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 L'ODORE DEI SOLDIin collaborazione con  Editori Riuniti 
La copertina del libro di Travaglio e Veltri Capitolo I. Borsellino, l'intervista scomparsa

PREMESSA. UN MAFIOSO AD ARCORE
Quando sia arrivato nella villa di Arcore, nessuno esattamente lo sa. Chi dice nel 1974, chi nel 1975. E anche la data e le modalità del suo allontanamento restano un mistero. Ma una cosa è certa: per alcuni anni un boss di prima grandezza della mafia siciliana, Vittorio Mangano, ha soggiornato nella villa di Silvio Berlusconi, con moglie e due figlioletti, ufficialmente per svolgervi le mansioni di «fattore» o di «stalliere». Grazie alla raccomandazione di un conterraneo e amico di vecchia data: Marcello Dell'Utri.
Nato a Palermo il 18 agosto 1940, giovane emergente della famiglia mafiosa di Porta Nuova (quella di Pippo Calò e Tommaso Buscetta), fin dai primi anni '70 Mangano fa la spola fra la Sicilia e Milano, dove divide un piccolo appartamento con la suocera e il cognato, operaio all'Ansaldo. Per gli investigatori, è già un soggetto pericoloso: la prima segnalazione della Questura sul suo conto risale al 1967, dopodiché il giovane boss colleziona denunce, arresti (tre, per l'esattezza) e condanne per ogni sorta di reati: dalla truffa agli assegni a vuoto, dalla ricettazione alle lesioni volontarie, alla tentata estorsione. Mica male, per un uomo che non ha ancora trent'anni.
Il suo curriculum di tutto rispetto lo fa presto notare da Stefano Bontate, «principe di Villagrazia» e numero uno di Cosa nostra. Il suo vestire elegante, i suoi modi raffinati e la sua intelligenza pronta convincono la cosca a promuoverlo sul campo rappresentante degli interessi mafiosi a Milano per tenere i rapporti con gli industriali del Nord. E lui intreccia subito una buona rete di conoscenze e amicizie, grazie anche a uno sponsor d'eccezione: un certo Marcello Dell'Utri, di un anno piú giovane di lui, a sua volta amico intimo (ed ex compagno di università) di un certo Silvio Berlusconi, il piú rampante fra i giovani palazzinari milanesi dell'epoca.
«Io e Marcello - racconterà Mangano ai giudici di Palermo il 4 aprile 1995 - ci siamo conosciuti fra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70, quando lui gestiva la squadra di calcio della Bacigalupo all'Arenella [a Palermo]. Dal nostro incontro casuale nacque un rapporto di conoscenza. Dell'Utri venne cosí a sapere che ero esperto di bestiame e di cavalli. Tre o quattro anni dopo mi telefonò per propormi un lavoro nella villa di Berlusconi. Avrei dovuto dirigere l'azienda agricola e la società ippica di cui Berlusconi era titolare. Ma mi occupavo un po' di tutto: dalla compravendita alla doma, all'addestramento dei cavalli, fino a quando non iniziavano a gareggiare. Con l'aiuto di alcuni artieri ho cosí allenato decine di puledri per volta [...]. Vedevo Berlusconi ogni giorno e avevo con lui gli ordinari rapporti tra titolare e impiegato. Ero totalmente libero nel mio lavoro perché sia Berlusconi che Dell'Utri non s'intendevano di cavalli. Dell'Utri, che abitava nella villa di Berlusconi, mi veniva a trovare spesso nelle scuderie e a poco a poco gli ho insegnato a montare.»
Nessuno lo dirà mai ufficialmente, ma in quel periodo tutti i miliardari milanesi temono i sequestri di persona, tanto che Berlusconi manda per un po' i figli all'estero. L'arrivo di Mangano, con i suoi rapporti e le sue conoscenze, non può che rassicurare l'ambiente. E non soltanto perché il Nostro è solito aggirarsi per il parco di villa San Martino con «sei mastini napoletani al guinzaglio» (come rivelano Peter Gomez e Leo Sisti in L'intoccabile, Milano, Kaos, 1997: l'opera piú completa e informata sulle frequentazioni mafiose di Berlusconi e Dell'Utri). Insomma, è una sorta di factotum, e viene per questo stipendiato profumatamente: «Guadagnavo 500 mila lire, che poi divennero addirittura un milione, in un periodo in cui la paga di un magistrato era 100 mila lire». Lira piú, lira meno, guadagna l'equivalente di 10 milioni di oggi al mese. È lui ad accompagnare a scuola ogni mattina i giovani figli di primo letto del futuro Cavaliere, Marina e Pier Silvio detto «Dudu». E i due ragazzi fanno presto amicizia con le due prime figlie del «fattore» siciliano, Loredana e Cinzia. Mangano battezzerà la sua terzogenita Marina, come la figlia di Berlusconi.
Anche Berlusconi, nel 1987, verrà chiamato da un giudice, Giorgio Della Lucia (che indaga sul crac della «Bresciano», la società di costruzioni amministrata da Marcello Dell'Utri), a spiegare quella strana presenza nella sua villa: «Ad Arcore - spiegherà il Cavaliere - avevo bisogno di un fattore, di uno che si occupasse dei terreni, dei cavalli, degli animali [...]. Chiesi a Dell'Utri, che mi presentò Vittorio Mangano come persona conosciuta da un suo amico: assumerlo fu una mia scelta, su una rosa di nomi che mi vennero prospettati. Non feci indagini preventive perché Mangano mi diede l'idea di una persona a posto e competente [...]. Avevo in animo di impostare un'attività di allevamento di cavalli che poi non fu realizzata». Strano, perché Mangano dichiarerà il contrario. E anche Dell'Utri smentirà Berlusconi, nel 1996, di fronte ai pm di Palermo: «Quando Berlusconi acquistò villa Casati c'era una bellissima scuderia con un solo cavallo. Berlusconi decise di farla rivivere acquistando numerosi animali. Questa scuderia ben attrezzata esiste ancora».
Dell'Utri ha sempre sostenuto di aver scoperto i trascorsi criminali di Mangano soltanto diversi anni dopo la sua assunzione ad Arcore. Ma secondo la procura di Palermo mente: li conosceva almeno fin dal 1973. Lo dimostrerebbe un documento conservato nell'archivio della stazione dei carabinieri di Arcore. Un rapporto in cui i militari dell'Arma scrivono: «Dell'Utri [...] ha lasciato un impiego in banca [lavorava alla Cassa di Risparmio di Belmonte Mezzagno] per seguire Berlusconi ed una volta qui ha chiamato Mangano, pur essendo perfettamente a conoscenza - è risultato dalle informazioni giunte del Nucleo investigativo del gruppo di Palermo - del suo poco corretto passato».
A farli incontrare era stato, oltre alla comune passione per il pallone, un comune amico, Gaetano Cinà detto Tanino, che secondo i giudici è un uomo d'onore palermitano della famiglia di Malaspina. «Cinà - ha raccontato Dell'Utri - era il padre di uno dei tanti ragazzi che imparavano il calcio nella scuola in cui ero istruttore. Mangano assisteva alle partite. Veniva da noi talvolta da solo e talvolta con Cinà del quale era amico.» E ancora, sempre dal racconto di Dell'Utri (al «Corriere della sera» del 21 marzo 1994): «Mangano l'ho conosciuto nella Palermo anni '60: ero allenatore della Bacigalupo, squadra di calcio giovanile. Mangano era una specie di tifoso. Commerciava cavalli. Me ne ricordai nel 1975. Berlusconi mi aveva incaricato di cercare una persona esperta di conduzione agricola. Cosí chiamai Mangano».
Mangano racconta che fu proprio Cinà ad accompagnare Dell'Utri quando questi andò a casa sua per chiedergli di prendere servizio a villa Berlusconi. Era, secondo Mangano, il 1973. Naturalmente Dell'Utri giura di non aver mai neppure sospettato che Cinà fosse un mafioso, e nemmeno «vicino ad ambienti di mafia». Né un quarto di secolo fa, né pochissimi anni or sono, visto che ancora nel '96 diceva: «Cinà lo frequento ancor oggi e sono legato a lui da grande amicizia».
