Clarence ha affidato l'editoriale sull'anniversario dell'11 settembre alla sua penna più velenosa: Lia Celi. In un mare di lacrime un po' di sana cattiveria può far bene.
11 settembre un anno dopo: il rutto e l'orgoglio
Burp. E ci siamo digeriti pure l'11 settembre. Ci passiamo la mano sullo
stomaco, mimando volenterosamente qualche malessere, incoraggiati dai media
che, per risollevarci il luttogramma quasi piatto, ripropongono le immagini
delle Twin Towers centrate dai due aerei, dando l'ultimo ritocco alla loro
banalizzazione. Tentiamo di estorcere al nostro ventre una fitta virtuosa
ripercorrendo le cronistorie del giorno fatale, i profili delle povere
vittime e i destini dei sopravvissuti abbondantemente forniti dai
quotidiani in «speciali» confezionati mesi fa, anche per consentire a
giornalisti e redattori di farsi in pace le ferie d'agosto.
Inutile: quella mappazza sullo stomaco non c'è più. Nemmeno negli Usa, dove
la strage delle Torri Gemelle aveva pure regalato alla folla solitaria una
corroborante overdose di pathos collettivo. L'«american way of life» si
fonda sulla rimozione del senso del limite umano - e dell'estremo limite,
la morte. Per ricordarsela ci vuole un morto in casa, o una strage sotto
casa. La resipiscenza è catartica, ma la catarsi è bella finché è corta. La
coscienza di sé è l'unico lusso che l'americano non può permettersi:
ammoscia la carta di credito, e, secondo la dottrina Bush,
il vero patriota difende il suo Paese facendo shopping.
secondo la dottrina Bush, il vero patriota difende il suo Paese facendo shopping.
E dire che, dopo la catastrofe, c'era chi predicava la rinuncia all'opulenza e allo spreco e la
redistribuzione della ricchezza con i poveri del mondo, o questi avrebbero
salutato in Osama il loro vendicatore. Sono bastati pochi mesi per
ricordarsi che i poveri del mondo, salutassero pure Satanasso, non contano
una beata fava, dunque non vale la pena di preoccuparsene.
Così anche gli Usa hanno fatto «burp», ma era difficile distinguerlo dal
fracasso delle bombe che cadevano su Kabul. Le bombe hanno svolto la
funzione di Alka Seltzer così perfettamente, che ormai gli americani
stentano a ricordare che Osama Bin Laden, mandante del massacro e obiettivo
della guerra afghana, se ne sta coi piedi al caldo.
L'Europa è stata in prima fila al momento delle condoglianze, ha perfino
sostenuto «Libertà duratura» ben sapendo che il suo unico scopo era
risollevare il morale al padrone, e per l'anniversario sfoggia il muso
lungo di rito, ma con la compunzione un po' frettolosa dell'amico di
famiglia che ha i suoi guai cui pensare. E poi il Vecchio Continente è noto
per lo stomaco robusto: ha già digerito lo sterminio di sei milioni di
europei di origine ebraica, ad Auschwitz se ne gasavano anche dodicimila al
giorno, e i polacchi, prossimi graditi inquilini dell'Unione Europea, ci
hanno fatto sù un bel supermercato (che però dodicimila clienti al giorno
non li fa nemmeno a Natale).
Quanto all'Italia, l'11 settembre si è rivelato una manna per
criminalizzare musulmani e no-global, ma oggi come oggi serve solo da alibi
al ministro dell'Economia Tremonti, secondo il quale, fino a 366 giorni fa,
due più due faceva venticinque, e se all'improvviso si è messo a fare
quattro è colpa di Mohamed Atta e compagni - del resto anche i numeri sono
di origine araba, dunque perfidi. Si può perfino tornare a concedersi
qualche mugugno antiamericano - sottovoce, beninteso, sennò Giuliano
Ferrara ti strapazza.
Sì, ancora una volta il mondo occidentale ha mostrato la piena efficienza
del suo apparato digerente: ha inghiottito l'11 settembre e ha defecato
souvenir a stelle e strisce, show benefici e fiumi di parole. Ma nella
normale fisiologia, una digestione veramente corretta sortisce effetti
benefici anche sulla funzionalità del cervello. E invece, a un anno di
distanza, il cervello dell'Occidente funziona anche peggio di prima. Buona
Terza Guerra del Golfo a tutti.