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  LA STORIA DEL G8
8 "grandi" fuorilegge
di Sara Fornabaio
tratto da Guerre & Pace

L'espressione "summit", che si usa per designare gli incontri del G7/G8, è stata coniata per la prima volta nel 1955, per descrivere una delle conferenze fallite della guerra fredda tra le quattro potenze (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Unione Sovietica) a Ginevra. Ma la storia degli incontri di questo tipo risale alla conferenza di Potsdam del 1945, se non a quella poco precedente di Jalta, che stabilirono l'assetto geopolitico del secondo dopoguerra.
Nel 1963 poi, Francia e Germania siglarono un trattato che prevedeva due incontri all'anno dei rispettivi capi di stato. Fu il primo passo verso l'istituzionalizzazione di accordi simili tra i leader europei.

NASCE IL G7
Il G7 - come summit dei paesi più industrializzati, cui prendono parte i capi di stato (nel caso delle repubbliche presidenziali) o di governo (nel caso delle repubbliche parlamentari come l'Italia) - ha però preso avvio ufficialmente solo nel 1975. A differenza delle organizzazioni internazionali classiche, non è scaturito da una conferenza formale, né da un accordo internazionale. A determinarne la nascita fu il drastico aumento dei prezzi del petrolio nel 1973, la fine della convertibilità del dollaro e il conseguente crollo del sistema di cambi fissi del Bretton Woods. Nell'annunciare la prima riunione a Rambouillet i sei paesi allora partecipanti (Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia, Giappone, Italia) lo presentarono come un'esigenza occasionale per discutere questioni legate alla crescita economica, alla riforma monetaria, all'inflazione, alla disoccupazione, al commercio e ai prezzi del petrolio.
Il carattere informale e non burocratico dell'incontro spinse il presidente statunitense Ford a convocarne un altro nel 1976 a Porto Rico, cui prese parte anche il Canada. Da allora in poi il G7 si è riunito ogni anno, a rotazione in uno dei paesi partecipanti.

DAL G7 AL G8
Nel 1977, ai 7 paesi più ricchi del pianeta si è aggiunta l'allora Comunità europea, seppure con uno status diverso. Da allora, la partecipazione è rimasta costante, fino a quando l'Unione Sovietica, successivamente Russia, ha cominciato a bussare alla porta. Dal 1991 al 1993, la Russia ha iniziato dei colloqui con il G7 a latere dei summit; dal 1994 al 1996 la Russia e i leader del G7 hanno tenuto incontri "politici" alla fine di ogni vertice. Il vertice del 1997, a Denver, ha segnato la piena partecipazione della Russia alle discussioni, tranne quelle a carattere economico e finanziario. Solo nel 1998 è nato ufficialmente il G8, a Birmingham. Il G7 continua però ad esistere come istituzione parallela. Nel 1999 è nato il G20, il Gruppo di 20 ministri delle finanze che include anche paesi emergenti.

UN'AGENDA IN EVOLUZIONE
Non ci sono limiti alle questioni che possono essere trattate nel corso di un summit (vedi scheda). Originariamente i capi di stato o di governo si riunivano per discutere questioni relative alla politica monetaria internazionale e ai tassi di cambio. Successivamente, gli incontri sono divenuti sempre più politici. La stessa nascita del vertice, infatti, va ricollegata alla difficoltà dei paesi più ricchi di gestire il sistema monetario internazionale e la conseguente necessità di coordinare le proprie politiche macroeconomiche. Ma ben presto i summit cominciarono a discutere tematiche ben al di là delle questioni economiche e finanziarie. Nei primi anni Ottanta, l'agenda era indiscutibilmente dominata dalle relazioni Est-Ovest; nel 1988, il tema dominante fu il terrorismo; nei primi anni Novanta gli incontri vertevano essenzialmente sulle trasformazioni in atto nell'ex Unione Sovietica e nei paesi dell'Est; il recente vertice di Colonia del 1999 è stato quasi interamente dedicato alla guerra in Kosovo, che ha messo in ombra il problema del debito dei paesi poveri.

