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Le stragi di Mosca
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Il nodo ceceno
Dal 1994 in Cecenia si combatte una guerra sporca e sanguinosa. Sulla quale Putin ha costruito la sua fortuna politica
A un Nicolo Macchiavelli redivivo il gioco condotto da Putin con la Cecenia fornirebbe materiale per scrivere un altro "Principe", di realismo e cinismo non inferiore al primo. La conquista del potere, il rafforzamento e la definitiva consacrazione dell'ex agente del Kgb come leader indiscusso all'interno e all'estero passa attraverso la strategia elaborata nei confronti della "Questione cecena".
A aprire il contenzioso con la piccola repubblica caucasica era stato Eltsin nel dicembre 1994 mandando i carri armati a sottomettere le forze secessioniste del generale Dzokar Dudayev, ex ufficiale dell'Armata Rossa. A gennaio '95 l'esercito russo entra a Grozny, la capitale, conquistando il palazzo presidenziale. La città viene brutalmente devastata, con migliaia di vittime tra la popolazione civile. A maggio i vertici militari russi dichiarano di aver conquistato le città principali e 2/3 del territorio ceceno. Ma nei mesi successivi la situazione si ribalta: le truppe russe perdono posizioni su posizioni andando incontro a una delle sconfitte più umilianti della loro storia. Eltin è costretto a cercare una via d'uscita dalla palude cecena: viene firmata una pace tra il generale russo Aleksandr Lebed e Aslan Maskhadov, il successore di Dudayev, morto nel corso di un attacco aereo. L'accordo di pace del 27 agosto 1996 è in realtà solo un cessate il fuoco. Nulla viene deciso circa il futuro della Cecenia, a cui la Russia non vuole concedere la piena sovranità. La prima guerra cecena è durata 21 mesi e si calcola abbia provocato 60-80 mila morti, in prevalenza civili. Nei mesi successivi all'accordo di pace la violenza in Cecenia non accenna a diminuire: abbandonata la fase di guerra aperta coi russi, le varie fazioni e bande armate si contendono il territorio. Nell'estate del 1998 tra le truppe regolari e i gruppi armati legati al fondamentalismo islamico è scontro aperto. L'esercito regolare riesce ad avere la meglio, e il presidente Maskhadov annuncia di voler imporre forti restrizioni sulle attività delle milizie estremiste, ma pochi giorni dopo viene ferito in un attentato dove perdono la vita le sue guardie del corpo. L'8 agosto '99 le milizie di Shamil Bassaev invadono la repubblica del Daghestan, cercando di instaurare uno "stato islamico" attraverso un raid militare. Costretti in un primo momento a ritirarsi, gli uomini di Bassaev compiono un altro fallimentare tentativo a settembre. Alla preoccupazione del Cremlino per la stabilità della regione si somma la rabbia popolare per una serie di sanguinosi attentati che in pochi giorni costano a vita a 300 civili russi, tutti attribuiti alla guerriglia cecena. Boris Eltsin annuncia una nuova offesiva contro la Cecenia (settembre 1999). Ma Corvo Bianco è stanco, malato esposto ai ricatti di chi conosce le malversazioni e le ruberie del suo clan. L'uomo forte che deve riportare l'ordine in Cecenia è il nuovo Primo Ministro Vladimir Putin, scelto da Eltisn pochi giorni prima (31 agosto 1999).
Putin non perde tempo: il 23 settembre '99 la Russia dà il via ad una nuova campagna militare contro la Cecenia con una serie di attacchi aerei. Il primo ottobre le truppe russe entrano nel territorio ceceno, il 18 dicembre 1999 sono a Grozny, o in quel ce ne resta. Una lunga serie di raid aerei aveva ridotto la città a un cumulo di macerie. Durante i bombardamenti su Grozny si contano migliaia di vittime civili. Le truppe russe controllano la capitale e i centri principali ma la guerriglia non smette di colpire. I russi sono accusati da organizzazioni internazionali come Amnesty International di commettere crimini di guerra in Cecenia, di ricorrere alla tortura, ai campi di concentramento e alle esecuzioni di massa. Sull'altro fronte la resistenza cecena si radicalizza e prendono il sopravvento i gruppi islamici più integralisti, guidati da Shamil Bassaev, Amir Khattab. Putin e i suoi generali si dichiarano certi dei collegamenti tra la guerriglia cecena e Al-Queda. Sullo sfondo di questo conflitto ci sono gli enormi interessi del petrolio, del controllo degli oleodotti che portano il greggio e i gas naturali dal Mar Caspio al Mediterraneo. Un business che la Russia non vuole perdere, e su cui lucrano mafie locali e internazionali. Tra i finanziatori della resistenza cecena figurano "uomini di affari" e bande criminali attivi nella stessa Russia. La lotta al fondamentalismo islamico e la necessità di proteggere le pipeline del petrolio ha riavvicinato, in particolare dopo l'11 settembre 2001, gli interessi russi e quelli americani. La "mano libera" lasciata da Bush a Putin nella feroce repressione in Cecenia, viene ricompensata con una analoga libertà di manovra lasciata alle truppe Usa in altre aree strategiche, ad esempio in Afganisthan. L'ultimo drammatico colpo di coda della "questione cecena" è stato il sequestro di 750 ostaggi in un teatro di Mosca per opera di un commando di terroristi islamici (24 ottobre 2002). Putin non si smentisce: all'alba del terzo giorno fa intervenire le truppe speciali del Gruppo Alpha. I gas utilizzati per impedire che i sequestatori si facessero esplodere con gli ostaggi provocano la morte di 117 persone sequestrate. Nel blitz vengono uccisi anche 50 terroristi. Le polemiche e i dubbi sulla scelta della linea dura da parte di Putin non mancano, anche di fronte alla reticenza delle autorità russe nel rivelare quali gas siano stati utilizzati nel blitz. Ma gran parte dell'opinione pubblica dell'ex-impero sovietico condivide ancora una volta il pugno di ferro usato dal Presidente. |
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