Strano. Perché Tanino Cinà, nato a Palermo nel 1930, titolare di una lavanderia e di un negozio di articoli sportivi a Palermo, nonché del titolo di studio di terza elementare, è indicato da tutti i principali collaboratori di giustizia come l'uomo che - scrivono Peter Gomez e Leo Sisti nell'Intoccabile - almeno a partire dal 1980 e sicuramente fino a dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio (1992), attraverso il gruppo Berlusconi avrebbe periodicamente versato alla mafia grosse somme di denaro. Cinà, ovviamente, nega. Ma arrestato e interrogato nel 1996, sarà costretto ad ammettere perlomeno parentele e amicizie con alcuni tra i piú bei nomi dell'onorata società come Mimmo Teresi, braccio destro e cugino di Stefano Bontate. Sua moglie, una Citarda, appartiene a una dinastia di gente di rispetto che, almeno fino alla seconda guerra di mafia, ha retto con il pugno di ferro la famiglia mafiosa di Malaspina, alla quale - secondo il pentito Francesco Marino Mannoia - apparteneva il deputato andreottiano Salvo Lima. Quanto a Teresi, è lo stesso Cinà a definirlo «nipote di mio cognato Benedetto Citarda». Un altro parente ingombrante è Salvatore Sbeglia, «con cui - dice Cinà - ho messo in piedi un negozio di articolo sportivi»: lo stesso Salvatore Sbeglia che secondo i giudici faceva da prestanome a Raffaele Ganci, cioè al piú fedele alleato di Totò Riina, accusato di aver fornito il telecomando usato da Cosa nostra per far saltare l'autostrada Palermo-Punta Raisi in località Capaci al momento del passaggio delle auto di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo e degli uomini della scorta.
Mangano, lasciata Arcore, diventa poi il numero uno della famiglia di Porta Nuova dopo l'arresto di Pippo Calò. E lo rimane finché non finisce in carcere per scontare due condanne all'ergastolo per duplice omicidio, associazione mafiosa e traffico di droga. Muore nell'estate del 2000 per un male incurabile. Negli anni '70 era considerato l'anello di congiunzione tra la cosca di Salvatore Inzerillo e quella dei siciliani trapiantati a Milano, legato a pericolosi pregiudicati come i fratelli Fidanzati, Giorgio Bono, Gerlando Alberti, Tommaso Buscetta e Ugo Martello detto «Tanino». Ma negli anni '80, dopo l'ultima guerra di mafia, si era prontamente «convertito» ai nuovi padroni di Cosa nostra, i corleonesi di Totò Riina. Tant'è che il suo nome ricorre spesso negli atti del maxiprocesso. Falcone indagava su di lui per mafia e droga. E la Procura di Palermo si interessava a lui - come dimostra l'intervista di Paolo Borsellino che pubblichiamo qui di seguito - ancora nel 1992, a proposito dei suoi rapporti con Dell'Utri e Berlusconi.
Ma torniamo ad Arcore, nei primi anni '70. Racconta Mangano: «Quando arrivai, la villa - che si componeva di 147 stanze - era ancora in fase di ristrutturazione ed era pertanto abitata solo dalla mia famiglia e da parte della servitú. Dopo qualche tempo arrivò anche il dottor Berlusconi». Dunque la data di arrivo dello «stalliere» mafioso ad Arcore dovrebbe essere i primi mesi del 1974. Nello stesso anno torna a Milano Marcello Dell'Utri, che ha conosciuto Berlusconi all'Università statale nei primi anni '60 e, dopo un periodo trascorso in Sicilia a farsi le ossa in alcune banche, è stato richiamato al Nord dall'amico Silvio per fargli da segretario-tuttofare nella nuova villa (appena acquistata, a prezzo di superfavore, dalla marchesina Annamaria Casati Stampa, grazie ai buoni uffici dell'avvocato Cesare Previti, pro-tutore della ragazza rimasta orfana dei genitori e consulente del futuro Cavaliere).
Nei primi anni '70 la Lombardia pullula di pezzi da novanta di Cosa nostra, quasi tutti al soggiorno obbligato, oppure in libertà per espandere riciclaggio e narcotraffico in quel mercato in piena espansione dopo il boom dei '60. La parabola di Michele Sindona, banchiere e riciclatore della mafia, è soltanto una delle tante. E quando, nel 1985, il giornalista del «New York Times» Nick Tosches chiederà a Sindona, in carcere in America, «Quali sono le banche usate dalla mafia?», si sentirà rispondere: «È una domanda pericolosa... In Sicilia il Banco di Sicilia, a volte. A Milano una piccola banca di piazza dei Mercanti». Quale? La Banca Rasini, di cui è stato direttore generale fino alla metà degli anni '70 Luigi Berlusconi, padre di Silvio: la banca che - come vedremo piú avanti - è all'origine dei primi finanziamenti del palazzinaro in erba Silvio Berlusconi. «Le città giardino di Berlusconi - spiega Paolo Madron in Le gesta del Cavaliere (Milano, Sperling & Kupfer, 1994: l'unica biografia berlusconiana autorizzata) - sono servite [...] per far rientrare le valigie di soldi a suo tempo depositate nella vicina Svizzera. Alla fine degli anni '60 le vie che portano al paese degli gnomi sono intasate di spalloni che vanno a mettere al sicuro il denaro della ricca borghesia terrorizzata dai sequestri (ci provano anche col padre di Berlusconi) [...]. Il Cavaliere va da Rasini e gli chiede di appoggiarlo su quei suoi amici, clienti o meno della banca che hanno portato fuori tanti soldi [...] Berlusconi non ha mai voluto rivelare i nomi di chi lo ha finanziato [...]. In tempi diversi tutti sono stati liquidati da Berlusconi con piena soddisfazione».
È questo l'ambiente che trova Mangano quando prende servizio, probabilmente all'inizio del 1974, nella villa di Arcore ancora in fase di restauro. Un clima pesante, per gli imprenditori milanesi: Berlusconi, oltre ai progetti di rapimento del padre Luigi e alle minacce di sequestro del figlio Pier Silvio, ha subíto un attentato (una bomba contro la sede delle sue società, l'ex villa Borletti di via Rovani a Milano). Pericoli che cessano come per incanto con l'arrivo in villa dello «stalliere» siciliano. Il che fa pensare ad alcuni biografi del Cavaliere che il suo entourage non abbia raccontato tutto sui veri motivi che portarono all'ingaggio di Mangano. Sospetti avvalorati dal racconto di un mafioso pentito del calibro di Francesco Di Carlo che, se fosse confermato, modificherebbe la ricostruzione del ruolo di Mangano: da quello di fattore-stalliere a quello di garante-guardaspalle.
Dal 1974 al 1978 Di Carlo - capo della potente famiglia di Altofonte, poi espulso da Cosa nostra con l'accusa di aver imbrogliato gli amici fingendo il sequestro di una partita di droga e riparato a Londra - racconta di aver conosciuto Dell'Utri perché «Cinà me lo presentò in un bar di via Libertà a Palermo, a metà degli anni '70. Qualche mese dopo rividi Dell'Utri a Milano [...]. In un ufficio di via Larga di proprietà di alcuni nostri amici [...] incontrai Cinà, Mimmo Teresi e Stefano Bontate. Quel giorno erano particolarmente eleganti. Io domandai il perché e loro mi risposero che dovevano andare da un grosso industriale milanese amico di Cinà e Dell'Utri, e mi proposero di seguirli». Il quartetto si reca cosí nella sede dell'Edilnord dove - secondo Di Carlo - incontra Berlusconi e Dell'Utri. Parla Bontate: «Dottore, lei da questo momento può smettere di preoccuparsi. Garantisco io... Perché piuttosto non pensa a investire nella nostra bellissima isola? Da noi c'è tanto da costruire». E Berlusconi (secondo Di Carlo): «Vorrei, vorrei... Ma sa, già qui al Nord ci sono tanti siciliani che non mi lasciano tranquillo...». «La capisco - replica Bontate - ma adesso è tutto diverso. Lei ha già al suo fianco Dell'Utri, io le manderò qualcuno che le eviterà qualsiasi problema con quei siciliani.» Berlusconi: «Non so come sdebitarmi, resto a sua disposizione per qualsiasi cosa». E Bontate: «Anche noi siamo a sua disposizione. Se c'è un problema basta che ne parli con Dell'Utri».