LE CRITICHE AL FUNZIONAMENTO DEL G7/G8
Poiché dunque i temi possono essere molto vari, la definizione dell'agenda di ogni summit è una questione politica. La maggior parte degli incontri ha un carattere di mero orientamento: per definizione, insomma, non producono alcun risultato concreto. Inoltre, poiché i summit non hanno alcun valore vincolante, i partecipanti non si sentono neanche politicamente obbligati a rispettare gli impegni assunti (vedi Colonia e il debito).
Un'altra critica è che le agende dei summit spesso forzano le priorità politiche nazionali, imponendo scelte inappropriate e affrettate.
Il dibattito apertosi sull'evoluzione e il futuro del G8 offre un esempio delle argomentazioni addotte contro questo tipo di vertici. Molti ritengono che il G8 abbia tradito l'idea originale in base alla quale è nato: invece di una sede informale di dialogo ai massimi livelli, senza vincoli burocratici e con la libertà data dall'assenza di una pressione decisionale, i summit recenti sono caratterizzati da un alto grado di formalizzazione, che lascia pochissimo spazio per una libera discussione, e da un'agenda che affronta questioni sempre più complicate. Il comunicato finale, che dovrebbe riassumere le conclusioni del summit, viene in realtà preparato con molto anticipo.
Con la crescente interdipendenza tra paesi e la globalizzazione, la funzione dei summit è divenuta man mano più istituzionalizzata: i cosiddetti sherpa, vale a dire i "tecnici" incaricati di preparare gli incontri, si riuniscono diverse volte durante l'anno, dando vita a un processo di preparazione che coinvolge i governi nazionali. I ministri degli esteri, del commercio, delle finanze e dell'ambiente si incontrano anch'essi regolarmente. Ma sono gli sherpa a fissare concretamente i temi in agenda, sulla base delle posizioni e delle priorità di ogni paese membro.

UNA ISTITUZIONE SENZA LEGITTIMITÀ
La progressiva formalizzazione del G7/G8 ha reso sempre più evidente un paradosso giuridico e politico: quella che ormai è divenuta la massima sede decisionale del sistema globale non ha in realtà alcuna competenza formale. I processi di globalizzazione dell'economia hanno sancito - de facto - un "governo" mondiale formato dai capi di stato e di governo dei paesi più ricchi, privi di ogni legittimità democratica diretta.
L'istituzionalizzazione delle riunioni del G7/G8, inoltre, ha di fatto svuotato di ogni significato le sedi internazionali di cooperazione politica, prime tra tutte le Nazioni Unite. La preminenza dei summit su ogni altra sede decisionale ha messo fine al tentativo di costruire una comunità internazionale ampia, che includesse tutti i paesi del mondo e all'interno della quale fossero tenuti in conto gli interessi di tutti. Si è così sancito il potere dei 7 o 8 paesi più ricchi del pianeta a decidere delle sorti di tutti gli altri, con un processo di restringimento della democrazia tipico della regolazione neoliberista del sistema economico capitalistico definita negli ultimi trent'anni.
Ed è per questo motivo che l'agenda dei vertici si è estesa fino a coprire praticamente ogni tipo di questione di rilevanza globale. Allo stesso tempo, però, le discussioni che si svolgono durante i vertici non sortiscono alcun risultato concreto, ma costituiscono una sorta di rappresentazione del potere ai suoi massimi livelli. Il ruolo essenziale del G7/G8, infatti, è di sancire le decisioni prese nei gabinetti governativi dei paesi che contano, o negli organismi globali al servizio degli stessi interessi.
Questo tipo di verticalizzazione del potere corrisponde a quello che abbiamo definito "nuovo ordine mondiale", sancito dalla guerra contro la ex-Jugoslavia che, non a caso, si è conclusa in base ad un accordo tra i membri del G7/G8 a Colonia nel giugno 1999. Questo passaggio ha rappresentato un ulteriore, significativo passo verso il definitivo superamento delle istituzioni multilaterali.

