"Mi chiamo Cristiana, ho 30 anni, vivo in provincia di Torino, sono sposata da quasi 8 e ho una bambina, Francesca Maria Luna, di un anno nata grazie alla fecondazione assistita. Francesca è arrivata dopo anni di sofferenze, delusioni, stimolazioni ormonali dolorosissime e test di gravidanza ostinatamente negativi! Il mio problema (o colpa, come molti bigotti credono) è, da sempre, l'ovaio policistico: una patologia, pare, di origine genetica (tant'è che non si esclude la possibilità che anche Francesca sviluppi la sindrome) che inibisce l'ovulazione e, di conseguenza, la possibilità di concepire in modo naturale. I miei cicli durano, normalmente, più di 100 giorni.
All'inizio fui seguita da ginecologo privato della mia zona, una brava persona, competente e umano, ma privo dei mezzi necessari per affrontare un problema come il mio. Dapprima fui sottoposta a cure blande al fine di regolarizzare il ciclo. Mi furono prescritte, per anni, delle pastiglie a base di ormoni che avrebbero dovuto indurre l'ovulazione e, una volta che avessi cercato una gravidanza avrebbero dovuto permettermi di rimanere incinta, ma la mia sindrome è piuttosto grave per cui non reagivo e non reagisco a dosaggi così blandi. Per anni sono andata avanti tra attese, speranze e grandi delusioni. Da sempre, a causa dell'ignoranza circa i complessi processi che permettono un concepimento (gran parte delle coppie e delle donne in genere, non hanno la minima idea di come funzioni il loro apparato riproduttivo) credevo che bastasse prendere un blister delle solite pastiglie per compensare la mancanza di madre natura e rimanere incinta. Ben presto mi sono resa conto che la cosa era ben più seria e complessa e questo mi ha invogliata ad approfondire l'argomento scoprendo cose davvero sorprendenti ma, soprattutto, mi sono resa conto che, se volevo diventare madre, era necessario passare a terapie più serie. Così, dopo una lunga chiacchierata col mio ginecologo sui rischi di una stimolazione ormonale decisi di iniziare una terapia col Metrodin. Ogni due giorni venivo sottoposta a monitoraggi ecografici, a volte uscivo dallo studio del ginecologo alle 11 di sera, alternavo le ecografie a dosaggi ormonali che facevo nel laboratorio analisi della mia città, facendo la fila alle 6 del mattino, in modo da essere la prima e poter arrivare in orario al lavoro. Insomma, un vero e proprio pellegrinaggio reso sopportabile dalla speranza, se non quasi certezza, che una terapia del genere, le cui dolorosissime iniezioni che facevo ogni sera, alla stessa ora (e ciò mi impediva di aveva una vita sociale perché alle 21 dovevo essere a casa col sedere per aria!) e che mi facevano male al gluteo per giorni, avrebbe avuto successo. Purtroppo il primo ciclo andò male. Ricordo ancora come se fosse adesso la premura che avevo nel guidare, nello svolgere le faccende domestiche, nel camminare per strada... nell'attesa del responso del test: ero certa che in me stava crescendo una vita! Purtroppo, l'unico follicolo maturato non venne fecondato...
Non mi scoraggiai e un mese dopo tentai con una seconda stimolazione, ma il mio ovaio reagì in un modo imprevedibile: a un certo puntò sembrò impazzire e iniziò a far maturare parecchi follicoli, andai in iperstimolazione seria e per quasi un mese rimasi a letto seguendo tutte le raccomandazioni del ginecologo. Mi ricoverò in day hospital e mi sottopose a tutte le indagini del caso spiegandomi i rischi annessi e connessi e mentre lui scongiurava un concepimento io non facevo altro che sperare di essere incinta (beata ignoranza!), il test fu, nuovamente negativo. Quel risultato fu una vera botta psicologica! Mi convinsi di avere problemi diversi e più seri della Sindrome dell'Ovaio Policistico perché era impossibile che con tanti follicoli maturati nemmeno uno fosse stato fecondato...
