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  GRANDI IMPRESE?
Sul terreno di gioco dei mondiali, prima ancora che le squadre di calcio nazionali, si affronteranno due grandi marche dell'abbigliamento e delle scarpe sportive, Adidas e Nike, che insieme si spartiscono oltre il 50% di questo settore di mercato. Ma Adidas e Nike sono note anche ai consumatori critici e alle organizzazioni per la difesa dei diritti dei lavoratori di tutto il mondo. Ecco due schede con pregi (pochini) e difetti (tanti) dei due giganti dell'impresa sportiva.
[ Le schede sono a cura di Ersilia Monti e sono state tratte dal sito Otromundial.org ]
AdidasADIDAS-SALOMON
(fatturato 2001: 5 miliardi di dollari; sponsorizzazioni e pubblicità: 1 miliardo di dollari/anno)
Adidas è un'azienda tedesca, nasce nel 1926 e fa il suo primo ingresso alle Olimpiadi nel 1928, negli anni Sessanta ha ormai il monopolio delle forniture per i giochi olimpici. Negli anni Settanta tutti i grandi marchi delle scarpe e dell'abbigliamento sportivo trasferiscono le produzioni prima verso Hong Kong, Corea del Sud e Taiwan, poi verso paesi a sempre minor costo del lavoro fino ad approdare negli ultimi anni in Cina (65% della produzione mondiale), Indonesia e Vietnam. Negli anni Ottanta Adidas viene spodestata nell'atletica da Nike, azienda americana nata alla fine degli anni Sessanta; Reebok, una delle case più antiche (anno di fondazione 1895), si afferma nel settore dall'aerobica e ora controlla il 10% del settore dell'abbigliamento e scarpe sportive. Con l'acquisto nel 1997 di Salomon, marca francese specializzata nella produzione di articoli per lo sci, Adidas diventa il secondo produttore mondiale nel mercato dello sport e il primo in assoluto in Europa.
Adidas è stata l'ultima, dopo Nike e Reebok, a darsi un codice di condotta (giugno 1998) e a dotarsi di un sistema di monitoraggio interno. Sostiene attraverso la World Federation of Sporting Goods Industry il progetto per l'eliminazione del lavoro minorile nella produzione di palloni in Pakistan e in India. Solo nel 1999, con la nomina di David Husselbee, ex funzionario della fondazione Save the Children, a direttore dell'ufficio affari sociali e ambientali, l'azienda comincia a rispondere alle pressioni dei consumatori che aveva fino a quel momento ignorato. Nello stesso anno diventa membro della Fair Labor Association, l'agenzia per il monitoraggio delle condizioni di lavoro nel settore del tessile-abbigliamento-calzaturiero di ispirazione aziendale promossa dall'amministrazione Clinton.
 Nel 1998 un ex internato in un campo di lavoro in Cina dichiara che Adidas ha fatto uso di lavoro forzato per la produzione di palloni da calcio per i mondiali del 1998. Il fornitore della multinazionale tedesca si serviva di laboratori in una zona rurale che occupavano anche prigionieri politici di un vicino campo di rieducazione, per 15 ore di lavoro al giorno e una paga di 1 dollaro e 50 al mese.
 Nelle fabbriche di El Salvador (1998) le donne erano costrette a lavorare fino a 70 ore la settimana, sottoposte a test di gravidanza e licenziate se incinte. Un tentativo della Clean Clothes Campaign tedesca di avviare in Centro America un progetto di monitoraggio congiunto con la multinazionale tedesca fallisce per l'indisponibilità di quest'ultima ad accettare l'intervento di una ong locale.
 In Bulgaria (fabbrica Savina, di proprietà greca) (1998), le donne erano costrette a fare ogni giorno 4 ore di straordinario pagato al nero e avevano diritto solo a 2 giorni di ferie all'anno. Sia nel caso della fabbrica Formosa di El Salvador che di Savina in Bulgaria, Adidas ha reagito alle pressioni ritirando le commesse.
 Nel novembre 2000 Adidas rifiuta di presentarsi a un'audizione convocata da una commissione dell'Unione Europea a cui interviene una ong indonesiana chiamata a riferire delle condizioni di lavoro in una fabbrica che produce per Adidas (Tuntex: 70 ore di lavoro a settimana, straordinari forzati, paghe al di sotto del minimo legale, maltrattamenti).