CRESCE LA CONTESTAZIONE
Parallelamente al rafforzamento del ruolo e delle competenze del G7/G8, però, si è sviluppata una crescente coscienza della sua illegittimità, che ha portato migliaia di persone a contestare, in occasione delle riunioni degli ultimi anni, non solo le decisioni del G7 ma la sua stessa esistenza o l'illusione di poterla "riformare". Ricordiamo le mobilitazioni a Tokyo nel 1986 e nel 1993, quando fu istituito un Tribunale contro i crimini del G7; o nel 1994 a Napoli (vedi "G&P", n. 13/14).
Dal vertice di Colonia del 1999 la contestazione ha assunto caratteristiche di massa: in quell'occasione oltre 10.000 persone invasero la città per chiedere l'annullamento del debito dei paesi poveri. Il vertice era stato preceduto da una campagna di sensibilizzazione senza precedenti, che aveva costretto i governi dei 7 paesi ad annunciare significative iniziative di cancellazione del debito. L'assoluta inconsistenza dell'accordo scaturito dal vertice di Colonia ha conseguentemente provocato un'ondata di indignazione nell'opinione pubblica e si può affermare che la legittimità dei 7 grandi a decidere delle sorti del resto del mondo è stata irrimediabilmente minata.
Come non bastasse, la seppur esigua cancellazione concordata a Colonia non ha avuto luogo, se non in misura ridicola (1% alla fine del 2000), dimostrando anche che gli impegni assunti in sede di G7 non hanno alcun valore vincolante per gli stessi partecipanti.

I "GRANDI" CERCANO DI CORRERE AI RIPARI
Al pari dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale e dell'Ocse, quindi, il G7/G8 è divenuto obiettivo del crescente movimento contro la globalizzazione neoliberista. E così l'anno scorso, in occasione del vertice di Okinawa, migliaia di persone hanno superato le difficoltà logistiche e hanno assediato i potenti della terra per chiedere ancora una volta un impegno serio per la cancellazione del debito, nonché la smilitarizzazione del Giappone, occupato da un forte contingente di soldati statunitensi.
La risposta dei 7 grandi è stata l'inclusione nell'agenda del vertice di temi che in teoria dovrebbero conferire un "volto umano" alle decisioni assunte: si è così cominciato a parlare di lotta alla povertà, strategie per combattere l'Aids, ambiente ecc. Il tentativo, condiviso anche da istituzioni globali quali il Fmi e la Banca Mondiale, è di "ammorbidire" le critiche avanzate dal movimento e dai paesi esclusi dal vertice. Ma contrariamente a quel che si prefiggevano i "grandi", l'allargamento dell'agenda a questioni di competenza di organizzazioni internazionali dotate di uno status giuridico ben più definito e, soprattutto, di un mandato politico, ha acuirto le critiche e moltiplicato le voci del dissenso.

GENOVA 2001
La prima conseguenza è che la strategia d'attacco al G7/G8 del prossimo luglio a Genova si preannuncia molto più radicale rispetto al passato, anche per la crescita e l'evoluzione del movimento contro la globalizzazione.
Con l'estendersi della coscienza collettiva rispetto al carattere antidemocratico delle modalità e dei luoghi di decisione su temi che riguardano i destini della popolazione mondiale, il G7/G8 è divenuto a ragione uno dei simboli più negativi del potere globale. Se si aggiunge il carattere estremamente autorappresentativo del potere che queste riunioni in genere assumono, si capisce come l'appuntamento di Genova costituisca una tappa importante della contestazione globale, assunta a pieno titolo anche dal primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre del gennaio scorso.
Il percorso di preparazione delle manifestazioni di contestazione del vertice, avviato da mesi e in modo unitario dalle oltre 300 tra reti, centri sociali, forze sindacali e politiche, Ong che fanno parte del Genoa Social Forum (vedi Un assedio pacifico), testimonia il carattere sempre più ampio della partecipazione alle giornate di Genova. Parallelamente, la criminalizzazione crescente della protesta da parte del governo e dei servizi segreti italiani e internazionali e l'atteggiamento di totale chiusura rispetto alle rivendicazioni di spazi per le iniziative del movimento danno la misura della pericolosità che i potenti del mondo assegnano alla mobilitazione contro il G7/G8.
È dunque fondamentale che essa riesca e assuma caratteristiche di massa. Ciò farà compiere un salto di qualità all'intero movimento, che deve necessariamente passare dalla mera contestazione delle riunioni dei "grandi" alla costruzione e al consolidamento di un fronte capace di unire le avanguardie del nuovo movimento e le forze protagoniste del conflitto sociale nelle sue forme più tradizionali.

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  di Alberto Burba
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   data: 05 luglio 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

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