappunto democratico comincia a emergere. Un loro elettore su quattro (secondo un sondaggio di venerdì scorso) è convinto che sarà Bush a vincere le elezioni. Gli appelli a Gore perché faccia un uso migliore del presidente Bill Clinton si sono moltiplicati, sempre più pressanti. Ma Gore ha messo il veto alla visita di Clinton in tre stati chiave (Michigan, Missouri e Pennsylvania), nonostante le richieste di numerosi candidati locali. Il vicepresidente teme che la presenza di Clinton negli stati decisivi possa creare collegamenti negativi nella mente degli elettori indecisi. "Voglio vincere o perdere queste elezioni da solo", afferma Gore. E l'apparato democratico si tocca: il problema è che sta rischiando sempre più di perderle. Gli ultimi sondaggi nazionali vedono infatti in testa il repubblicano con margini tra i tre e i sette punti. Non solo. "Tutti gli indicatori sono immutati o positivi per Bush", ha notato Andy Kohut, direttore del Pew Research Center, "mentre non vi sono segni di recupero da parte di Gore". Il tono della sua campagna si è fatto così più aggressivo: spot che colpiscono duro il rivale (il messaggio di base: "Non è in grado di fare il presidente"), comizi in camicia con gli slogan sempre più urlati e sintetici. Negli ultimi giorni Gore è anche andato a puntellare la Pennsylvania (23 voti elettorali) e l'Illinois (22 voti), due stati dove è in lieve vantaggio e che deve vincere a tutti i costi. Sulla mappa elettorale gli stati incerti sono ben 17, per un totale di 181 voti. Un bottino grosso ancora tutto da conquistare. Ma in gioco sono voti che Gore avrebbe dovuto già avere in tasca da un pezzo (come Minnesota, Washington, Oregon, Pennsylvania) e che deve invece difendere dalle incursioni di Bush. Persino il Tennessee, che Gore ha rappresentato per 16 anni al Congresso e che ospita il quartier generale della sua campagna, è incerto: anzi, Bush è primo pure lì.
Per puntellare la diga che sta crollando, i consiglieri di Gore stanno cercando di concentrare energie e denaro su un numero limitato di stati chiave, nella speranza di raggiungere la cifra magica di 270 Grandi Elettori. L'aggressività di Bush ha costretto Gore a mettere in programma un nuovo salto in California, altro stato che sulla carta avrebbe dovuto essere al sicuro nella sua cassaforte elettorale. E in California è andato anche Clinton, con la missione precisa di dare più entusiasmo agli elettori: mentre la base repubblicana sembra piena di energia, i democratici ammettono che i loro elettori appaiono più apatici. Un'operazione salvataggio dell'ultimo minuto che president Bill, con il permesso del riottoso Gore, ha tentato pure nel suo Arkansas (anche qui i sondaggi danno Bush è avanti, sia pure di poco), prima di volare a New York per sostenere la moglie Hillary. "Io non posso ripresentarmi, ma con Gore otterrete la migliore delle scelte disponibili", ha detto infine venerdì durante un'intervista radiofonica. "Carter vinse con un margine dell'uno per cento. Questa elezione potrebbe essere altrettanto serrata".
I network americani, che quattro anni fa annunciarono la vittoria di Clinton su Bob Dole poco dopo le nove di sera, questa volta devono dunque prepararsi a una lunga attesa. Probabilmente il nome del vincitore, a meno di una valanga di voti per Bush, sarà conosciuto solo un'ora prima della mezzanotte (ora di New York, le cinque di mercoledì in Italia) quando la California e gli altri stati del Pacifico chiuderanno le urne.

  di Maurizio Pluda e Stefano Re
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