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  LA LETTERA DI VITTORIO EMANUELE
Esclusivo! Una lettera dell'erede del re sciaboletta ai lettori di Clarence!
Vittorio Emanuele di Savoia:
«Sarò il vostro Re Pellente»


I SavoiardiMILANO - E' il marzo di due anni fa. Pochi giorni prima che il Parlamento Europeo respingesse l'articolo 42 della relazione annuale sui diritti umani, nel quale si chiedeva che gli eredi maschi dei Savoia potessero "entrare liberamente senza alcun impedimento" in Italia. Ebbene, quella mattina di marzo del 2000 squilla il campanello a Clarence. E' un postino privato, che puzza di Chanel, ha al guinzaglio sette alani e ha la "r" moscia. Ci consegna un plico, commentando: "E' una letteva pev Clavens"; gira i tacchi salutandoci con un affabile "Pezzenti!". Apriamo il plico e sdilinquiamo: si tratta di una lettera autografa che Vittorio Emanuele di Savoia indirizza agli italiani di Clarence, anticipando i motivi del Suo ritorno. Nel pomeriggio, la tragica notizia: non riavremo questo simpatico gagà tra di noi, e saremo privati una volta di più di un'occasione per dimostrare che l'avanspettacolo, in Italia, è vivo e vegeto: più vegeto che vivo, ma è il pensiero quello che conta... Questo accadeva due anni. E siccome gli anni non passano invano (soprattutto se nel frattempo Berlusconi e la sua ghenga hanno vinto le elezioni e si sono impadroniti del Palazzo...), il Senato ha oggi deciso di lavare l'affronto perpretato dalla perfida Europa ai danni dell'Italietta e ha abrogato la norma transitoria scritta nella Costituzione che vietava il ritorno nel nostro paese dei Savoiardi: ed è così che anche la lettera inviata ai lettori di Clarence dal reale sabaudo torna di grande attualità...


La lettera

Care Eccellentissime Maestà i Cittadini Italiani!

