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  I VOSTRI INTERVENTI
I vostri interventiValerio
SULLA VIOLENZA di Wu-ming Si'
Il dibattito su "violenza e non violenza" è concettualmente obsoleto, superato dalla storia e dagli eventi, zavorra del XX secolo di cui occorrerebbe liberarsi per poter essere più leggeri in vista del prossimo futuro (Genova e oltre). Eppure siamo ancora qui a discuterne, perché, a dispetto di chi si limita a denigrare o a prendere unilateralmente le distanze, siamo convinti che la discussione sia necessaria.
Innanzi tutto una banalissima premessa: il dibattito su violenza e non violenza è un lusso che "noi", il quinto privilegiato della popolazione mondiale, possiamo permetterci. Nei restanti quattro quinti del mondo la gente viene scannata, stuprata, ammazzata, da eserciti, gruppi paramilitari, bande mercenarie al soldo dei proprietari terrieri e delle multinazionali. E di conseguenza in molti casi E' COSTRETTA a difendersi con la violenza, per garantirsi un'esistenza dignitosa o semplicemente per restare in vita. Ma poiché noi viviamo nell'area settentrionale del pianeta, possiamo discutere di questo problema. Anzi, di questo pseudo-problema. E' fuori di dubbio che uno scontro aperto in termini "militari" contro gli stati e gli organismi internazionali non ha alcun senso. Se guardiamo alla potenza di fuoco, loro hanno i carri armati, le portaerei e le armi nucleari. E' fuori di dubbio che esercitare qualsiasi tipo di violenza contro i luoghi e le città che ospitano i meeting dei cosiddetti "Grandi della Terra" è controproducente, inutile e stupido da tutti i punti di vista. L'incisività di una vetrina rotta o di un cassonetto incendiato a fronte delle decisioni di portata planetaria che vengono prese dentro le "zone rosse" è nulla. Serve soltanto a far incazzare il proprietario della vetrina, a inimicarci l'opinione pubblica, a garantire ai mass media di poterci dipingere come "vandali". E a onor del vero andrebbe rilevato che se la cattiva coscienza non andasse per la maggiore, l'incommensurabilità dei bombardamenti all'uranio impoverito e di una vetrina sfasciata risulterebbe evidente a chiunque. Ma tant'è.
Detto questo, la disobbedienza civile è un'altra cosa. Ed è la scelta che supera lo pseudo-problema di cui sopra. Non si tratta di sconfiggere militarmente l'avversario, né di attaccarlo con mezzi d'offesa che sarebbero sempre e comunque ridicoli rispetto a quelli di polizie ed eserciti. Si tratta appunto di disobbedire a un ordine dato. E qual è quest'ordine? Lo stesso di sempre: disperdersi, non fare un passo avanti, non valicare la linea rossa, non manifestare sotto le finestre dei palazzi in cui i potenti si riuniscono. Perché costoro non si riuniscono in un bel castello sulle Alpi? O in un'oasi in mezzo al deserto? O su un transatlantico? Perché insistono nel darsi appuntamento nei centri storici di grandi città, cantierizzate, tirate a lucido e militarizzate per l'occasione? Perché in questo modo ribadiscono simbolicamente la propria padronanza assoluta del territorio, la propria grandezza e onnipotenza. Quando i "big" chiamano, le città devono scattare sull'attenti e mettersi a disposizione. I cittadini devono accettare di essere schedati, controllati, limitati nella loro libertà di movimento, prima ancora che in quella di manifestare. Mentre il resto del mondo deve aspettare col fiato sospeso che pochi decidano per tutti.
A TUTTO QUESTO OCCORRE DISOBBEDIRE. Manifestare ai margini, sfilare in corteo in "altri" luoghi, in "altri" spazi (sempre che vengano concessi) resta una dichiarazione di dissenso, utile finché vogliamo, ma è cosa ben diversa dal disobbedire. Disobbedire significa tentare di guastare la luccicante kermesse degli Affamatori della Terra. Significa rovinare loro il trucco, togliere il belletto dalle loro facce, fargli sentire il nostro fiato sul collo. E' una battaglia di senso e di simboli, comunicativa per eccellenza. Ed è quello che - al contrario di una manifestazione che si svolga "altrove" - lorsignori non possono accettare. Tentare di valicare quella linea rossa non è un gesto militare, non si tratta di conquistare delle posizioni secondo una logica di trincea. Valicare la linea invalicabile è un gesto retorico, è una conquista simbolica. Significa non riconoscere l'ordine imposto, le frontiere blindate del nord del mondo, l'esclusione della maggioranza da una vita degna e dalle decisioni sulle sorti del pianeta. Occorre farlo. E farlo nella maniera migliore, proteggendo i nostri corpi, cercando di non farci massacrare, in altre parole DIFENDENDOCI, perché non saremo mai noi ad attaccare, ma sempre e comunque coloro che fondano la legittimità della propria esistenza sul dispiegamento della forza e sull'occupazione militare del territorio. Noi non abbiamo forza militare da mettere in campo, solo i nostri corpi. Noi non saremo mai un esercito, tutt'al più una metafora della moltitudine che a Genova non potrà venire perché troppo impegnata a morire di fame in altri angoli del mondo. Noi non abbiamo armi, soltanto la nostra fantasia. Noi non useremo la "violenza", ma AVANZEREMO. Fino a dove ci spingono le nostre idee, fino oltre i confini che vorrebbero imporci. Perché siano costretti a ricordarsi che SIAMO QUI.

