In Italia esiste da 12 anni una legge che vieta di inviare armi a dittatori e nazioni in guerra. E' la legge 185/90. Prima di quella legge è stato possibile vendere armi italiane a Gheddafi e a Saddam Hussein (tanto per fare degli esempi); prima di quella legge l'Italia ha esportato nel mondo il made in Italy bellico così come faceva l'Albertone nazionale nel film Finché c'è guerra c'è speranza. La legge 185/90 è stata una grande conquista di civiltà. Che la lobby delle armi ha digerito a fatica, tanto da fare il diavolo per modificarla. Cosa che dopo una lunga opera di pressione le è riuscita, la settimana scorsa: la Camera ha infatti approvato (220 voti a favore, 107 no e 67 astenuti) il disegno di legge n. 1927 che va a intaccare i punti qualificanti della 185/90, favorendo l'esportazione di armi e diminuendo i controlli.
Al grido di Fermiamo i mercanti di morte una serie di organizzazioni (da Amnesty international alle cattoliche Acli) e di riviste (dalla missionaria Nigrizia all'antagonista Carta) ha però lanciato nei mesi scorsi una mobilitazione che ha reso più difficile l'iter parlamentare della legge. Ma che non ha fatto breccia fra le forze politiche della maggioranza, nonostante le oltre 62mila firme raccolte in poche settimane. "Ci spiace constatare", ha dichiarato Tonio Dell'Olio, portavoce della campagna, "che ancora una volta le ragioni del business abbiano avuto il sopravvento su quelle dell'etica e che sia questa ormai la logica che guida la politica estera del nostro Paese". I rappresentanti delle organizzazioni che formano la campagna hanno già detto chiaramente che non molleranno la presa e che continueranno a seguire l'iter del ddl al Senato, cercando di allargare il network sul piano europeo e internazionale e di rendere ancora più stabile il collegamento tra le realtà di base interessate a monitorare il commercio di armi italiane nel mondo. "A nessuno deve sfuggire", ha continuato Dell'Olio, "che se non ci fosse stata questa mobilitazione, difficilmente una parte del nostro Parlamento si sarebbe posto il problema di mettere in discussione la proposta del governo, giacché il provvedimento fu licenziato lo scorso marzo, praticamente all'unanimità, dalle commissioni congiunte Esteri e Difesa della Camera". Vale anche la pena ricordare che il disegno di legge riprende un precedente progetto già presentato dal governo di centrosinistra e che le prime firme in calce alla 1927 erano quelle del forzaitaliota Cesare Previti e del diessino Marco Minniti...
Il testo approvato alla Camera Ecco il testo del disegno di legge n. 1927, così come è stato approvato dalla Camera. E' l'ennesima brutta legge che questo governo si appresta a varare. Le speranze di farla diventare un po' meno peggio ora passano al Senato, dove il provvedimento deve andare per l'approvazione definitiva. Insomma, la speranza è l'ultima a morire e la lotta continua...
"Noi rappresentanti di diverse realtà della società civile organizzata, esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo, delle religioni e dello sport, degli istituti missionari e degli organi di informazione, del volontariato e organizzazioni non governative, cittadine e cittadini...": non è il testo di convocazione delle assise giacobine del 1789, ma l'inizio dell'appello della campagna Fermiamo i mercanti di morte...
C'è il registro delle Nazioni unite delle armi convenzionali, creato subito dopo la guerra del golfo nel 1991. Mentre l'Unione europea ha adottato nel 1998 il codice di condotta per le esportazioni di armi. Sono i due principali strumenti offerti dal diritto internazionale per combattere i mercanti d'armi. Ma non è sempre oro tutto quel che luccica...
La lobby delle armi? Non è un fantasma, esiste. Non è un'invenzione dei soliti pacifisti new global, sempre un po' dietrologi, che attaccano i soliti grandi vecchi, rispolverando tutta la retorica delle buone utopie. No. Questa volta non è retorica, è realtà: perché la lobby delle armi esiste veramente, ha una sede (a Roma), attività precise (resoconti e pubblicazioni), un portavoce (Carlo Festucci), perfino una relazione annuale, consultabile da chiunque.
Perché la 1927 non piace La legge 1927 intende "facilitare la ristrutturazione e le attività dell'industria europea per la difesa" secondo le direttive di un "accordo-quadro" sottoscritto a Farnborough il 27 luglio 2000 dai ministri della difesa di Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Spagna e Svezia. La normativa in discussione, se approvata, andrà a modificare la legge (185/90) che disciplina attualmente il commercio italiano delle armi, con vari mutamenti che la stravolgeranno completamente. La modifica principale consiste nell'introduzione di un nuovo tipo di autorizzazione alle esportazioni di armamenti, la cosiddetta "autorizzazione globale di progetto". Per quanto si inserisca nell'ottica dell'integrazione dell'industria europea degli armamenti, gli emendamenti introdotti avranno conseguenze sulla trasparenza e il controllo del commercio delle armi. Il risultato sarà che una parte significativa delle esportazioni di materiale di armamento semplicemente scomparirà dalle possibilità di controllo degli organi parlamentari, della stampa e dell'opinione pubblica. In sintesi, non saranno applicabili i tratti salienti della nostra normativa. Eccoli, punto per punto.
Il Who's who del settore Schede con tutti i dati tecnici e le informazioni per contattarle ed esprimere il vostro sdegno: è l'elenco alfabetico, aggiornato all'8 marzo 2002, delle società italiane che costruiscono armi. E di quelle che le esportano in tutto il mondo.
Il business della tortura Torturatori non si nasce. La tortura è un mercato. Dietro chi commette le atrocità ci sono i finanziatori, i campi d'addestramento, il commercio delle armi. In molti paesi i responsabili sono appoggiati da governi stranieri che forniscono loro i mezzi e le tecniche per usarli. Un tremendo business che è finito nel mirino di Amnesty international: l'anno scorso ha presentato un rapporto-denuncia nell'ambito della campagna mondiale per l'abolizione della tortura lanciata nell'ottobre 2000. Sotto accusa più di 150 aziende di 22 paesi (Usa ed Europa compresi) che producono e commerciano i cosiddetti "equipaggiamenti anti-crimine".