 Nell'aprile 2001 prende avvio una grande mobilitazione internazionale, a cui partecipano anche i consumatori/cittadini italiani, a favore di Ngadinah, operaia-sindacalista di una fabbrica indonesiana di Adidas, arrestata a un anno di distanza da uno sciopero di massa (8mila lavoratori) sulla base di accuse generiche, per esempio aver incitato i compagni ad aderire allo sciopero. Assolta dalle accuse in agosto può riprendere il suo lavoro nella fabbrica, ciò che non sarebbe mai potuto accadere senza che fosse tenuta desta l'attenzione internazionale sul suo caso. Adidas è costretta a prendere posizione e a scrivere al ministero del lavoro indonesiano per invitarlo a far luce sul caso.
NikeNIKE
(fatturato 2001: 9,5 miliardi di dollari; sponsorizzazioni e pubblicità: 1,9 miliardi di dollari/anno)
Nata alla fine degli anni Sessanta, Nike è l'azienda leader nel mercato mondiale dell'abbigliamento e delle scarpe sportive. Ha lanciato il mito dell'atleta testimonial del valore di milioni di dollari; molto noti sono i campioni di basket Michael Jordan (20 milioni di dollari), il campione di tennis Andrea Agassi (100 milioni di dollari per 10 anni), il campione di golf Tiger Woods (20 milioni di dollari). Si è calcolato che la sponsorizzazione di Tiger Woods basterebbe per pagare il lavoro di 40mila lavoratori cinesi.
E' fra le prime, dopo Levi's, a darsi un codice di condotta (1992). E' fra le fondatrici nel 1999 della Fair Labor Association e partecipa al progetto per l'eliminazione del lavoro minorile in Pakistan (Atlanta agreement).
 Nel 1996 fa il giro del mondo la foto della rivista Life che mostra un bambino pakistano intento a cucire un pallone da calcio Nike con marchio Fifa.
 Nel 1997 arrivano le prime denunce circostanziate sul lavoro sfruttato degli adulti. Un'indagine in Vietnam svela maltrattamenti, salari così bassi da non coprire il costo di tre pasti al giorno, divieto di andare in bagno più di una volta per turno. Un'altra indagine in Indonesia rivela che le donne lavorano 7 giorni alla settimana e vengono licenziate se si ammalano. Esce in Cina un altro rapporto dettagliato da cui risulta che gli operai sono chiusi a chiave nelle fabbriche in cui lavorano e dormono. Nike fa svolgere una propria ispezione, ma tiene segreti alcuni risultati scottanti, fra cui gli effetti cancerogeni di alcune sostanze chimiche utilizzate nella produzione di scarpe. Ne nasce uno scandalo. Il 1997 si chiude per Nike con una consistente diminuzione dei profitti.
 Nel 1998 Nike si mostra disposta al dialogo e annuncia un programma di miglioramento delle condizioni di lavoro nelle fabbriche (aumento dei salari, controllo sull'impiego di minori, migliori condizioni di sicurezza).
 Le indagini realizzate in proprio da Nike e Reebok fra il 1999 e il 2001 continuano a confermare condizioni di sfruttamento del lavoro, ma non danno risposta a due questioni basilari sollevate dai gruppi di pressione: garantire un salario adeguato e la libertà di organizzazione sindacale.
 Nel 2000 a ridosso dei giochi olimpici di Sydney, la Nike viene citata a giudizio dal sindacato australiano e ritenuta responsabile della violazione della legge sul lavoro a domicilio. Durante i giochi olimpici, due attivisti americani si trasferiscono in un sobborgo di Jakarta per condividere la vita degli operai della Nike, salario compreso. Rientrano a casa dopo due mesi, affamati e notevolmente dimagriti (perdono 8 chili lei, 11 chili lui).
 Negli Stati Uniti nasce nel 1998 una rete studentesca, United Students Against Sweatshops, che riesce dopo molte iniziative di pressione a convincere 75 università a darsi delle regole etiche per l'acquisto di abbigliamento per le squadre sportive universitarie. Viene costituito un organismo ispettivo per il rispetto del codice di condotta universitario, Worker Rights Consortium, in cui sono rappresentati anche gli studenti. Il primo caso su cui l'organismo è chiamato a indagare riguarda il tentativo di un sindacato di fabbrica indipendente presso un fornitore messicano di Nike di sopravvivere alle intimidazioni e alla repressione anche brutale. Grazie alle indagini svolte sul campo dagli studenti, a una tenace mobilitazione internazionale e ai risultati di un'indagine commissionata dalla stessa Nike, il sindacato viene riconosciuto, firma il suo primo contratto collettivo e fa rientrare tutti i licenziamenti.

  di Maurizio Pluda
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   data: 31 maggio 2002 protezione contenuti: assente Aiuto  

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