I vostri interventiGhostdog
Perchè andare a Genova? Tanto non modificheremo certo le decisioni dei premier cercando di assediarli, tutto quello che si otterrà sarà qualche vetrina infranta e ai telegiornali si vedrà solo quella; meglio stare a casa. Boicottiamo invece, ecco l'unica cosa utile! NO! NO! NO! NO! Non sono d'accordo: essere a Genova sarà FONDAMENTALE, per due ragioni principali.
La prima è che il boicottaggio e la protesta di piazza non si escludono certo a vicenda, ANZI: il movimento di Seattle ha avuto il merito storico di porre il problema dell'operato delle multinazionali nei paesi del Sud del mondo all'attenzione generale. Non dico che la pratica del consumo critico non esistesse già prima, ma era ristretta a un numero molto esiguo di consumatori, mentre ora c'è l'occasione di diffondere questa idea in maniera esponenziale, e i primi effetti si stanno già vedendo, non credo sia casuale che i primi successi (vedi caso Del Monte) si siano avuti recentemente: le idee passano attraverso le piazze!
La seconda ragione è che secondo me non ci si può accontentare di correggere un sistema così profondamente iniquo: puntiamo in alto! Rimettiamolo in discussione! Cerchiamo di modificarlo alle basi! Non basta che le multinazionali si comportino più dignitosamente con i lavoratori, devono smetterla di poter fare il bello e il cattivo tempo in ogni parte del mondo utilizzando i loro cagnolini da guardia del WTO, FMI e via dicendo. Bisogna introdurre la democrazia nel sistema economico mondiale, bisogna abolire la logica dei G8 e dei WTO, e per questo serve la politica, bisogna costringerla a darti retta. Altrimenti il sistema troverà il modo di renderti innocuo, anzi lo sta già facendo, vedi la politica del WTO contro le etichettature dei prodotti: se non puoi più distinguere un prodotto dall'altro come puoi boicottare? La logica è quella di rimuovere ogni ostacolo alla libera circolazione delle merci e a loro avviso le informazioni sulle conseguenze sociali e ambientali della produzione delle stesse lo sono (ecco perchè il Commercio Equo e Solidale è andato a Seattle).
Bisogna agire a livello politico per cambiare davvero le cose, e ci si sta riuscendo: non si contano più i politici e giornalisti che affermano che a Genova ci sarà l'ultimo G8, vi sembra un piccolo risultato? L'idea che non possono essere solo i paesi ricchi e gli interessi delle loro multinazionali a dirigere l'economia mondiale sta passando, e questo grazie a Seattle, a Porto Alegre, a Quebec City, a Goteborg e a Genova. I simboli sono importanti ogni tanto, anche per rendere più efficaci e condivise le lotte quotidiane. Andiamo a Genova, tutti quanti.

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   data: 27 giugno 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

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