Senonché, sia prima, sia durante il suo soggiorno a villa San Martino, Mangano avrebbe continuato a fare il furbo, organizzando estorsioni, financo ai danni di Berlusconi, e addirittura progettando sequestri ai danni degli ospiti del suo nuovo «padrone». Cosí almeno racconta un altro pentito, Salvatore Cucuzza, successore di Mangano alla guida del clan di Porta Nuova e suo compagno di cella dal 1983 al 1990. A quel punto - sostiene Cucuzza - Berlusconi si rivolse a Cinà per trattare direttamente con Bontate e Teresi e «raggiunse con loro un accordo per il versamento di una tangente di 50 milioni l'anno. La stessa cifra che veniva prima versata a Mangano». E Mangano, divenuto ormai superfluo per il Cavaliere, sarebbe stato liquidato. Fantasie? Farneticazioni di pentiti ansiosi di compiacere le solite «procure rosse»? Mica tanto. Almeno sui tentativi di sequestro di alcuni ospiti di villa San Martino, visto che sono gli stessi Dell'Utri e Berlusconi a indicarli come la ragione principale dell'allontanamento di Mangano dopo soli due anni di servizio (e dunque, si presume, nel 1976, visto che secondo Dell'Utri egli «rimase ad Arcore due anni»).
Ma sull'addio di Mangano le versioni dei protagonisti non potrebbero essere piú divergenti, contraddittorie ai limiti dell'inverosimile.
Tutto ruota intorno a un misterioso sequestro di persona: quello di Luigi D'Angerio, avellinese trapiantato a Milano e sedicente principe di Sant'Agata, subito dopo una cena a villa San Martino, chez Berlusconi. Un sequestro che risalirebbe alla notte di Sant'Ambrogio (7 dicembre) del 1975. Anche su quell'episodio, il primo rapimento in Brianza, le versioni divergono. E la dicono lunga sull'imbarazzo e la reticenza dei protagonisti di fronte a un capitolo cosí ingombrante della loro biografia. Eccole, in estrema sintesi.
Primo. Intervistato dal «Corriere della sera» (21 marzo 1994), Marcello Dell'Utri racconta: «Mangano rimase ad Arcore due anni. E si comportò benissimo. Trattava con i contadini, si occupava dei cavalli. Ma la notte di Sant'Ambrogio del 1975, dopo aver cenato con noi, il principe di Sant'Agata fu sequestrato vicino ad Arcore. C'era una nebbia terribile. L'auto dei rapitori andò a sbattere. E il principe riuscí a fuggire. Le indagini lanciarono sospetti su Mangano, svelarono che non aveva un passato immacolato. Fu allontanato. Poi finí in carcere». Ma le date non tornano: se - come dice Dell'Utri - l'avevano assunto nel '75 e l'hanno allontanato nel dicembre dello stesso anno, come faceva Mangano a restare a villa San Martino «due anni»? Infatti Berlusconi racconta una storia un po' diversa.
Secondo. «Avevo bisogno ad Arcore di un fattore, piú precisamente di un responsabile della manutenzione dei terreni e della cura degli animali, cioè cavalli, avendo in animo di impostare una attività di allevamento di cavalli, attività poi non realizzata»: chi parla è Berlusconi, interrogato il 26 giugno 1987 dal giudice istruttore Giorgio Della Lucia. «Ciò che mi determinò a non portare avanti detta attività fu la difficoltà di reperire uomini fidati, specialmente dopo una per me preoccupante scoperta circa il fatto che Mangano Vittorio si fosse poi rivelato un pregiudicato [...]. Il Mangano si era sistemato con la sua famiglia ad Arcore, cioè nella mia villa [...]. Poco tempo dopo, dopo un pranzo avvenuto nella mia villa, uno dei convitati, il signor Luigi D'Angerio, era stato vittima di un sequestro di persona, casualmente sventato dall'arrivo di una pattuglia dei carabinieri. Nell'ambito delle indagini seguite a questo sequestro emerse che Mangano era un pregiudicato [...]. Non ricordo come il rapporto lavorativo del Mangano cessò, se cioè per prelevamento delle forze dell'ordine o per un suo spontaneo allontanamento. Ricordo comunque che qualche tempo dopo fu tradotto in carcere». Strano che Berlusconi, scoperto di aver assunto e ospitato in casa un mafioso pregiudicato, scarti l'ipotesi piú naturale: quella di licenziarlo. E resti nel dubbio se Mangano se ne sia andato con le proprie gambe, oppure trascinato a viva forza dai carabinieri. Strano anche che un evento di tale portata - l'irruzione dei carabinieri a villa San Martino per arrestare il factotum del padrone di casa, rivelatosi un pregiudicato mafioso - possa sfuggire alla memoria del padrone di casa medesimo. In ogni caso, secondo il Cavaliere, Mangano non rimase in villa due anni, ma «poco tempo».
Terzo. «Rapporti con la mafia - dichiara Berlusconi il 20 marzo 1994, intervistato dal «Corriere della sera» - ne ho avuti una volta sola, quando tentarono di rapire mio figlio Pier Silvio, che allora aveva cinque anni: portai la mia famiglia in Spagna e lí vissero molti mesi.» Il tentato sequestro risale dunque al 1973 (essendo Pier Silvio nato il 28 aprile 1968), prima dell'arrivo di Mangano ad Arcore. Addirittura prima dell'acquisto di villa San Martino. E questa volta, a proposito del «fattore» mafioso, il Cavaliere rivela: «Lo licenziammo non appena scoprimmo che si stava adoperando per organizzare il rapimento di un mio ospite, il principe di Sant'Agata. E poco dopo venne scoperto anche il tentativo di rapire mio figlio». Una contraddizione via l'altra: se il tentato sequestro di Pier Silvio viene dopo quello di Sant'Agata, Pier Silvio doveva avere 7 anni e non 5. E sarebbe stato spedito in Spagna con madre e sorella addirittura nel '76, dopo la partenza di Mangano. E poi: perché, nel 1986, con la memoria molto piú fresca per la maggior vicinanza ai fatti, Berlusconi esclude di aver licenziato Mangano, mentre ora afferma di averlo licenziato e scarta le altre due ipotesi formulate nel 1986 (allontanamento spontaneo o arresto da parte dei carabinieri)?
Quarto. I giornalisti Claudio Fracassi e Michele Gambino (Berlusconi. Una biografia non autorizzata, Roma, Avvenimenti, febbraio 1994) hanno raccolto una versione alternativa, di cui tacciono la fonte ma che almeno ha il pregio della coerenza logica e cronologica. Anche perché - come osserva Giuseppe Fiori (Il venditore, Milano, Garzanti, 1995) - «delle tante incriminazioni dello "stalliere" di Arcore, nessuna risulta collegata all'avventura del principe Sant'Agata». Ecco, dunque, la versione di Fracassi e Gambino: «Il fallito sequestro D'Angerio davanti alla villa di Arcore, secondo il nostro testimone, avvenne prima dell'assunzione di Mangano, e anzi ne fu la causa. Secondo questo racconto, Berlusconi rimase terrorizzato da quell'episodio, probabilmente convinto che i sequestratori avessero in mente di prendere lui e si fossero sbagliati. Di certo c'è che, nei giorni successivi a quell'episodio, Berlusconi partí per la Svizzera con l'amico e collaboratore Romano Comincioli, la moglie, i due figli e la governante. L'imprenditore tornò ad Arcore pochi giorni dopo, senza la famiglia [...]. Fu qualche settimana dopo, secondo il racconto del nostro uomo, che Mangano arrivò alla villa, presentato da Dell'Utri su segnalazione di Cinà, un altro uomo di rispetto del clan di Mimmo Teresi e Stefano Bontate. E, stando a questa versione dei fatti, l'arrivo del boss avrebbe tranquillizzato Berlusconi; e infatti, di lí a poco, la famiglia fece rientro in Italia».
