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Tratto da PanoramaRidate la scorta a Ilda Boccassini Di Giuliano Ferrara 7 dicembre 2001 - Quando la situazione politica diventa incandescente, e le divisioni si incancreniscono e un paese offre il fianco all'azione destabilizzante dei piccoli e grandi centri di provocazione, prevedere è tutto, prevenire è tutto. Il ministro dell'Interno e il presidente del Consiglio di un Paese come il nostro, che ha molti fronti conflittuali aperti nel mondo e in casa, farebbero bene a non scherzare col fuoco, a non consentire per nessuna ragione al mondo che un magistrato molto noto come Ilda Boccassini (e anche altri) resti senza scorta, giri liberamente per la città esponendo se stesso e ciò che rappresenta a un possibile agguato criminale. È tra l'altro anche una questione di libertà della politica democratica. Io non mi sento libero di criticare un magistrato, i suoi atti, la sua linea, se lo so esposto al mirino di una vasta rete criminale, se penso che lo Stato al quale pago le tasse fino all'ultima lira, com'è giusto, consente che una funzione decisiva e simbolica della legalità sia esposta ai capricci della sorte. Alberto Ronchey ricordò, dopo il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro nel '78, che nella trama fattuale di quegli anni in Italia si disegnava lo scenario perfetto del «grande delitto politico». Le differenze rispetto a quel tempo sono evidenti, palmari. Ma su un punto abbiamo fatto pochi progressi, come dimostra l'incredibile spirale ritorsiva che si è reinnescata sui temi della giustizia tra governo e opposizione dopo la vittoria di Silvio Berlusconi nelle elezioni dello scorso mese di maggio. Nell'Italia del 2000 c'è la stessa tendenza alla delegittimazione dell'avversario che si riscontrava negli anni Settanta: l'accusa moralistica, il disconoscimento dell'onestà e delle buone intenzioni dell'altro, la sensazione oscura e alimentata ad arte di vivere in un complotto e in perfetta contiguità col Male. C'è insomma la totale mancanza di fair play e una pericolosa tendenza a rinfocolare e attizzare l'incendio che credevamo di avere spento con le procedure dell'alternanza costituzionale alla guida del governo. Il comune sentire è buono per brevi e imbarazzate cerimonie presiedute dal presidente Carlo Azeglio Ciampi o per qualche voto scappa e fuggi sulla guerra in Parlamento; per il resto, si odono fischiare nell'aria parole come colpi di pistola. Quand'era al governo, la sinistra varava con la maggioranza le regole del giusto processo, discuteva dell'insostenibile situazione giuridica del reato tuttofare del «falso in bilancio», votava con l'opposizione berlusconiana una legge sul conflitto di interessi, discuteva in pubblici convegni sull'obbrobrio del cosiddetto concorso esterno in associazione mafiosa (almeno nell'attuale formulazione). Dopo che si è realizzata l'alternanza, e la maggioranza di centrosinistra è diventata opposizione mentre il centrodestra andava al governo, sulle questioni della giustizia è scoppiata la santabarbara della razionalità. Il dialogo è in brandelli, le accuse sono forti e aspre da ambo le parti, il dibattito tecnico e politico con i Marcello Pera e gli altri negoziatori di una riforma bipartisan della giustizia è andato a farsi benedire. La logica dell'emergenza si è così impadronita di tutti e le riforme annunciate dal ministro Roberto Castelli nel corso del dibattito parlamentare sul caso Taormina hanno avuto il timbro sonoro di un colpo d'ariete nella cittadella giustizialista, dopo un lungo assedio. Io penso e scrivo da sempre, e cioè dai tempi in cui perfino Carlo Taormina diceva esattamente il contrario, che i pm d'assalto si sono messi storicamente dalla parte del torto, che su tutti i fronti che contano della battaglia per la legalità sono state compiute forzature ideologiche e moralistiche inammissibili in uno stato di diritto, che la politica ha clamorosamente invaso il campo della giustizia e viceversa. Ma sono stupito, anzi stordito, dall'incapacità del governo di capire che in una situazione simile è folle, oltre che immorale, consentire che il pm che ha incastrato gli assassini di Giovanni Falcone, che ha messo sotto processo il presidente del Consiglio, che è dentro il pool antiterrorismo in un tempo di guerre internazionali e di alta instabilità politica, se ne vada in giro da solo a fare la spesa. Molti mi scrivono e domandano: sa qualcosa? Rispondo sempre: non so niente di niente, ma so abbastanza del mio Paese e della sua storia recente per augurarmi che al più presto l'esecutivo ceda su tutta la linea alle richieste, fossero anche le più capricciose, della dottoressa Ilda Boccassini.
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