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  PARLA IL GIUDICE SALVINI

Dopo lo scoppio della bomba Sabato 11 dicembre 1999. E' il compleanno del giudice Guido Salvini, il decimo compiuto da quando si occupa del fosco anniversario che cade il giorno successivo. Dieci anni per istruire la maxi-inchiesta che lo ha portato, dapprima, a individuare in Carlo Digilio la possibile breccia in un muro fatto di gomma, piombo, plastico, reticenze - e sangue, soprattutto. Alto, dinoccolato, l'immancabile pipa spenta a conferire un alone di autorevolezza a un volto da ragazzino, il giudice è schiacciato contro la parete della sala, stipatissima di persone venute ad ascoltare le parole e la "r" arrotata di uno tra i protagonisti del processo che si aprirà il 16 febbraio 2000. E' qui per presentare La Strage, il libro che Maurizio Dianese e Gianfranco Bettin hanno scritto per ridisegnare, dopo anni di processi depistaggi e mezze verità, lo scenario di Piazza Fontana.

La Strage - di Dianese e Bettin"Il libro migliore che ci sia in circolazione su quest'argomento. Il più preciso, per riscontri e completezza di spiegazioni. Molto spesso le generalizzazioni giornalistiche hanno nuociuto alla comprensione pubblica di quanto si andava scoprendo ed era possibile rivelare. E poi, è appassionante, si legge d'un fiato. Oltre al fatto che, per alcune indicazioni, Dianese e Bettin hanno sopravanzato lo stato delle indagini, ma nella direzione più opportuna: quella confermata dai risultati a cui siamo giunti noi magistrati".

Per esempio?

"Per esempio circa il processo a Bertoli, in cui si stanno delineando responsabilità e protagonisti in diretta connessione con la scena della strage alla Banca Nazionale dell'Agricoltura. Dianese è riuscito a rintracciare una perizia psichiatrica relativa a Gianfranco Bertoli. La perizia è del 1960. Ecco il profilo dell'anarchico che ha lanciato la bomba alla Questura: 'Individuo socialmente pericoloso perché, date le sue condizioni mentali, è facilmente soggetto alla suggestione e alla intimidazione [...] Egli è capace di agire quasi esclusivamente sotto l'azione di cause esteriori ambientali, sotto l'altrui spinta'. E' una conferma indiretta della tesi dell'accusa al processo Bertoli che si sta tenendo in questi giorni, peraltro privo di un'adeguata copertura da parte della stampa: sarebbe un dibattimento fondamentale, ma nessuno dei grandi quotidiani se ne sta occupando".

Qual è la tesi dell'accusa? In che senso si connette allo scenario criminale che portò alla strage di Piazza Fontana?

Gianfranco Bertoli"Bertoli (nella foto) era manovrabile. Un'imponente massa di riscontri conferma che, a manovrarlo, sono gli stessi attori che si muovono sulla scena del 12 dicembre 1969. Si tratta dei gruppi veneti di Ordine Nuovo e delle cellule milanesi, che prendono Bertoli in custodia e quasi lo portano sul luogo dell'attentato. Nel mirino c'è Rumor, il presidente del Consiglio al momento della strage di Piazza Fontana. Qui c'è l'innesto. La strategia della tensione era tesa a legittimare l'instaurazione dello stato di emergenza nazionale, che soltanto il primo ministro poteva indire. Ma Rumor, all'ultimo, fece un passo indietro. E Piazza Fontana fallì. Fallirono lo scopo fondamentale dell'attentato".

Per quale motivo Rumor non scelse la via autoritaria?

"Anzitutto devo dire che fu frenato e consigliato da Aldo Moro, che non giocò, in quel frangente, un ruolo secondario. E poi ci fu la partecipazione di massa ai funerali in Duomo. La popolazione diede una risposta ferma ed emotiva. Fu impressionante. Scesero in piazza la sinistra e la borghesia milanese: insieme. Risultava chiaro che né da una parte né dall'altra era possibile avere interlocutori, per chi mirava a una svolta autoritaria".

