STATI DI POLIZIA
Più potere ai servizi segreti e tribunali speciali: è il Patriot Act contro il terrorismo voluto da Bush. Altri Paesi l'hanno subito "copiato". Ma cresce l'allarme per queste norme: non è che così si minacciano troppo i nostri diritti?
A Kabul risuonano le note, finora vietate, delle canzoni. Gli uomini possono tagliarsi la barba. Le donne escono finalmente dalla prigione del burqa. E' la fine della barberie (barba e barbarie, come scrive Michele Serra), è un segnale importante di speranza. Ma è davvero il caso di fare solo e soltanto salti di gioia per l'arrivo dell'Alleanza del nord nella capitale afgana? Diciamo subito che l'ottimismo e la gioia arrivano da una speranza, non da una certezza: che i mujaheddin siano cambiati. Eh sì, perché gli "eroici" combattenti della resistenza contro i talebani non sono certo ospiti presentabili a un tavolo di democratici. Come dimostra, purtroppo e abbondantemente, la loro storia.
Dopo la gloriosa epopea legata alla guerra contro l'invasione sovietica, conclusa assai ingloriosamente per l'Armata rossa nel 1989, i mujaheddin hanno infilato una serie di orrori dietro l'altro.
Partiamo dal 1992, verso la metà di aprile. Il regime di Najibullah, al potere dal maggio di sei anni prima, è ormai in disfacimento. Il leader "fantoccio" di Mosca cerca di darsela a gambe, dà le dimissioni e tenta di fuggire in India. Niente da fare: l'aeroporto di Kabul è già sotto controllo delle milizie rivali, che gli impediscono di salire sull'aereo. Najibullah si rifugia negli uffici delle Nazioni unite. E da lì ordina l'ultimo suo disperato tentativo di fermare l'avanzata dei mujaheddin sulla capitale: li fa bombardare dall'aviazione rimastagli fedele. E' un tentativo che fallisce e il 23 aprile 1992 il comandante Massud, il celebre "leone del Panshir" della resistenza contro i sovietici, entra a Kabul. Nasce il governo di Burhannudin Rabbani. Ma quello che doveva essere l'avvento, finalmente, di un nuovo Afghanistan diventa invece l'inizio di un incubo ancora peggiore dell'invasione dell'Armata rossa. Tra il 1992 e il 1996 infuria una durissima guerra civile tra le diverse fazioni dei mujaheddin che provoca circa 40mila morti e la distruzione di Kabul (fonte: Human right watch dell'Onu). Anche le truppe dell'"eroico" Massud partecipano attivamente, scatenando una campagna sistematica di saccheggi e stupri (sempre fonte Human right watch dell'Onu).
Ma gli uomini del leone del Panshir sono in buona compagnia: nelle lotte intestine all'alleanza e negli stermini di civili si "segnalano" i pashtun islamici di Gulbuddin Hekmatyar (primo ministro del governo Rabbani), gli uzbeki del generale Abdul Rashid Dostum, gli azari del generale Ismail Khan...
Segnatevi i loro nomi, andate a vedervi le foto segnaletiche che pubblichiamo qui sotto, perché sono gli stessi personaggi che oggi ricorrono nelle cronache della liberazione di Kabul e delle altre città afgane. Sono i famigerati "signori della guerra", che a capo delle loro "bande etniche" se le sono date di santa ragione in quel tragico quadriennio 1992/1996, non disdegnando nelle loro azioni di prendersela pure (e molto spesso) con i poveri civili. Tra questi, doppiamente vittime sono state le donne, che furono costrette a indossare per legge (islamica) la famigerata burqa: la veste, da indossare obbligatoriamente, che le copriva e le nascondeva interamente dagli sguardi "lubrichi" del mondo.
E così il 27 settembre 1996, quando i talebani entravano a Kabul e cacciavano il presidente Rabbani, la popolazione festeggiava. Non sapeva ancora che era caduta dalla padella alla brace. Speriamo che la "liberazione" del 13 novembre 2001 non sia un semplice ritorno dalla brace alla padella...