Escluso che Claudio Scajola sia davvero dotato di una coscienza che l'ha spinto a dare le dimissioni, chi è l'artefice del "gesto doveroso" fatto (finalmente) dal fu ministro dell'Interno? Mi sembra che si possa dire senza ombra di dubbio che questo artefice sia Gianfranco Fini. Il vicepremier e leader di An, raggiunto lo scopo, ha poi elegantemente dettato alle agenzie di stampa l'epitaffio per Scajola: "Le sue dimissioni sono innanzitutto un atto di responsabilità che dimostra il suo alto senso dello Stato. Il suo gesto sottrae le istituzioni alla campagna denigratoria e agli attacchi strumentali di chi pensava di indebolire il governo e di rallentarne l'azione riformatrice. La generosa decisione conferma la sua indubbia dirittura morale e ci rafforza nel convicimento che Claudio Scajola rappresenta una risorsa per il futuro della coalizione di centrodestra". Sììì, intanto però si accomodi sul bagnasciuga della sua amata Albenga.
Una raffinata ipocrisia, quella di Fini, ideale per celebrare il punto messo a segno dai postfascisti nella resa dei conti all'interno del Polo. Al cui confronto impallidiscono le reazioni che arrivano dal centrosinistra: "Dovute, ma tardive", vengono infatti definite le dimissioni di Scajola. Poi, per fortuna, arriva il presidente del gruppo dei Ds al Senato, Gavino Angius, che da buon sardo decide di caricare a testa bassa: "Sta emergendo una crisi politica grave. Quando in un governo, dove già si è dimesso il ministro degli Esteri, si dimette anche il ministro dell'Interno con uno scontro feroce dentro la maggioranza, vuol dire che si è in presenza di qualcosa di molto serio. Quando la crisi ha investito i ministeri più importanti, vuol dire che investe tutto il governo. Siamo di fronte a un colpo molto serio all'esecutivo e alla sua credibilità. E senza un rimpasto immediato che dia al Paese un nuovo ministro degli Interni ed un nuovo ministro degli Esteri si aprirebbe inevitabilmente una situazione di crisi dell'intero governo che richiederebbe un passaggio parlamentare".