Quinto. La quarta versione si integra perfettamente con la cronologia ricostruita dai giornalisti Peter Gomez e Leo Sisti (L'intoccabile, cit.): il fallito sequestro D'Angerio avvenne sí nella notte di Sant'Ambrogio, ma non del 1975, bensí del 1974. Ma l'incastro finisce qui. Perché, secondo Gomez e Sisti, in quel periodo Mangano era già da tempo alloggiato in villa, e forse quella sera a tavola con il Cavaliere, il principe e alcuni amici del Cavaliere (Fedele Confalonieri e Dell'Utri) c'era seduto anche lui, il «fattore» mafioso. Le indagini, comunque, lasciarono molto a desiderare, e non appurarono neppure con certezza l'elenco completo dei commensali. Anche perché la testimonianza di Berlusconi fu molto reticente: il futuro Cavaliere, al magistrato che gli chiedeva la lista completa degli invitati, «dimenticò» addirittura di nominare il suo stalliere mafioso. Una dimenticanza che lo rende poco credibile quando racconta di non aver sospettato, allora, chi veramente si era messo in casa. Il pentito Salvatore Cucuzza, poi, nel 1996 ha sostenuto che il vero obiettivo del tentato sequestro era Luigi Berlusconi, padre di Silvio e direttore generale della Banca Rasini: «Il sequestro era stato ideato da Nino e Gaetano Grado [due mafiosi siciliani amici di Mangano, Teresi e Bontate, residenti abitualmente a Milano in quegli anni], assieme a Totuccio Contorno [guardia del corpo di Bontate e futuro pentito, il secondo grande pentito dopo Buscetta] e Pietro Vernengo [altro boss palermitano]. Mangano doveva fare il basista. Ma quella sera Contorno, che guidava l'auto con a bordo i sequestratori, ebbe un incidente a causa della nebbia. Il padre di Berlusconi non venne rapito, ma fu sequestrato un altro ospite della villa». Il principe di Sant'Agata, appunto, che però riuscí a fuggire dopo pochi minuti, proprio grazie all'improvviso incidente.
Le indagini sull'«invito a cena con sequestro» non portano praticamente a nulla. Ed è per puro caso che gli inquirenti scoprono, il 27 dicembre 1974, che a villa San Martino abita il noto pregiudicato Vittorio Mangano: grazie al fatto che i carabinieri vanno a prelevarlo chez Silvio, sotto gli occhi della moglie e delle figlie, per eseguire la condanna appena subita dal «fattore» di Berlusconi a 10 mesi e 15 giorni di reclusione per truffa. Mangano resterà comunque in carcere appena tre settimane. Tant'è che il 22 gennaio 1975 è di nuovo a villa San Martino. Dove - rivelano Gomez e Sisti - «rimane ancora per un mese. Poi, a metà del 1975, quando il suo spessore criminale è ormai evidente anche agli occhi poco allenati degli investigatori di Milano, spontaneamente decide di fare le valigie. Una decisione motivata - questo è almeno quanto sosterrà lui con i magistrati - da ragioni di "sensibilità"». Una sensibilità che evidentemente non hanno avuto né Berlusconi né il suo segretario Dell'Utri, che si sono ben guardati dal cacciarlo, anche dopo il suo arresto.
«Un giornale locale - ricorda Mangano - pubblicò un articolo nel quale venivo descritto come un soggetto pericoloso collegato con ambienti di mafia. Mi preoccupai molto, soprattutto per l'immagine del dottor Berlusconi, che rischiava di uscirne offuscata. Ne parlai quindi con il dottor Dell'Utri, che mi fissò un appuntamento col dottor Confalonieri. Nel colloquio con lui io gli espressi la mia intenzione di lasciare la villa per lo stato di disagio che si era creato. Confalonieri mi lasciò libero di decidere e non mi chiese di andarmene.» Quando però se ne sia andato per davvero, Mangano, da villa San Martino, non si sa con certezza. Basti pensare che nel tardo autunno del 1975 fu di nuovo arrestato. E quando fu scarcerato, il 6 dicembre 1975, elesse domicilio «in Arcore - via Villa San Martino 42». Una circostanza che Dell'Utri, smentito dallo stesso Mangano su tutta la linea, non riesce a spiegare con i giudici: «Mangano continuò comunque a frequentare Arcore e piú precisamente la scuderia, dove teneva a pensione il suo cavallo, di nome Epoca».
Certo, tagliare i ponti con un personaggio del suo calibro, che aveva respirato per un paio d'anni l'aria di casa Berlusconi, non era facile. In quei due anni, aveva goduto di una certa libertà di azione. E, secondo le rivelazioni di alcuni pentiti, aveva addirittura preso l'abitudine di ricevere in villa uomini d'onore, alcuni dei quali latitanti. «Mangano mi spiegò - ha rivelato Salvatore Cancemi, già ottimo amico di Mangano - che nella tenuta di Arcore furono nascosti anche dei latitanti, fra cui i fratelli Grado, Giuseppe Contorno [soltanto omonimo di Totuccio] e Francesco Mafara.» Anche il medico palermitano Gioacchino Pennino, ex politico democristiano nonché mafioso doc, che collabora da anni con la giustizia, ha confermato le accuse: «Gaetano Zarcone [un avvocato siciliano intimo amico di Bontate] mi spiegò che Mangano teneva i rapporti con Silvio Berlusconi, visto che faceva fittiziamente il guardiano in una sua villa vicino a Monza. Lí venivano ospitati tutti i latitanti della famiglia di Santa Maria del Gesú e forse di altre. A un certo punto però Berlusconi aveva interrotto questa consuetudine perché qualcuno di questi ospiti aveva trafugato dalla villa oggetti di valore. Ricordo che commentando queste vicende lo Zarcone diceva: "Come al solito, ni facimmu canusciri e schifari"...».
Dell'Utri, anziché smentire sdegnato queste ricostruzioni, fornisce loro a suo modo un certo grado di credibilità. È vero, sostiene, che Mangano riceveva a villa San Martino un sacco di amici siciliani, ma lui non sapeva chi fossero e, riservato com'era, non faceva domande indiscrete: «C'erano molte persone che andavano a trovarlo... Io ebbi modo di vederne alcune, perché in quel periodo trascorrevo molto tempo in villa, visto che Berlusconi mi aveva incaricato di seguirne la ristrutturazione. Mangano a volte mi presentava delle persone dicendo che erano dei suoi amici, ma non mi faceva nessun nome. Non si fanno mai nomi quando si presenta una persona nel modo di Mangano...». Nulla da stupirsi se poi, nel numero, qualcuno se ne andava dalla villa con l'argenteria sotto la giacca: «Effettivamente nel 1974, quando Mangano stava già ad Arcore, furono rubati quadri e altri oggetti. L'episodio venne regolarmente denunciato».
Tutto sembra combaciare anche con il racconto di un altro collaboratore, Antonino Galliano, uomo d'onore del clan della Noce, di professione impiegato di banca, anch'egli citato da Gomez e Sisti: «Mangano venne licenziato col consenso di Cosa nostra, perché aveva finto un furto di quadri per potersi adoperare poi per ritrovarli, allo scopo di accrescere la propria credibilità agli occhi di Berlusconi...».
