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Per cercare di capire qualcosa di più sulle intricate vicende giudiziarie italiane e sulla questione Ilda Boccassini, Clarence è andato al palazzo di Giustizia di Milano e ha intervistato Edmondo Bruti Liberati. Sostituto procuratore generale del capoluogo lombardo, 57 anni, 32 dei quali passati
tra uffici e aule di tribunali, Bruti Liberati è uno tra i magistrati più in vista del tribunale milanese. In passato è stato componente del Consiglio superiore della magistratura e segretario generale dell'Associazione Nazionale Magistrati, l'ente che dal 1904 (fatta eccezione per il ventennio fascista, quando venne sciolto) si batte per l'indipendenza della Magistratura e per garantire l'efficienza della Giustizia.Ecco il suo pensiero. Dott. Bruti Liberati, perché questa polemica sulle scorte? E dietro la decisione di ridurle del 30 per cento, ci sono manovre politiche? Piuttosto che analizzare i possibili disegni politici io preferisco basarmi sui fatti. In Italia abbiamo un tristissimo record di magistrati uccisi a causa dei processi da loro condotti su questioni legate al terrorismo o alla mafia. Un record che non ha paragoni in nessun altro paese occidentale. E le proporzioni rispetto ad altre nazioni non sono del doppio o del triplo, ma di almeno uno a dieci, fatta eccezione per la Spagna, dove comunque il numero di magistrati uccisi è molto inferiore al nostro. Questa peculiarità tutta italiana ha reso necessaria l'adozione delle scorte che servono a garantire l'incolumità della persona e a dare un minimo di rassicurazione a chi indaga su questioni delicate. Una volta "ottenuta" la scorta, il magistrato ne ha diritto per sempre? Di tanto in tanto occorre una revisione dei livelli di protezione, da valutare in base ai rischi a cui il magistrato è sottoposto. Mentre questa è una prassi comune, il provvedimento preso alla fine di settembre per togliere le scorte a molti magistrati è anomalo, e colpisce il fatto che sia stato deciso da un giorno all'altro a livello generale, proprio nel momento in cui era già in atto una polemica tra l'attuale governo e la magistratura. Questa decisione ha così causato molti problemi, in particolare al sud e a Palermo, dove molti magistrati sono impegnati nella lotta alla mafia. I rischi specifici che un magistrato può correre in un determinato momento sono sempre difficili da calcolare e in alcuni casi sono stati sottovalutati. E credo che il contribuente italiano possa permettersi qualche piccola spesa per garantire un minimo di tranquillità a chi sta facendo delle indagini delicate. Come rientrava il magistrato Ilda Boccassini nel programma di protezione? Ciò che deve far riflettere è comunque che il governo prenda la decisione di lasciare senza livelli di protezione elevati uno dei magistrati italiani che, dopo i tragici attentati di Carini e Palermo, è percepito come simbolo dell'impegno per la lotta alla mafia e alla corruzione. Aggiungo che in qualunque paese civile un magistrato impegnato in un processo contro il presidente del Consiglio in carica (come l'attuale processo Sme che vede coinvolto Silvio Berlusconi, ndr) dovrebbe avere garantito garantito un livello di protezione ai massimi livelli. E per quale motivo? Perché è ovvio che anche uno squilibrato qualsiasi potrebbe, data la notorietà del processo, compiere gesti sconsiderati. Chi decide il tipo di scorta da affidare a un magistrato? Esistono alcuni comitati provinciali. Qui i funzionari dello Stato e quelli che rappresentano i diversi corpi di polizia danno le loro valutazioni, ma debbono seguire un indirizzo del governo. La responsabilità finale è quindi del governo. Le scelte sono di natura politica e credo che l'opinione pubblica ne debba prendere atto. Che ruolo ha l'opinione pubblica sulle vicende giudiziarie? Qui bisogna fare una separazione molto netta. Una questione, importantissima, è informare e stimolare l'opinione pubblica sui problemi che la giustizia affronta, che spesso sono problemi di grande rilievo sociale, quali criminalità organizzata, mafia, corruzione). Qui concorrono giornalisti, opinionisti e forze politiche e più generale la società civile. Un'altra questione è l'influenza dell'opinione pubblica sull'andamento dei processi. Anche qui è normale che l'opinione pubblica intervenga sull'oggetto del processo. Ma è fondamentale, per il sistema democratico, che giudici e pubblici ministeri prendano le decisioni in maniera indipendente, senza nessun tipo di influenza o pressione; né da parte dell’opinione pubblica, né da parte di esponenti politici. Altrimenti sarebbe la fine del ruolo della magistratura. Il paragone può essere banale, ma durante una partita di calcio può capitare che dalle tribune si urli contro l’arbitro ritenuto incapace , ma questi deve continuare a essere libero di fischiare un fallo tutte le volte che lo ritenga. Quando non lo sarà più significherà che il calcio sarà morto. E come risponde a quelle persone che ritengono che la magistratura abbia un ruolo troppo politico? Un'ultima domanda. Per citare il procuratore Borrelli: lei è uno di quelli che resiste? Guardi, al di là della terminologia, rispondo che io faccio questo lavoro da 32 anni. La magistratura e i singoli giudici sono passati attraverso molti momenti difficili, ma questo è di sicuro uno tra i più neri e tutti i magistrati lo percepiscono. Vorrei ricordare che se durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario l'attenzione dell'opinione pubblica si è concentrata sulle dichiarazioni di Borrelli e del Piave, c'è stato un dato altrettanto rilevante in tutta Italia: la manifestazione delle toghe nere organizzata dall'Associazione Magistrati. In questa occasione diversi giudici e pubblici ministeri che si occupano anche di questioni civili e non solo penali hanno sentito il dovere di -se vogliamo usare questa parola- "resistere" a un clima nel quale la loro indipendenza e la possibilità di esercitare il proprio ruolo sono messi in discussione. Questo è un segnale da non sottovalutare.
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© 1996-2002 Clarence s.r.l. |