STATI DI POLIZIA
Più potere ai servizi segreti e tribunali speciali: è il Patriot Act contro il terrorismo voluto da Bush. Altri Paesi l'hanno subito "copiato". Ma cresce l'allarme per queste norme: non è che così si minacciano troppo i nostri diritti?
Tardiva e istantanea al tempo stesso, per quanto sia stata adombrato l'intervento militare Nato con il richiamo all'articolo 5, la reazione degli Usa allo sconvolgente attacco terroristico dell'altroieri appare essenzialmente un'operazione di intelligence su vasta scala. Il contemporaneo appello di Bush a considerare lo scenario come un'autentica guerra in atto, a tutti gli effetti, pone sullo stesso piano l'intervento militare e quello di intelligence: siamo quindi in piena guerra fredda e in piena guerra calda, a livello planetario. Nessuno può chiamarsi fuori: la globalizzazione mostra il lato cattivo della medaglia. Chiunque, volente o nolente, è connesso con la tragedia americana. Le reazioni, da parte di ognuno dei protagonisti della scena storica, introducono a svolte e cambiamenti epocali. La situazione geopolitica è fluida, ritmata essa stessa dai continui colpi di scena che la cronaca spiccia testimonia via cavo. Lo spettacolo è finito: torna a coincidere con la più drammatica delle realtà politiche. Molteplici i fattori che prendono corpo, una sorta di eziologia di un pianeta che ha la febbre e per il quale sembra decisivo, in queste ore, scegliere la terapia più adatta, col rischio di aumentare la temperatura anziché farla scendere. Esaminiamo queste variabili il più compiutamente possibile, con l'ausilio degli analisti americani ed europei:
L'AMERICA Anzitutto la reazione americana. Il presidente Bush è stato comunque toccato da una minaccia che appariva impensabile fino a due giorni fa, col rischio di diventare il Kennedy dell'epoca globale. Il mondo è sconvolto dal crollo delle due Torri: immaginiamo cosa sarebbe successo in caso di abbattimento dell'Air Force One. La reazione dovrà essere dura e spietata: su questo non ci sono dubbi; semmai i dubbi consistono nelle modalità della reazione. Sembra ormai scartata l'ipotesi isolazionista, frutto del panico e dell'isteria che ha colto tutti gli Usa al momento dell'attacco. Gli States stanno reagendo a livello di intelligence. Come ogni operazione di intelligence, anche quella che sta assicurando i colpevoli alla giustizia è altamente ambigua. Il ritrovamento dei manuali di guida del Boeing a bordo dell'auto nel parcheggio del Logan ha suscitato ovunque perplessità. Il mancato riconoscimento delle responsabilità da parte di Bin Laden è abbastanza sorprendente e segnala una carenza di forza nell'organizzazione dello sceicco del terrore. La fase di intelligence, sotto i riflettori in queste ore convulse e confuse, è destinata comunque a interrarsi. Lo scenario di guerra è entrato nella coscienza collettiva, ma lo era già in quella di chi si occupa da anni di servizi segreti, se l'episodio scatenante richiamato dagli analisti risulta la Guerra del Golfo: un evento storico che risale a più di dieci anni fa e segna la parentesi d'apertura di una guerra combattuta lontano dal palcoscenico della coscienza civile occidentale. Le scelte dell'Amministrazione Bush, sganciate da ogni necessità nelle prime ore dopo gli attentati, appaiono ora ricondotte nei tracciati del calcolo e della freddezza. Dovremo ancora constatare, negli anni prossimi, gli effetti di questo sisma che ha i suoi epicentri a Washington e New York, ma la cui onda d'urto è ben lontana dall'essersi esaurita, finanche nelle più lontane province dell'Impero (è proprio il caso dell'Italia).
L'ISLAM
Le dichiarazioni di Bin Laden, l'ambiguità della sua posizione rispetto agli Usa, che per anni lo hanno foraggiato in funzione antisovietica, e infine la debolezza dei suoi legami col Pakistan (ben più che col governo talebano) costituiscono la variante impazzita dello scenario che sta disegnandosi davanti ai nostri occhi. Alcune domande dovranno trovare una risposta che al momento appare impossibile dare: dopo un'operazione clamorosa come quella dell'11 settembre, Bin Laden come ha pensato di potere sfuggire alla cattura da parte degli americani? Ha cuscinetti di sicurezza che coincidono con gli aiuti necessari a realizzare un'operazione terroristica tanto clamorosa quanto raffinata dal punto di vista dell'intelligence? Non rischia, insieme a lui, uno smacco definitivo l'intera questione islamica? Bin Laden conta forse su qualche freno all'ira statunitense, proprio come accadde a Castro in tempi di logica dei due blocchi? E se la risposta a quest'ultima domanda fosse positiva, quale blocco ha sostituito la potenza sovietica nel ruolo di antagonista degli Usa? Henry Kissinger ha parlato di una situazione composita, di "più nemici" da fronteggiare, e probabilmente il suo non era un riferimento alla frammentatissima compagine delle organizzazioni del terrore di matrice islamica. Bin Laden appare il collo di bottiglia, fragile e alla mercé degli eventi, che introduce però a una situazione più allargata e sotterranea, sulla quale gli effetti dello scontro in atto risulteranno di una potenza inimmaginabile, che cambierà gli assetti geopolitici e ideologici del mondo contemporaneo.