Nel 1977, a 36 anni, Marcello Dell'Utri lascia Berlusconi che - dirà lui stesso (vedi la sua deposizione al processo di Torino, che pubblichiamo da pagina 182) - lo pagava troppo poco. E trasloca da Arcore a Milano per andare a lavorare come dirigente nel gruppo di un siciliano di Sommatino (Caltanissetta) di 11 anni piú anziano di lui: Filippo Alberto Rapisarda, uno spregiudicato finanziere amico di molti mafiosi, con alle spalle vari precedenti penali e persino un arresto. La sua holding, la Inim, ha sede nello splendido palazzotto di via Chiaravalle 7. E qui Marcello Dell'Utri e suo fratello gemello Alberto vanno ad abitare. La paga è buona - il doppio di quel che offre Berlusconi, allora piuttosto a corto di liquido - e il lavoro è tanto, visti i capitali che miracolosamente affluiscono nelle scatole cinesi rapisardiane dalla Sicilia degli «amici». Il gruppo Inim e la consorella Raca vengono definiti, in un rapporto della Criminalpol del 1981, «società commerciali gestite dalla mafia e di cui la mafia si serve per riciclare il denaro sporco provento di illeciti». Soci occulti sarebbero Vito Ciancimino, l'ex sindaco-imprenditore-mafioso di Palermo, e il suo amico e socio Francesco Paolo Alamia. A raccomandare Marcello e Alberto all'amico Rapisarda presso quella simpatica compagnia di galantuomini è il solito Tanino Cinà. Uno che - spiegherà Rapisarda - «rappresentava il gruppo in odor di mafia facente capo a Bontate-Teresi-Marchese» e dunque «era difficilissimo potergli dire di no».
Ma l'esperienza dirigenziale dei due gemelli (Marcello alla Bresciano Costruzioni e Alberto alla Nuova Venchi Unica) durerà poco, meno di due anni. Sia la Bresciano che la Venchi finiranno in bancarotta (ovviamente fraudolenta): Alberto finirà in carcere a Torino, insieme a Rapisarda e Alamia, mentre Marcello resterà indagato a piede libero, ma disoccupato. Solo, però, per pochi mesi. Poi, nel 1980, verrà riassunto dall'amico Silvio. Come dirigente alla Publitalia 80, la neonata concessionaria pubblicitaria dell'impero Fininvest. E negli anni '80, proprio per quel po' po' di frequentazioni mafiose o paramafiose, finirà sotto inchiesta per associazione mafiosa. L'inchiesta verrà poi archiviata nel 1989 dal giudice milanese Giorgio Della Lucia (tutt'oggi indagato con l'accusa di essersi fatto corrompere, in quegli anni, da Rapisarda).
Mangano, intanto, si è messo definitivamente in proprio. Risiede in pieno centro a Milano, albergo Gran Duca di York. E di lí dirige i suoi loschi traffici. Sempre in contatto con i vecchi amici. Almeno con Marcello Dell'Utri. Che, nel 1980, finisce sotto inchiesta del giudice Della Lucia per concorso in associazione mafiosa. Come pure Mangano, i cui telefoni vengono intercettati dal 5 al 15 febbraio '80. Dalle bobine salta fuori che, lungi dall'aver raffreddato i loro rapporti, l'epilogo delle vicende di Arcore li ha vieppiú riscaldati. Marcello e Vittorio si danno affettuosamente del tu («Caro Marcello», «Caro Vittorio»). Ecco il racconto di quella istruttiva conversazione, tratto dal rapporto della Criminalpol del 13 aprile 1981: «Mangano parla cordialmente con tale dottor Dell'Utri e, dopo averlo salutato cordialmente, gli chiede se ha telefonato Tony Tarantino [uno che Dell'Utri definirà «uno che faceva affari di vario tipo, di piccolo cabotaggio, ma leciti»]. L'interlocutore risponde affermativamente e aggiunge che Tony Tarantino ha lasciato detto che avrebbe chiamato il Mangano in albergo alle ore 16. Il Mangano riferisce allora a Dell'Utri che ha un affare da proporgli e che ha anche il "cavallo" [espressione spesso usata da Mangano per indicare partite di droga, come ricorderà Paolo Borsellino nell'intervista che pubblichiamo qui di seguito] che fa per lui. Dell'Utri sorride e gli risponde che per il cavallo occorrono i "piccioli" [cioè soldi] e lui non ne ha. Mangano non ci crede. Dell'Utri spiega allora che ha avuto dei problemi. Mangano con tono scherzoso gli dice di farsi dare i "piccioli" dal suo amico Silvio. Dell'Utri risponde che "quello lí 'n'sura" [«non paga», oppure - secondo Dell'Utri - «è un santo che suda, che significa: inutile insistere»] e gli spiega che, per via di suo fratello, ha dovuto pagare 8 milioni solo per le perizie contabili; nello stesso tempo lui stesso ha bisogno di soldi per gli avvocati perché è nei guai, sempre per via "d'u pazzu... dà"... Mangano chiede allora se suo fratello si trovi sempre a Torino [in carcere]. Dell'Utri risponde che suo fratello Alberto è sempre a Torino e che spera gli venga tolta la "camurría" [che si risolva il problema giudiziario], cosí potrà muoversi e lavorare [...]. La conversazione si chiude e i due interlocutori fissano un appuntamento [...] in albergo da Mangano, e cercheranno di "sbrogliare" una situazione».
Interpellato dal pool di Palermo («Come mai lei nel 1980 continuava a intrattenere questo tipo di rapporto con Mangano?»), Dell'Utri risponde con evidente imbarazzo: «Se nella telefonata ho adoperato un tono amichevole, ciò è stato solo perché in quel periodo Mangano faceva paura, ero cosciente della sua personalità criminale […]. Mi telefonava di tanto in tanto ed io - data la sua personalità - non potevo non rispondergli». Quanto al «cavallo», Dell'Utri sostiene che «Mangano voleva vendere il cavallo a Berlusconi, non voleva venderlo a me, anche perché in quel periodo ero sostanzialmente senza lavoro. Mangano si rivolgeva a me perché facessi da intermediario con Berlusconi». Una versione che lascia molto perplessa la Procura di Palermo, visto che «la frase di Mangano concernente "cavalli" da vendere al Dell'Utri è in altre coeve intercettazioni utilizzata dal Mangano per riferirsi a partite di droga. Ma anche da altre prove raccolte da questo Ufficio viene esattamente definita la natura dei rapporti fra il Mangano e il Dell'Utri, natura perfettamente corrispondente a quanto dichiarato dal Rapisarda». Il quale Rapisarda assicura che Dell'Utri riciclò al Nord svariati miliardi sporchi per conto della mafia. Un'accusa, questa, ripetuta da diversi collaboratori di giustizia. Impossibile, ovviamente, inseguire tutte le accuse, i sospetti, le ipotesi investigative che sono al centro del processo che vede imputato Marcello Dell'Utri a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa (per chi volesse saperne di piú, c'è il libro L'onore di Dell'Utri, edito da Kaos nel 1997, che riporta il testo integrale della richiesta di rinvio a giudizio della Procura, poi accolta dal gip).
Abbiamo lasciato Mangano e Dell'Utri al telefono, nel 1980, a parlare di «cavalli». Passa il tempo e cambiano le alleanze (Mangano passa dal clan perdente della guerra di mafia, quello dei Bontate e degli Inzerillo, a quello vincente dei corleonesi). Ma non le amicizie. E cosí, quando la Procura di Torino fa arrestare Marcello Dell'Utri nel maggio del '95 per le false fatture di Publitalia, e gli fa perquisire gli uffici e sequestrare le agende, scopre un appunto della sua segretaria in data 2 novembre 1993 (quand'era in piena gestazione il nuovo partito di Forza Italia). Un appunto che dice: «Mangano Vittorio sarà a Milano per parlare problema personale». E, nel foglio seguente: «Mangano verso il 30-11». Interrogato su quelle annotazioni, Dell'Utri confesserà serafico: «Mangano era solito venirmi ogni tanto a trovare, prospettandomi questioni di carattere personale, spesso attinenti a motivi di salute...».
Un anno e mezzo prima i corleonesi amici di Mangano hanno assassinato i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, memorie storiche del pool antimafia di Palermo, che si erano occupati di Mangano e dei suoi traffici al Nord. Borsellino, nella primavera del '92 lascia la Procura di Marsala (di cui era il capo) per ritornare in quella di Palermo con i gradi di procuratore aggiunto. E ha appena preso possesso del nuovo ufficio e ripreso in mano vecchi fascicoli quando, il 21 maggio 1992, rilascia un'intervista, la sua ultima intervista televisiva, al giornalista Fabrizio Calvi (pseudonimo di Jean-Claude Zagdoun) e al regista Jean-Pierre Moscardo per una tv francese. Un'intervista che avrà tante, forse troppe disavventure.