Iniziò un periodo di grande scoramento, di crisi terribili in cui era insopportabile addirittura camminare per strada in quanto, ovunque mi girassi, ovunque andassi, c'erano mamme dal dolce sorriso che spingevano una carrozzina o che sfoggiavano l'enorme pancione, e ogni volta che un'amica mi annunciava la sua gravidanza per me era un po' morire dentro. La vita, il futuro stesso, sembravano non avere più senso perché mancava l'obiettivo principale. Senza contare i continui pregiudizi della gente, non solo dei seguaci bigotti delle ideologie della Chiesa, ma anche quelle dei familiari più anziani ancorati a vecchie credenze secondo cui una donna che non fa figli è un'incapace. Per farla breve, quello è stato il periodo peggiore di tutta la mia vita, ma grazie a Dio, come dice mio padre, sono una che non si arrende mai, così, ripresami, concordai, col mio ginecologo una nuova strategia. Mi mandò subito da un famoso ginecologo/endocrinologo, uno di quelli che hanno lo studio in un palazzo signorile e siedono su poltrone di "pelle umana". Mi visitò (senza fare un'ecografia) e fece una diagnosi sfogliando distrattamente le analisi di una vita che gli avevo portato stile Fantozzi con la carriola! Mi fece ricoverare per tre giorni nel suo reparto di endocrinologia. Qui mi prese in carico una sua assistente, una donna acida e fredda, palesemente depressa e insoddisfatta. Diede un'occhiata alla mia "papirologia" (un maxi quadernone ricco non solo di analisi e prescrizioni, ma anche di una dettagliata descrizione di tutto il mio percorso, dagli inizi a quel giorno) dopo le mie continue insistenze, ma era come se non l'avesse fatto, perché dopo averlo sfogliato (e non letto o fatto finta di leggere almeno le cose più significative) me lo restituì partendo in quarta con le sue idee.
Ai tre giorni di ricovero seguirono mesi di accertamenti e alla fine, finalmente, ebbi il verdetto: "Amenorrea in paziente desiderosa di prole, da anaovularietà semplice in sottopeso". In sintesi, secondo quel fior fiore di specialisti, non ovulavo perché ero denutrita (55 kg per 1.69 e una dieta ricca ed equilibrata). Giuro che mi trattenni a stento dal ridere loro in faccia e quando chiesi una soluzione e mi risposero di mettere il pane nel caffelatte della colazione capii che quella non era la strada giusta anche perché, di fronte alle mie obiezioni, non solo mi trattarono come una povera stupida incompetente facendomi sentire in colpa per il mio stato, ma mi prescrissero le solite pastiggliette blande che avevo preso per anni senza risultati e quando richiesi una cura più seria e mirata perché volevo un bambino prima dell'età pensionabile mi risposero, con chiaro atteggiamento di chi va per la sua strada senza dar peso all'aspetto umano e psicologico della persona/paziente, che le terapie che richiedevo io erano l'ultima spiaggia, che prima si doveva iniziare da stimolazioni leggere (e secondo loro cos'avevo fatto nei 10 anni precedenti??).
Uscita dall'ospedale, più agguerrita che mai, decisi che mi sarei rivolta altrove, ma nel frattempo avrei preso un periodo di pausa dato che aravamo in luglio. Alla fine di agosto, ossia quasi un mese dopo la visita e la prognosi di quella dottoressa, scoprii, con grande gioia e sorpresa, che attendevo un bambino. Un bimbo concepito in modo naturale, concepito durante una delle poche ovulazioni sporadiche (di cui non mi ero accorta) della mia vita, concepito poco prima che quella donna mi visitasse per l'ultima volta e mi dicesse che la mia sterilità era legata alla mia magrezza, poco prima che mi dicesse "non rimarrà mai incinta magra così!". Furono giorni di immensa gioia, sentimenti indescrivibili, unici. Caspita, ero incinta e lo ero senza nessuna terapia. Purtroppo ebbi un aborto due settimane più tardi. Molto probabilmente il mio bambino è morto a causa del mio squilibrio ormonale, quasi sicuramente per una carenza di progesterone. La perdita di quella vita è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e da quel giorno nutro un grande risentimento verso quella dottoressa che non si accorse che stava visitando una donna incinta, verso quella donna e sottolineo donna, che molto superficialmente si limitò a condannarmi per la mia sterilità. Da quel giorno, ogni volta che ripenso al mio bambino mai nato, mi chiedo cosa sarebbe successo se quella signora, accorgendosi di una gravidanza in atto, mi avesse prescritto immediatamente del progesterone. Sicuramente ai primi sintomi avrei fatto un test invece che attribuire i dolori addominali, la nausea e le strane perdite all'imminenza di un ciclo. La gravidanza è stata l'ultima cosa a cui ho pensato, visto che quella dottoressa, poche settimane prima era stata chiara: troppo magra per rimanere incinta! Quella rabbia, purtroppo, rimarrà sempre nel mio cuore e con essa il rimorso, il senso di colpa per non aver fatto quel test subito, per aver deciso di non pensare all'argomento "gravidanza" per un paio di mesi. Quei sentimenti rivivono in me ogni volta che ripenso al mio bambino e fanno male come un pugnale che trafigge il cuore. Prego Dio di non aver mai più a che fare con quella gente!