L'EUROPA
Fino all'attacco al cuore degli Stati Uniti, una guerra silenziosa veniva condotta tra i due poli alleati: gli States e, appunto, l'Unione Europea. Lo sganciamento del Vecchio dal Nuovo Continente introduceva un nuovo protagonista politico sulla scena planetaria. Le decisioni, da parte di Bush, di dismissione di responsabilità a livello globale (dalla questione dell'ambiente alla folle politica mediorientale) trovavano un'Europa debolissima sul piano della difesa comune e dell'intelligence unificata. Lo spostamento degli interessi americani dal Mediterraneo al Pacifico era di portata secolare, anche se l'opinione pubblica (non certo quella statunitense, ma sicuramente quella europea) ha tardato a prendere consapevolezza di questa situazione. Non così in Israele: l'Europa è una piattaforma d'appoggio fondamentale per lo Stato ebraico. L'indebolimento di Gerusalemme va di pari passo all'allentamento progressivo dell'alleanza tra Usa e Ue. Adesso gli equilibri cambiano nuovamente. Risulta chiaro a Bush che non può rinunciare né all'Europa né a Israele: sono indispensabili elementi di una politica globale. Gli effetti di questo repentino sdoppiamento dell'asse geopolitica mondiale, che adesso tornerà nel vecchio Mediterraneo pur non dismettendo la sua controparte sul fronte dell'Oceano Pacifico, dovrebbe creare attesa e nuovi assetti anche nel nostro Paese, che sembrava avere perso centralità dopo la caduta del Muro. Dovrebbero cambiare le politiche circa immigrazione, intelligence, condizionamento culturale di massa, distribuzione dei fondi. E', a tutti gli effetti, il ritorno in grande stile della Guerra Fredda, che apre i suoi fronti a sud anziché a est. E in questa situazione, secondo le analisi di Brezinsky, l'Italia è in prima linea.
LA RUSSIA
Putin deve decidere, ammesso che Bush costringa l'Alleanza a un ripensamento globale delle sue strategie nei confronti del Medio Oriente. Tre le opzioni a disposizione del Presidente russo, nessuna risulta inferiore all'altra quanto a importanza epocale. Si tratta essenzialmente di tre possibili scelte: la Russia si integra con l'Europa, ripristinando il vecchio sogno dell'asse Mosca-Berlino, questa volta non più in funzione europea bensì globalmente occidentale, a favore del mondo sviluppato; la Russia cerca l'appoggio continentale (quasi obbligato dalle condizioni geografiche) con la Cina, autentica protagonista politica del nuovo secolo; la Russia media tra l'asse Usa-Ue e la Cina, godendo a tutti gli effetti della condizione di ago della bilancia. Putin stesso ha problemi col mondo islamico, che minaccia sedizioni continue a fronte di un'effettiva incapacità dell'esercito russo a mantenere lo status quo. La scelta di Putin, secondo gli analisti, risiede nella portata dei legami che il governo di Pechino ha stabilito con l'universo islamico.
LA CINA
E' la grande incognita. Dietro all'operazione terroristica dell'11 settembre è opinione comune degli esperti che ci sia un'intelligence molto forte. Gli islamici appaiono impossibilitati a compiere in tutte le sue fasi - soprattutto quelle preparatorie - un'operazione tanto raffinata e penetrativa. Le misure d'emergenza adottate per garantire la sicurezza del Presidente Bush hanno svelato nella loro interezza i piani segreti in situazione d'emergenza: un vantaggio non da poco per l'unico antagonista degli States in grado di avvantaggiarsi dallo svelamento di quei piani. Le reazioni di Pechino all'attacco terroristico risultano significative: silenzio stampa prima e accusa agli States dopo (i quotidiani cinesi hanno giustificato l'ecatombe con gli effetti nefasti della politica estera degli Usa). L'ingresso sul mercato del colosso cinese avrà effetti a breve e lungo termine. Non è pensabile che Pechino risulti totalmente estranea al lavoro di intelligence che occorreva per preparare l'operazione che ha sconvolto Washington e New York. E il fatto che nessun politico e nessun investigatore americano abbia nominato la Cina, davvero, a chi si occupa di servizi segreti e di geopolitica appare grottesca e comprensibile al tempo stesso.