«Nel 1992 - racconta Calvi ai pm di Palermo che lo sentono come testimone il 26 aprile 1994 - conducevo una inchiesta giornalistica con Jean-Pierre Moscardo sull'argomento dei rapporti fra criminalità e finanza in Europa. Per quanto riguarda l'Italia la nostra attenzione si soffermò in particolare sull'inchiesta giudiziaria milanese comunemente nota come indagine "San Valentino": indagine nel cui ambito erano emersi i nomi di importanti esponenti della criminalità organizzata, tra i quali quelli di Bono Giuseppe, Bono Alfredo, Zaza Michele, ecc. Ci interessavamo di questa inchiesta, poiché sapevamo che la stessa aveva riguardato anche un episodio francese, cioè la compravendita del casinò di Beaulieu, in relazione al quale si era sospettata la ingerenza di personaggi vicini alla criminalità organizzata. Nel corso di questa inchiesta giornalistica, a un certo punto, abbiamo appreso che le indagini avevano accertato l'esistenza di rapporti tra un presunto mafioso, tale Mangano Vittorio e Dell'Utri Marcello, un uomo che lavorava o aveva lavorato alle dipendenze dell'imprenditore Silvio Berlusconi. La cosa naturalmente ci incuriosí, e per questo motivo studiammo piú attentamente gli atti del processo San Valentino che erano ormai consultabili perché pubblici. Per quanto riguardava la personalità di Mangano Vittorio pensammo di chiedere notizie al dott. Paolo Borsellino, che io personalmente conoscevo da dieci anni come uno dei magistrati piú impegnati e piú esperti in materia di criminalità organizzata di tipo mafioso. Fu questa l'origine dell'intervista che il dott. Borsellino accettò di darci, e che fu registrata nella sua casa di Palermo in via Cilea, il 21-5-1992, due giorni prima della strage di Capaci, in cui persero la vita il dott. Giovanni Falcone, la dott. Francesca Morvillo e gli uomini della loro scorta […]. Il dott. Borsellino non disse, fuori dall'intervista, nulla che io ricordi allo stato come particolarmente rilevante, all'infuori di una osservazione riguardante il possibile coinvolgimento del Mangano in sequestri di persona. Il dott. Borsellino disse, se ricordo bene, che il Mangano "era legato all'Anonima sequestri insieme a Pietro Vernengo".»
L'operazione San Valentino, scattata a Milano nella notte del 14 febbraio 1983, porta all'arresto di decine di mafiosi, fra i quali i fratelli Bono, Gaetano Fidanzati, Vittorio Mangano e Ugo Martello, ma anche al sequestro di conti correnti bancari, libretti al portatore, titoli di credito, azioni in capo a personaggi e imprese collusi con la mafia. Alcuni dei boss colpiti da mandato di cattura risultano correntisti della Banca Rasini, diretta per anni dal padre di Berlusconi e appartenente al finanziere Carlo Rasini che aveva concesso i primi crediti e le prime fidejussioni al giovane Silvio. L'operazione San Valentino nasce da un rapporto della Criminalpol di Milano, che si occupa a lungo dei rapporti fra Dell'Utri e Mangano, definito «pericolosissimo pregiudicato, schedato mafioso, coinvolto, interessato o cointeressato in imprese commerciali e finanziarie con vorticosi volumi d'affari su scala nazionale e internazionale». L'operazione riguarda varie città e varie procure d'Italia. Compresa quella di Palermo, dove se ne occupano personalmente Falcone e Borsellino (e molti atti di quell'indagine confluiranno nel processo a Dell'Utri, tutt'oggi in corso).
Il 13 settembre 1991 un altro rapporto di polizia, questa volta del Servizio informazioni droga della Polizia cantonale di Bellinzona, inviato fra l'altro al procuratore ticinese Carla Del Ponte, va ben oltre: «Per quanto riguarda il denaro da ricevere in provenienza dall'Italia, il medesimo apparterrebbe al clan di Silvio Berlusconi. Già si dispone del codice di chiamata (per il trasferimento del denaro in Italia): dovranno unicamente designare una persona di fiducia di tale gruppo. Il nome di Berlusconi non deve impressionare piú di quel tanto, poiché anni fa, segnatamente ai tempi della Pizza Connection [la mega-inchiesta, condotta da Falcone, sugli affari sporchi della mafia turca e siciliana, e sui loro rapporti con la finanza svizzera e con il maestro venerabile della loggia P2 Licio Gelli], lo stesso era fortemente indiziato di essere il capolinea dei soldi riciclati. All'epoca si interessava dell'indagine il giudice [Francesco] Di Maggio, che era stato anche in Ticino per conferire con l'ex procuratore pubblico on. Dick Marty». Il funzionario della polizia di Bellinzona che scoprí quel giro di riciclaggio, infiltrato nel giro del narcotraffico internazionale, è stato intervistato dal giornalista Giovanni Ruggeri (Gli affari del Presidente, Milano, Kaos, 1994). E ha riferito: «Attraverso uno stratagemma sono entrato in contatto con il finanziere brasiliano Juan Ripoll Mari, personaggio che in Brasile gode di poderosi appoggi politici [… e] dispone di quattro società-paravento panamensi dislocate a Lugano, dove tra l'altro è in contatto con un avvocato fiduciario con funzione di amministratore […]. L'intenzione di Ripoll Mari era quella di riciclare 300 milioni di dollari provenienti dalla Francia, dalla Spagna e dall'Italia […]. A suo dire il denaro fermo in Italia e da riciclare proveniva dall'impero finanziario di Silvio Berlusconi, attualmente alle prese con grosse difficoltà finanziarie…».
Il nastro con la registrazione dell'intervista a Borsellino (registrazione «in presa diretta», senza tagli né montaggi) scompare per otto anni. Fabrizio Calvi e il suo regista affermano che di quel documentario sulla criminalità e l'alta finanza in Europa, di cui faceva parte il colloquio con Borsellino, non se n'era piú fatto nulla, per il venir meno dei finanziatori. Improvvisamente la televisione francese aveva perduto l'interesse a occuparsi di quegli argomenti. E tutto il materiale già accumulato era andato disperso. Ne rimaneva soltanto una traccia scritta, grazie alla trascrizione riportata dall'«Espresso» l'8 aprile 1994 (con qualche imprecisione rispetto al testo originale). Senonché, nella primavera del 2000, Rai News 24, canale satellitare della tv di Stato, decide di preparare un programma speciale per commemorare l'ottavo anniversario delle stragi. Il curatore, Sigfrido Ranucci, si rivolge alla famiglia Borsellino, e apprende che Fiammetta, una delle figlie, conserva una copia della cassetta con l'intervista del padre. Il documento è talmente eccezionale per le parole esplicite di un uomo prudente come Borsellino, che il direttore di Rai News 24 Roberto Morrione lo offre ai telegiornali e ai principali anchormen della Rai, perché lo trasmettano nei loro programmi di prima o seconda serata, con l'evidenza che merita. Ma niente da fare: nessuno lo vuole. Cosí Morrione decide di preparare uno speciale sul nastro ritrovato, sia pure in terza serata. E appena in Rai si diffonde la notizia, accade di tutto. Uno dei difensori di Dell'Utri, avvocato Enzo Trantino (deputato di An), chiede alla Procura di Caltanissetta di sequestrare il nastro e bloccare la trasmissione, per «non intralciare» l'indagine sui «mandanti a volto coperto» delle stragi del '92, che vede indagati Dell'Utri e Berlusconi. Il procuratore Giovanni Tinebra sulle prime accetta, poi però - di fronte al parere negativo del suo sostituto Luca Tescaroli, pm dell'indagine - fa marcia indietro. Tescaroli lascerà la Procura di Caltanissetta un mese piú tardi, spiegando che «non ci sono piú le condizioni per lavorare». E qualche settimana dopo Tinebra chiederà l'archiviazione dell'inchiesta sui mandanti occulti.