Ma, come ho già detto, ho la testa dura. In più c'era una cosa che mi dava forza: la certezza che potevo rimanere incinta e se lo ero rimasta in modo naturale, potevo rimanerlo ancora e,a maggior ragione, se ricorrevo a un centro serio. Così a gennaio, ossia 4 mesi dopo il mio aborto, mi rivolsi al dottor Fusi del S. Raffaele di Milano. Mi sembrò di rinascere! L'ambiente era accogliente, i medici e il personale di una gentilezza e un'umanità a cui non ero abituata. Mi accolsero subito con un sorriso, chiamandomi per nome, cosa che trasmette un calore non indifferente. Analizzarono nei minimi particolari tutta la mia documentazione ci stettero su un bel po' e mentre il dottore leggeva, la sua collega prendeva appunti poi, ogni tanto si fermavano, si confrontavano, e mi sorridevano al fine di alleggerire la mia tensione. Mi mandarono a casa con una terapia, una vera terapia, spiegandomi la causa del mio problema che non era certo da attribuire alla magrezza (per altro non patologica, come mi avevano fatto credere nel centro precedente) e che non si poteva certamente risolvere con una dieta o una blanda stimolazione. Mi rassicurarono dicendomi che sarei uscita di lì con un bambino in braccio, ma che poteva volerci del tempo. Mi sentii rinascere, ebbi nuovamente la sensazione di essere una persona e non un numero o una cavia da laboratorio.
Iniziai immediatamente le terapie. Ogni due giorni percorrevo 200 km per raggiungere Milano, mi svegliavo all'alba per poter prendere il treno a 30 km da casa mia, in ospedale venivo sottoposta a dei monitoraggi ecografici e a dei prelievi per verificare il livello degli estrogeni per tenere sotto controllo la crescita follicolare. Tornavo a casa alla sera e subito facevo la solita iniezione (una tutta i giorni, i dosaggi variavano a seconda dell'esito dell'ecografia...). L'iniezione era dolorosissima, a volte non riuscivo a muovere la gamba. Ricordo che a volte mi lasciavo prendere dallo sconforto e piangevo per ore ricordando il mio bambino mai nato. Ma poi mi rialzavo e partivo... Al San Raffaele mi hanno spiegato cose che mai nessuno si era sforzato di spiegarmi, lì mi hanno sempre ascoltata, con pazienza hanno sempre dato una risposta anche alle domande per loro più banali. La prima stimolazione andò male, il test risultò negativo, ma mi spiegarono che la causa era la mancanza di sincronia tra sviluppo follicolare e crescita endometriale, mi spiegarono che se l'ovaio reagisce tardi l'endometrio è ormai troppo vecchio per accogliere l'ovulo. Insomma, una banalità che mai nessuno mi aveva spiegato. Mi illustrarono come avrebbero proseguito. Nonostante l'esito negativo, nonostante dovessi ricominciare tutto da capo e nonostante avessi scoperto una cisti (benigna) al seno che tardò la ripresa della terapia, affrontai la seconda stimolazione con una serenità che non avevo mai provato, perché sapevo di essere in buone mani, sapevo che quei medici erano lì per me, per la scienza e non per speculare sulla mia disgrazia. A giugno 2000 feci l'ultima iniezione e 15 giorni dopo il test risultò nuovamente positivo. Ero incinta!
Mi sono fatta seguire da loro sino al quinto mese e ogni ecografia era una gioia per tutti. Ricordo ancora il giorno della prova battito, avevo una paura matta, Fusi mi visitò, mi fece l'ecografia e con il suo solito grande sorriso esordì con un bel "congratulazioni signora". Sono stati 9 mesi magnifici, benché non siano mancate le paure: il 10 marzo 2001 è nata Francesca Maria Luna, la gioia della nostra vita!
Spesso mi chiedo come sarebbe la mia vita se avessi continuato a farmi seguire da quella donna, se non avessi mai incontrato il dottor Fusi o, peggio, se qualche buontempone avesse avuto la buona idea di rinchiudere in un lazzaretto tutte le coppie sterili impedendo loro qualsiasi contatto con medici in grado di regalare il dono più grande: quello della maternità. Purtroppo il mondo è pieno di gente ignorante che vorrebbe davvero emarginare i diversi, comprese le persone sterili. Nonostante siano anni che convivo con la mia sterilità, i sensi di colpa, le sofferenze ad essa legata, non sono ancora riuscita a essere indifferente di fronte ai pregiudizi della gente. Certe frasi feriscono il profondo dell'anima e, nonostante oggi sia finalmente madre, grazie alla scienza e all'umanità dei medici, in me rimarrà sempre una grande ferita che puntualmente sanguinerà ogni volta che qualcuno sputerà sentenze nei confronti delle coppie sterili.
Vorrei davvero che i politici (ma non solo loro) si informassero un po' di più e capissero che la sterilità è un male che può colpire chiunque a qualsiasi età, in qualsiasi momento. Basti pensare alle non poche coppie che, nonostante, il primo figlio concepito in modo naturale, non riescono ad avere il secondo. Ma certe cose, per capirle, bisogna viverle e la sterilità è una condizione che non auguro nemmeno al mio peggior nemico".
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