Chi ci governa parla molto poco della scuola e ancora meno dell'università e soprattutto della ricerca scientifica. Silenzio profondo sulle lettere e richieste firmate dai ricercatori italiani, preoccupati per i tagli ai fondi per la ricerca e per l'inevitabile perdita di competitività in un campo in sempre più rapido sviluppo. Forse il presidente del Consiglio e il ministro Moratti non sanno che solo Grecia, Portogallo e Spagna investono meno di noi in ricerca e sviluppo (rispettivamente 0.5, 0.65 e 0.86% del Pil contro l'1.03 dell'Italia e il 2% della media dell'Unione europea), e che il numero di ricercatori per 1000 lavoratori è esattamente la metà in Italia rispetto a Francia, Germania e Inghilterra. Inoltre il numero di laureati all'anno è di 120mila contro i 400mila di Francia e Regno Unito, mentre il numero di dottorati è di 4mila contro 10mila e l'età media dei docenti e ricercatori universitari è fra i 50 e i 60 anni, quando è ben noto che in campo scientifico e tecnologico il massimo della creatività si ha sotto i 40 anni. In media in Europa, a parità di popolazione e Pil si spendono 42 miliardi di euro, contro gli 11.5 miliardi dell'Italia.
Secondo uno studio del Fondo monetario internazionale citato da Paolo Sylos Labini, mezzo punto percentuale in più del Pil per la ricerca genera un aumento della produzione del 7% in 10 anni e dell'11% in 20 anni. Perciò il governo dovrebbe rendersi conto che la cultura e la ricerca sono fondamentali per lo sviluppo del paese, e che i risultati non si hanno immediatamente, e anche la ricerca pura, che sembra non avere applicazioni immediate può rivelarsi poi estremamente importante. Se l'Italia vuole mantenere il quarto posto di potenza europea e il quinto o sesto di potenza economica mondiale, deve incrementare rapidamente i fondi per la ricerca innovativa nei campi più tecnologicamente avanzati.
Un punto dolente nella ricerca italiana è la scarsa comunicazione e collaborazione fra università e industrie. Iniziative importanti per migliorare questa collaborazione sono le "aree di ricerca", come ad esempio quella di Trieste, che è oggi in pieno sviluppo, e ospita sia laboratori universitari che laboratori di numerose industrie, favorendo una continua e proficua collaborazione. Le potenzialità umane e le strutture nazionali e quelle internazionali di cui l'Italia fa parte non mancano. Non permettiamo che si inaridiscono per colpa dell'ignoranza di chi ci governa.