Il programma con la clamorosa intervista a Borsellino va in onda, fra mille difficoltà e sotterranee polemiche, alle ore 23 del 19 settembre. L'ora dei sonnambuli. In studio i sostituti procuratori Luca Tescaroli e Antonio Ingroia (pupillo di Borsellino, pm a Palermo nel processo Dell'Utri). Presente, con un'intervista registrata, l'avvocato Trantino. In qualunque paese civile, tutto questo susciterebbe dibattiti accesi e approfonditi. Invece in Italia passa sotto silenzio. Sia prima che dopo la trasmissione. A parte una tragicomica campagna del «Giornale» di Berlusconi, che accusa la Rai di avere niente meno che «manipolato» le parole di Borsellino. Manca poco che il povero giudice venga querelato post mortem. A futura memoria.

(Il capitolo prosegue poi con l'intervista integrale, che voi trovate invece cliccando qui).

Post scriptum. Palermo, Arcore, Italia
Due giorni dopo questa intervista di Paolo Borsellino, il 23 maggio 1992, il giudice Giovanni Falcone - distaccato presso il ministero della Giustizia e candidato numero uno per diventare il primo Procuratore nazionale antimafia - salta in aria insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli uomini della scorta sull'autostrada Punta Raisi-Palermo in località Capaci. Meno di due mesi dopo, il 19 luglio, salta in aria (con 5 uomini della scorta) anche Paolo Borsellino, da poche settimane tornato a Palermo (dopo la parentesi di capo della Procura di Marsala): anche lui è candidato alla Procura antimafia, ed è l'ultima «memoria storica» del glorioso pool antimafia di Palermo, nonché l'uomo di punta di quella Procura palermitana che, come ha rivelato lui stesso nell'intervista, sta indagando sui legami fra esponenti mafiosi e il duo Berlusconi-Dell'Utri.
Piú che naturale che i magistrati di Caltanissetta, che da nove anni indagano sulle stragi di Capaci e via D'Amelio, appena scoperta l'esistenza di quell'intervista, l'abbiano subito acquisita agli atti. Ritenendola utilissima per iniziare la ricerca dei «mandanti a volto coperto» delle stragi. Cosí ha fatto Luca Tescaroli, che indagava (prima della sua partenza poco spontanea da Caltanissetta) sui registi occulti di Capaci. E cosí han fatto Anna Palma e Antonino Di Matteo, che investigavano (prima del loro trasferimento a Palermo) su quelli di via D'Amelio.
Di che cosa si stava occupando Borsellino negli ultimi mesi della sua vita, nella sua nuova veste di procuratore aggiunto a Palermo? Rispondere a questa domanda significa, probabilmente, scoprire il movente vero del suo assassinio. Un assassinio che, a differenza di quello di Falcone, non trova alcuna spiegazione logica nemmeno nell'ottica mafiosa. Infatti, fino alla vigilia, non rientrava nei piani a breve e medio termine di Cosa nostra, che - come hanno riferito diversi collaboratori di giustizia - stava preparando attentati contro ben altri obiettivi (ad esempio l'on. Calogero Mannino). Che cosa li indusse a ripiegare precipitosamente su Borsellino?
Palma e Di Matteo, nella loro requisitoria al processo per la strage Borsellino, hanno cosí ricostruito il contesto di quella drammatica intervista, davanti alla terza sezione della Corte d'assise nissena, nell'udienza del 29 settembre 1999: «Abbiamo accertato che l'impegno dopo la strage di Capaci del dottor Borsellino, che pure da sempre era abituato a lavorare dalla mattina alla sera, divenne assolutamente frenetico, spasmodico, quasi parossistico. Borsellino iniziò a girare come una trottola impazzita, a interrogare pentiti, a rispolverare vecchi rapporti e indagini che Giovanni Falcone aveva seguito con grande interesse. Borsellino rivisitò vecchi rapporti riguardanti la attività e i collegamenti milanesi delle famiglie palermitane. Borsellino rilasciò anche interviste su questi argomenti, prendendo spunto dalle vicende giudiziarie di Vittorio Mangano e di uomini d'onore della famiglia di Santa Maria di Gesú. In una intervista prodotta agli atti, che rilasciò alla televisione francese il 21 maggio del '92, quindi ancor prima della strage di Capaci, asserí - andate a rileggere il testo letterale di quella intervista, anche questa è un po' stupefacente - l'esistenza di indagini che risalivano da Vittorio Mangano e da uomini d'onore della famiglia di Santa Maria di Gesú fino a Dell'Utri e ai canali di riciclaggio del denaro sporco…».
Ancor piú inquietanti gli scenari tracciati da Tescaroli nella requisitoria pronunciata nel 1999 dinanzi alla Corte di assise d'appello di Caltanissetta, nel secondo processo ai killer di via D'Amelio (per chi la volesse leggere integralmente: Perché fu ucciso Giovanni Falcone di Luca Tescaroli, Soveria Mannelli, Rubettino, 2000). Scenari che contemplano quei tre nomi, pronunciati nella fatidica intervista da Borsellino: Silvio Berlusconi, Marcello Dell'Utri, Vittorio Mangano.
«Non v'è dubbio - dice Tescaroli - che l'agire criminale di Cosa nostra potrebbe apparire prima facie dissennato, se valutato sic et simpliciter nel suo divenire fenomenico, alla stregua della prevedibile controffensiva dello Stato. In realtà lo stesso appare, di contro, sulla scorta delle acquisizioni probatorie, consono al disegno criminale e sincrono ai tempi di evoluzione di attività relazionali esterne intraprese dai vertici dell'organizzazione.
«La linea di attacco ordita dal 1991 non mirava a produrre una rottura fine a se stessa, ma a una cesura protesa alla creazione di nuovi equilibri e alleanze con nuovi referenti politico-istituzionali-finanziari: una frattura costruttiva oggettivamente agevolata dal fiorire, all'inizio degli anni '90, di una serie di iniziative politiche, riconducibili in gran parte alla massoneria deviata o all'estremismo politico di destra, e caratterizzate, tra l'altro, dal sorgere di piccoli movimenti con vocazione separatista in piú punti del territorio nazionale: le Leghe Italiane Pugliese, Meridionale-Centro-Sud-Isole, Molisana, Marchigiana, degli Italiani, Sarda, La Lega delle leghe, quella Nazional Popolare, Sud della Calabria, Toscana, Laziale, Sicilia Libera (che veniva fondata il 28 ottobre 1993, a Catania, da Antonino Strano, poi divenuto assessore regionale di An per il Turismo e lo Sport, nonché dall'avv. Giuseppe Lipera e da Gaspare Di Paola, dirigente del gruppo imprenditoriale riconducibile ai fratelli Costanzo), Sicilia Libera nell'Italia Libera ed Europea (che veniva fondata in data 8 ottobre 1993, a Palermo, presso lo studio del notaio Salvatore Li Puma, residente in Corleone, da Tullio Cannella, da Vincenzo Edoardo La Bua, e da altri, e che avrebbe dovuto avere come referente, nella provincia di Trapani, Gioacchino Sciacca), ecc.
«Leonardo Messina ha riferito che i vari rappresentanti provinciali di Cosa nostra si erano riuniti, nell'Ennese, nel settembre-ottobre del 1991, per "gettare le basi per un nuovo progetto politico" di stampo separatista: creare una nuova formazione, la Lega del Sud, appoggiata da un un'ala della Massoneria e da Cosa nostra, nel cui ambito dovevano entrare uomini dell'organizzazione, in contrapposizione alla Lega Nord, costituente, a suo dire, espressione della P2 di Licio Gelli e di Giulio Andreotti [...].
