Negli ultimi anni si è imposta di fatto una regola nel modo di condurre l'economia capitalistica. Visto che in molte aree del mondo (specialmente nel sudest asiatico e in America latina) il costo del lavoro è molto più basso che non nei paesi "sviluppati" (secondo Sweatshop Watch in Vietnam nel 1996 la paga oraria nell'industria calzaturiera ammontava a 0.12 USD, 250 lire!!!), molte aziende multinazionali hanno pensato di spostare la loro attività produttiva là dove possono massimizzare i profitti. Hanno così contribuito a creare posti di lavoro a bassissimo costo in aree depresse e a toglierli nelle aree più sviluppate. Ma c'è di più. Le multinazionali operano quasi sempre con il meccanismo dell'appalto. In sostanza funziona così: una volta che le teste d'uovo dei mega uffici di Londra, Parigi, New York hanno progettato il nuovo prodotto (hanno pensato la nuova scarpetta o il gadget di grido) affidano ad aziende del terzo mondo la produzione industriale, dove i costi di produzione sono infinitamente più bassi.
Così facendo la multinazionale si lava le mani da tutto quello che può riguardare lo sfruttamento del lavoro o le disattenzioni in materia ambientali. Rimane per così dire "pulita", perché il lavoro sporco lo fa il direttore della piccola azienda cinese o tailandese. E in caso di incidenti (come nel 1993, quando nella fabbrica cinese Zhili a causa di un incendio morirono 87 ragazze mentre lavoravano in fabbrica, chiuse a chiave, per l'italiana Chicco) chi paga sono i locali.
Ma ovviamente si sa che dietro a queste realtà ai limiti della schiavitù ci sono i grandi gruppi industriali occidentali. E da qui sono nate le grandi lotte che sono divenute famose con il movimento del "popolo di Seattle" per combattere i lati oscuri della globalizzazione.
Uno degli strumenti consolidati per dire no a questa realtà è il boicottaggio. Si tratta di un'azione concordata da alcuni gruppi di pressione per infliggere un danno finanziario e di immagine a un ente o a un'impresa. In pratica consiste nell'isolarlo rompendo con esso ogni rapporto e in particolare rifiutandone i servizi e astenendosi dal comperarne le merci.
Il termine boicottaggio trae origine da un ufficiale britannico (Charles Cunningham Boycott) che nel 1880 amministrava i beni del conte di Erne, nella contea di Mayo (Irlanda). Per la durezza dei suoi sistemi provocò gravi rappresaglie da parte degli affittuari irlandesi che applicarono le istruzioni della Lega agraria e di Parnell. Da questo "blocco" materiale e morale contro di lui è derivato il verbo inglese to boycott, donde il francese boycottage e l'italiano boicottaggio.
Ma torniamo alle multinazionali.
I danni di immagine per le aziende moderne sono rischiosissimi. Naomi Klein, la portavoce del movimento di Seattle, ama infatti definire che ci vogliono 100 anni per consolidare l'immagine di un'azienda. Ma potrebbero bastare 30 giorni per distruggerla. Come? Informando i consumatori sulle politiche che l'azienda in questione adotta nei confronti del resto del mondo e invitandoli a "disprezzarla" evitando di acquistarne i prodotti.
In questo senso i contestatori delle negative politiche della globalizzazione sostengono che ogni volta che andiamo al supermercato esprimiamo un voto.
NO GLOBAL, IL RITORNO
Sembrava scomparso, risucchiato dalle macerie delle torri di New York. Ma ecco che torna alla ribalta. Il popolo no global si è dato appuntamento a Porto Alegre, in Brasile, per il secondo Forum Sociale Mondiale.
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