E quindi l'attentato a Rumor, tentato e fallito da Bertoli, sarebbe stato un segnale preciso verso chi non condivideva i fini ultimi della strategia della tensione. Bertoli stava sul libro paga dei Servizi, come conferma l'ex missino Belloni, informatore - a sua volta - dei Carabinieri. A tal proposito, spesso, si è parlato del ruolo dei Servizi, e in particolare di quelli americani. Può dirci qualcosa a tale proposito? Lei ha avuto un durissimo scontro, proprio sul ruolo della Cia, col senatore Gualtieri, durante la Sua audizione in Commissione Stragi.

"Posso azzardare un'ipotesi, circa quello scontro. Il senatore Gualtieri, come molti della sua parte politica, ha avuto un atteggiamento rigidamente antiamericano, fino al momento in cui non ha ricoperto ruoli di governo. Da allora, personalmente, ho avuto l'impressione che, ogni qualvolta si parlasse del ruolo dei Servizi Usa, gli si drizzassero i capelli in testa. Probabilmente, avevano garantito Oltreoceano che, con le sinistre al governo, non si sarebbe rischiata una temuta revisione dei rapporti. Anche in merito alle indagini storiche".

Lo scontro verteva sulle componenti della Cia implicate nell'organizzazione degli attentati.

"Sì, ma ci si intendeva benissimo, su questo punto. Era chiaro che gli atti si riferivano al Cic, la componente della Cia legata all'àmbito militare. I giornali, poi, per brevità e superficialità, hanno parlato sempre di Cia. Ma non si può essere filologi quando si è giornalisti. Per fare un esempio di ciò che ebbe a che fare il Cic con i settori di Ordine Nuovo, basta leggere una testimonianza di Carlo Digilio. Ci parla della "santabarbara" di ON, un casolare nelle campagne venete, dove lui stesso, che era un infiltrato dei Servizi americani, esperto in esplosivi, insegnava a montare le bombe su un tavolo. Un tavolo pieno di ordigni. Si entrava senza nulla e si usciva con una bomba. E a dirigere il traffico era un agente dei Servizi americani".

Salvini, senza la svolta dell'89, probabilmente, non si sarebbe giunti a nulla. Ci sono state però alcune difficoltà, anche con questa nuova situazione politica internazionale. Perché?

"L'89 è stato determinante. Il controllo sugli agenti e sugli infiltrati è venuto meno. Si sono aperte le chiuse, gli ex agenti hanno incominciato a parlare. Anche con un certo orgoglio: per loro si trattava di una guerra vinta".

Però tempo fa Lei si è lamentato di una certa ostilità da parte della Procura milanese, in particolare da parte di Borrelli e D'Ambrosio.

(risponde, in vece del giudice Salvini, il giornalista Maurizio Dainese) E' meglio che parli io, per evitare che il Csm, che negli ultimi anni sembra occuparsi solo di Salvini, apra su di lui un'indagine. Certo è che, a mio parere, ostacoli politici e personali all'istruttoria del giudice Salvini si sono verificati. A partire dalle gelosie personali di D'Ambrosio, fino alla nomina di Grazia Pradella, un ottimo pm, per carità, però appena ventiseienne al momento dell'assegnazione dell'inchiesta. E poi: gli interventi di Pomarici. Certo che la Procura non si può dire che abbia coadiuvato il lavoro di Salvini.

(interviene Salvini) E' l'attenzione dello Stato in generale a essere carente. Per esempio. Viene a deporre Digilio al processo Bertoli. Digilio è un uomo malato. Gli manca poco da vivere. Ogni spostamento, a detta dei medici, può essergli fatale. Nessuno si è mosso per trovargli un letto, in una clinica, a Milano. Deve tornare a deporre settimana prossima.

Un'ultima domanda, giudice. Nel 1993 abbiamo assistito al ripetersi di uno scenario a Lei noto: Franco Freda e il suo Fronte Nazionale - l'erede di Ordine Nuovo - vengono messi fuori legge; esplodono bombe a Milano, Roma, Firenze. Perché questa somiglianza con i movimenti che determinarono la strage di Piazza Fontana? E' vero, come si può anche desumere dalle audizioni di alcuni personaggi davanti alla Commissione Stragi, che tra il 1992 e il 1994 siamo stati vicini a un colpo di Stato?

Non posso rispondere.

  di Giuseppe Genna e Maurizio Pluda
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   data: 03 luglio 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

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