«A riprova del fatto di come i vertici dell'organizzazione fossero impegnati, correlativamente e nel mentre dell'esecuzione di un vero e proprio disegno cospirativo, alla ricerca e al consolidamento di piú legami per giungere a individuare nuovi referenti politico-istituzionali, sorreggono le indicazioni» di diversi collaboratori di giustizia, fra i quali Angelo Siino, Salvatore Cancemi, Giovanni Brusca e Maurizio Avola.
«Siino evidenziava di aver appreso da Nino Gargano e da Giuseppe Madonia che Bernardo Provenzano stava adoperandosi per "agganciare Craxi tramite Berlusconi". Ha aggiunto di avere, successivamente, saputo da Antonino Gioè che Bagarella, tramite un ex ufficiale della Guardia di finanza, amico di Salvatore Di Ganci [...] stava cercando di contattare una persona influente vicina all'on. Craxi e che, a tal fine, era necessario "fare piú rumore possibile" (alludendo con ciò ad attentati), onde consentirgli poi di intervenire per far sistemare "la situazione in Italia" a favore di Cosa nostra».
Il 29 gennaio '98, davanti al pm Tescaroli, Cancemi racconta che «20 giorni prima della strage di Capaci», mentre già fervevano i preparativi per imbottire di tritolo l'autostrada Punta Raisi-Palermo, partecipò a un vertice «presso l'abitazione di Girolamo Guddo, alla presenza di Raffaele Ganci e Salvatore Biondino, nel corso del quale Riina ebbe a dire: "Io mi sto giocando i denti, possiamo dormire tranquilli, ho Dell'Utri e Berlusconi nelle mani, che questo è un bene per tutta Cosa nostra". Questo incontro avvenne mentre era in corso la preparazione dell'attentato [...] quasi contemporaneamente alle confidenze ricevute dal Ganci [cioè fatte da Ganci a Cancemi] sulle "persone importanti" (incontrate da Riina prima della strage). Il contesto in cui le parole di Riina si inserivano era proprio quello riguardante la strage e le conseguenze che dalla stessa sarebbero potute derivare a tutta l'organizzazione [...] Riina reiterava discorsi fatti anche in precedenza, confermando che gli accordi intervenuti con quelle "persone importanti" avrebbero garantito non soltanto i provvedimenti legislativi favorevoli per tutta l'organizzazione ed in genere interventi con l'Autorità giudiziaria, ma anche la protezione per le conseguenze derivanti dall'esecuzione della strage». In aula, il 22 ottobre '99, Cancemi aggiunge che Riina tranquillizzava tutti dicendo: «Queste persone sono quelle che a noi ci devono portare del bene, queste persone noi le dobbiamo garantire ora e nel futuro di piú».
Nel mese di giugno, a cavallo fra Capaci e via D'Amelio, ci furono altri vertici, in cui «Riina specificò di aver chiesto favori legislativi alle "persone importanti"», le quali si erano impegnate a soddisfarle. Le richieste riguardavano - ricorda Cancemi - «annullare 'stu 41 bis, 'sta legge sui pentiti, sequestri di beni, insomma un sacco di cose: l'ergastolo, tutte queste cose […]. Lui le ripeteva diverse volte…». E «nella riunione di giugno Riina aveva una certa premura, una certa urgenza per fare questa strage di Borsellino. Ha spiegato che 'sta cosa si deve fare subito [...]. Lui era tranquillo, aveva queste persone e quindi lavorava sicuro…».
Dunque - riepiloga Tescaroli - «Cancemi riferiva che Riina, in epoca antecedente alla strage di Capaci, si era incontrato con "persone importanti" [...], autorevoli personaggi del mondo politico nazionale (il cui nominativo apprendeva da Riina e ha indicato al processo d'appello)», per avviare negoziati «aventi a oggetto provvedimenti legislativi favorevoli all'organizzazione, interventi sull'Autorità giudiziaria e garanzie dalle conseguenze derivanti dalla strage». Cancemi riferiva pure «che appartenenti al gruppo Fininvest versavano periodicamente una somma di 200 milioni lire a titolo di contributo [«Questi soldi, con assoluta certezza, Riina li usava per Cosa nostra, per alimentare Cosa nostra», assicura Cancemi]. Sottolineava che il Riina si era attivato, a far data dagli anni 1990-91, per coltivare direttamente i rapporti con i vertici di detta struttura imprenditoriale (mettendo in disparte Vittorio Mangano, che fino a quel momento li aveva gestiti) e che, tramite Craxi, stava cercando di mettersi la Fininvest nelle mani o viceversa. Peraltro, non sapeva precisare se e come, Riina avesse preso il controllo diretto di questo rapporto, ma ricollegava la stagione stragista proprio a tale avvicendamento. Ha aggiunto che Riina, nel corso del 1991, gli aveva riferito che detti soggetti erano "interessati ad acquistare la zona vecchia di Palermo" e che lui stesso si sarebbe occupato dell'affare, avendolo "nelle mani". Riina e Mangano gli avevano fatto presente che era stata incaricata una persona, chiamata "ragioniere", per seguire "materialmente l'operazione". E ancora [Cancemi] ha dichiarato di aver appreso da Raffaele Ganci, intorno agli anni 1990-1991, mentre transitavano con l'autovettura in prossimità di via Notarbartolo, che in quella zona vi erano dei ripetitori che interessavano "a Berlusconi". Sottolineava di aver ricevuto conferma di quest'ultima circostanza dal Riina. Va rilevato, solo incidentalmente, che le indicazioni del Cancemi, con specifico riferimento agli esborsi di denaro, hanno trovato puntuali conferme nelle dichiarazioni di altri collaboranti (Francesco Paolo Anzelmo, Calogero Ganci, Aurelio Neri, Antonino Galliano e Giovan Battista Ferrante) e riscontri obiettivi.
«Cancemi ha fatto riferimento a contatti tra i vertici di Cosa nostra e soggetti capaci di orientare la legislazione in senso favorevole all'organizzazione, intercorsi sia in epoca precedente, che successiva all'arresto di Salvatore Riina, e ha dichiarato di aver avuto conferma - da una frase pronunciata da quest'ultimo: "la responsabilità è mia", nel corso di una riunione tenutasi per brindare al buon esito della strage di Capaci e per deliberare quella di via D'Amelio - che il Riina aveva ricevuto precise garanzie in favore dell'organizzazione, nonostante l'effettuazione di un eclatante attentato da compiersi a breve distanza da uno parimenti grave, da parte delle persone importanti (che ha indicato nei dottori Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi) verso le quali aveva presentato tutta una serie di richieste, fra le quali quelle di "far annullare 'sta legge sui pentiti", di abolire l'ergastolo e di eliminare la normativa sul sequestro dei beni o di affievolirne le conseguenze».
Dunque le «persone importanti» che, secondo Cancemi, avrebbero incontrato Riina incoraggiandolo nella sua strategia volta a scalzare i vecchi partiti e a favorire la nascita di nuovi soggetti politici che diventassero referenti piú credibili e utili per Cosa nostra, sarebbero Berlusconi e Dell'Utri. Cancemi fa i loro nomi - dicendo di averli appresi dalla bocca dello stesso Riina - soltanto al processo di appello per la strage di Capaci. Dove racconta anche la sua missione presso Mangano, per convincerlo a lasciare a Riina la gestione dei rapporti, coltivati per vent'anni, con Berlusconi e Dell'Utri. «Io - racconta in aula Cancemi - quando sono andato da Mangano, ci dissi: "Vittorio, senti qua, ho parlato cu' 'u zu' Totuccio [Riina] e mi disse che per quelle persone, Dell'Utri e Berlusconi, siccome lui se l'ha messo nelle mani lui, che è un bene per tutta Cosa nostra, quindi tu fammi questa cortesia [...] mettiti da parte perché è una cosa che sta portando avanti 'u zu' Totuccio, e quindi mettiti da parte" [...]. Il Mangano mi disse: "Ma, perciò, è una vita che ce l'ho nelle mani, ora mi devo mettere da parte. Ma perché? - dice - perché io non sono un uomo d'onore e non posso portare le cose avanti io?"

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  di Gianluca Neri
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