Che
Vladimir Putin non disdegnasse le maniere forti, lo si sapeva. Anche nella recente
crisi del teatro "Na Dubrovke" non è andato troppo per il sottile: 117 ostaggi uccisi dai gas insieme a una quarantina di terroristi ceceni sono stati la conseguenza della linea dura da sempre praticata dal giovane e risoluto leader del Cremlino. Una scelta inevitabile, si giustificò Putin chiedendo scusa per le molte, troppe vittime. Inevitabile quella decisione anche perché
il pugno di ferro contro terroristi e ribelli ceceni era stato la chiave e la molla della sua ascesa politica, dal giorno della nomina a Primo Ministro (31 agosto del 1999) fino alla trionfale elezione a presidente della Federazione il 26 marzo 2000. L'immagine di uomo forte Putin se la costruisce in quei mesi rispondendo con una pesante offensiva militare agli attentati che la guerriglia cecena aveva compiuto a Mosca. 300 vittime e 550 feriti nella capitale dell'impero in due settimane richiedevano una risposta esemplare. Le truppe della Federazione su ordine di Putin bombardarono e occuparono Grozny con una azione lampo e la benedizione dei media. Ma questa vicenda degli
attentati a Mosca del settembre 1999, essenziale per le fortune politiche di Putin, presenta parecchi lati oscuri. Una serie di circostanze, indizi e testimonianze hanno portato alla luce un'altra possibile verità: quelle bombe, quelle stragi non furono opera dei ceceni ma dei servizi segreti.
Lavoretti dell'ex KGB, diretti fino a pochi giorni prima da un giovane funzionario, promosso dal vecchio e rimbambito
Eltsin a più alto incarico. Il nome di quel funzionario divenuto Primo Ministro era Vladimir Putin.