Loro sono lì. Sono a lì a fare quello che l'Europa (latitante), gli stati arabi (tergiversanti) e gli Usa (complici) non fanno: dire basta a Sharon, ai suoi carriarmati, alla guerra di Israele contro i palestinesi. Loro sono i pacifisti, i no-global, i cattolici militanti che in questi giorni sono andati in Palestina a mettere i loro corpi davanti alle truppe scatenate di Tsahal, l'esercito con la stella di Davide sul fucile, per cercare di fermare il massacro. Lo fanno per etica, per ideologia. Ma ancor di più nel nome della dignità umana. Come i riservisti israeliani che hanno avuto il coraggio di dire no al macellaio Sharon e ai suoi generali (ne abbiamo parlato in un recente speciale, clicca qui per saperne di più). Nel giorno di Pasqua si sono pure presi le pallottole dei soldati israeliani. Una ragazza inglese è stata colpita da una scheggia allo stomaco e solo il pronto intervento dei sanitari ha evitato il peggio.
Ma perché l'esercito spara loro addosso? Per lo stesso motivo per cui rende sempre più difficile la vita agli inviati dei media stranieri: il governo di Sharon e il suo braccio armato non vogliono testimoni della "pulizia etnica" (così ieri l'ha definita da New York un portavoce dell'Onu) che stanno facendo in Palestina. Ma questo scopo è ben lungi dall'essere stato raggiunto. In parte proprio grazie ai militanti della pace, che hanno trovato in internet l'ideale mezzo per scrivere i loro reportage, mettere online le loro foto. E producendo così dell'ottimo giornalismo, come dimostra l'elenco di siti che pubblichiamo qui sotto.
L'elenco dei siti che trovate qui non è certo esaustivo. Si tratta di una selezione delle molte segnalazioni arrivate in redazione. Se avete altri "indirizzi" da far conoscere, scrivete una mail cliccando qui.
Il dossier sulla Palestina della sezione italiana di Indymedia, il più importante network mondiale di controinformazione. Pagine e pagine di testi e foto continuamente aggiornati. In sommario: i resoconti delle iniziative pacifiste nei territori occupati (tra le quali la carovana di Action for peace), le testimonianze in presa diretta, le analisi politiche, i link ai siti di informazione locale, il calendario delle mobilitazioni in Italia.
Corrispondenze dai territori occupati: sotto questo titolo, un'intera sezione dedicata alla Palestina. Con gli ambiziosi obiettivi di fermare il massacro; far rispettare il diritto umanitario e di guerra; dire basta alle esecuzioni dei combattenti catturati, alle uccisioni dei medici e all'impossibilità di soccorrere i feriti, lasciati morire dissanguati per le strade; ottenere il ritiro dell'esercito di Israele da Cisgiordania e Gaza; esigere il rispetto delle risoluzioni dell'Onu.
Una sorta di diario elettronico (in inglese) che racconta la terribile vita quotidiana di chi vive nei territori occupati. Residenti palestinesi, ma anche stranieri, che scrivono le loro eroiche peripezie per sopravvivere, comprare qualcosa da mangiare, inventarsi il modo di procurarsi dell'acqua potabile. Una lettura importante per smontare e contrastare la propaganda diffusa dalla macchina da guerra mediatica di Israele.
Il "ponte di solidarietà virtuale" costruito dal network antagonista Isole nella Rete con i media-attivisti in Palestina. "Per dare massima visibilità, mantenere contatti diretti e amplificare la voce dei media-attivisti che coraggiosamente in Palestina non solo cercano di garantire con la loro presenza una forma di tutela minima per i civili coinvolti, ma anche riescono a offrire cronache di quanto sta succedendo ben oltre l'ovattato e inaccettabile silenzio dei media ufficiali che - salvo rare eccezioni - ben poco narrano del dramma che si sta consumando intorno ai campi profughi".
Un sito di movimento, con aggiornamenti continui dalla Palestina. E i fotoreportage di un fotografo freelance, Brioga, che si trova all'interno dell'ospedale di Ramallah.
Vent'anni di (dis)accordi
Dalla conferenza di Camp David del 1979 a quella del 2000, ecco una carrellata delle tappe storiche che hanno segnato il tormentato cammino verso un accordo di pace tra Israele e Palestina. Un cammino che ha regalato speranze e premi Nobel, ma che poi si è impantanato a pochi metri dal traguardo.