Consentitemi di rivolgermi a voi come si conviene ai sovrani. In sessanta lunghi anni d'esilio ho imparato che in una Repubblica è sovrano il popolo, e sessant'anni per imparare un concetto elementare non sono troppi per un Savoia. L'unica frase di senso compiuto che mio figlio Emanuele Filiberto sa dire è «Forza Juve», e per fargliela imparare ho dovuto mandarlo a Harvard.
Ho già inviato agli italiani una lettera come questa, quattro anni fa, attraverso un settimanale che si chiamava Cuore. Vi chiederete perché questa volta abbia deciso di comunicare con voi per mezzo di Internet. E' che mi hanno detto che così il mio messaggio vi arriverà in tempo reale, il più consono al mio rango. A dire il vero avrei preferito in tempo imperiale, ma pazienza. In fondo oggi l'unico vero imperatore, cui tutto il mondo si inchina, è il computer. Ormai lo so perfino io, e infatti sto cercando di combinare un matrimonio dinastico fra mio figlio e un I-Mac. Purtroppo lui rifiuta di unirsi a un essere senz'anima. Lo capisco, povero I-Mac. Ma torniamo a noi. Sono certo che l'abrogazione della disposizione che vieta ai rappresentanti maschi della mia dinastia il rentro in Italia creerà un clima sereno e civile nel Paese. Magari non nel vostro, ma nel paese svizzero dove io risiedo sì: come ha dichiarato commosso il sindaco, sarebbe ora che mi levassi dai coglioni. Oltretutto ho saputo che in Italia è iniziata la ripresa, quindi è giusto che vi riprendiate anche noi Savoia. Emanuele Filiberto non vede l'ora di ammirare le bellezze artistiche di cui gli ho sempre parlato: la Torre pendente di Venezia, la Pietà di Raffaello e i Faraglioni di Bolzano. Anche mia moglie Marina non sta più nella pelle, ma dopo l'ultimo lifting alle guance le succede sempre.
Dall'Italia ho già ricevuto calde testimonianze di affetto. Il circolo «Bakunin» di Bagnacavallo mi ha inviato un sacco di letame, trasparente metafora della missione fecondatrice, anzi fertilizzante, dei Savoia. Un anziano fan veneto mi ha telefonato chiamandomi «mona», di certo una sbarazzina abbreviazione dialettale di «monarca». L'ho ringraziato, dicendogli che io per nascita potrei essere mona, ma i veri mona erano mio padre e mio nonno.
So che alcuni di voi, cari amici di Clarence, nutrono obsolete prevenzioni nei confronti della mia schiatta, istillate da una storiografia partigiana e antipatriottica. Permettetemi di ristabilire la verità. I Savoia erano ammirati in tutta Europa, specie negli zoo. Come dimenticare Vittorio Emanuele II, il cui profilo colpì insigni uomini di cultura, da Darwin a Lombroso? E che dire di Umberto I, che nel 1898 permise a Bava Beccaris di cannoneggiare gli operai, determinando il primo vero boom dell'occupazione? Per non parlare di Vittorio Emanuele III, il re che non piegò mai la testa davanti a Mussolini: si stese direttamente. Su di lui pesa l'accusa di aver firmato nel 1938 le leggi antisemite. Menzogna! Nel 1938 Vittorio Emanuele III non aveva ancora imparato a fare la sua firma. E non sapeva nemmeno cosa fosse, l'antisemitismo. Era convinto che si trattasse di una tecnica di impollinazione delle begonie, e infatti si stupì che per una questione di giardinaggio si dovesse cacciare della gente dalle scuole e dai pubblici uffici. Mio nonno, lo ripeto, non aveva nulla contro i semiti. Aveva pregiudizi solo contro gli ebrei, i giudei e gli israeliti (tra parentesi, faccio notare che questi ebrei hanno un po' troppi pseudonimi per essere un popolo veramente per bene).
E non basta. Artefice dello Stato unitario, la mia stirpe ha sempre nutrito una grande passione per il Meridione: nel '43 scappammo a Brindisi, mica a Milano. E io stesso ho imbracciato il fucile contro un tedesco. Vabbè, era il '75 e si trattava di un inerme turista, ma è il pensiero quello che conta.
L'esilio mi ha visto emigrare in Svizzera, come tanti poveri italiani. Con le valigie di cartone (certe cartone da centomila) e un solo cambio di Rolex ho sopportato le asprezze della vita dell'emigrante: vivere in tre pigiati in un castello, servitù scadente, e soprattutto, umiliazione cocente per un aristocratico, il dramma del lavoro. Tutti volevano darmene uno. Mi sono adattato a vendere elicotteri, per tener fede alla vocazione dei Savoia, quella di far girare le pale a chiunque. Ma l'Italia era il mio unico pensiero, anche perché nella testa di un Savoia due pensieri ci stanno stretti.
Grazie all'intervento della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, presto potrò tornare in Italia come un libero cittadino. Quando mia moglie Marina lo ha saputo, è rimasta a bocca aperta, ma dopo l'ultimo intervento estetico alle labbra le succede sempre. Mi auguro che il presidente Ciampi voglia discutere con me alcune questioncelle: il mio appannaggio, il tiro a sei per lo shopping in centro, le cinquanta vergini addette alla mia persona, e soprattutto il giorno in cui lui sloggerà dal Quirinale, visto che è sempre stata la residenza della mia famiglia. Mi farebbe comodo fra aprile e maggio, perché mi scade il contratto del castello in Svizzera. Inoltre pretendo che mio figlio recuperi il suo titolo di Principe di Napoli, usurpatogli, sento dire, da un certo Antonio De Curtis. I malfidati vogliono obbligarmi a giurare fedeltà alla Repubblica Italiana. Sappiano che non ho alcuna intenzione di giurare fedeltà a una cinquantacinquenne che casca da tutte le parti, ho già mia moglie Marina e mi basta. E poi, chissà. Un giorno potrei tornare sul trono. Il mio bisavolo fu il Re Galantuomo, il mio bisnonno il Re Buono, il mio nonno il Re Soldato. Io sarò il Re Staurato. O il Re Litto. O il Re Pellente. O magari in onore del mio passatempo preferito, il Re Volver. Vedremo. Nel frattempo non mi dispiacerebbe un incarico in politica. Magari al Ministero della Solidarietà Sociale, per alleviare le sofferenze dei miei simili. Mi occuperei del dramma dei senzacasata, dei Borboni costretti a dormire sulle panchine, degli anziani malati di Gotha e privi delle cure dei Medici, della mancanza fra i giovani di sani prìncipi, dell'estinzione dei Delfini. Accoglietemi fra voi in pace, amici di Clarence. Abbiate fiducia e, grazie al mio crisma regale, vi farò tutti duchi, baroni, marchesi e conti. Anzi, no. I conti li farete voi. Con me. Dopotutto voi italiani siete sempre quei brutti cattivoni che hanno fatto piangere mio nonno, mio papà e lo zio Benito, ecco ecco ecco.

Vostro
Vittorio Emanuele di Savoia.

PS. Noterete la scioltezza del mio stile. Sì, mi servo di un italiano impeccabile. Si chiama Gustavo, ed è il mio maggiordomo.

l'archivio

  di Lia Celi e Maurizio Pluda
gli stessi argomenti su:  Corriere della Serail Nuovola RepubblicaYahoo! Italia
   data: 06 febbraio 2002 protezione contenuti: assente Aiuto  

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