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  NESTLÉ, UN CASO DI BOICOTTAGGIO
Un caso per tutti
Il caso forse più conosciuto di boicottaggio ai danni di una multinazionale è quello portato avanti fin dagli anni Settanta da centinaia di associazioni contro la Nestlé.
La società elevetica fondata alla fine del XIX secolo è stata additata dai "consumatori critici" per le politiche di vendita e di distribuzione del latte in polvere per lattanti in alcuni stati del sud del mondo.
Il latte in polvere si ottiene per evaporazione del latte sotto vuoto a determinate temperature. Così facendo si ottiene una polvere contenente teoricamente tutti gli elementi nutrizionali del latte e quasi tutte le vitamine. Questo a patto che la polvere di latte venga conservata con particolari cure (recipienti stagni, preferibilmente sotto atmosfera inerte) e al riparo dall'umidità, dall'ossigeno e dalla luce. Disciolto nell'acqua, il latte in polvere ricostituisce un latte quasi normale. L'aggiunta di zucchero favorisce la soluzione e lo rende utilizzabile per l'alimentazione del lattante. Per l'età più tenera si usa latte in polvere privato di una parte del suo contenuto in grassi la cui soluzione ricostituisce un latte di composizione chimica simile a quella del latte di donna.
Partendo da queste considerazioni la Nestlé ha incominciato a promuovere il suo latte in polvere in molte aree depresse del sud. Questo ovviamente a fini puramente commerciali, andando sia contro le più banali regole dell'alimentazione dei lattanti che nutrendosi al seno della madre acquisiscono gli anticorpi necessari per combattere le diffuse malattie che insidiano i bimbi nelle aree in via di sviluppo sia creando dipendenza da un bene che è solo "acquistabile" dalla multinazionale in questione. Ma non solo. Visto che il latte va diluito con acqua, capita assai spesso che, a causa delle scarse disponibilità economiche, le madri diluiscano eccessivamente la polvere, con il risultato di creare un latte povero di sostanze nutritive. Inoltre sorgono questioni di carattere igienico e culturale. Il latte in polvere va preparato nell'igiene più assoluta e per capirlo bisogna leggere attentamente l'etichetta riportata su ogni confezione. Molti dei paesi del sud del mondo non hanno nè standard igienici come quelli del nord nemmeno uguali livelli di alfabetizzazione. I tassi di analfabetismo toccano spesso il 60/70% della popolazione (e le donne sono le più colpite).
Il risultato di queste politiche della Nestlé, evidentemente mirate solo alla possibilità di vendere più latte possibile, ha fatto sì che nel 1977 l'associazione Infact (un gruppo d'azione contro il latte in polvere) si mobilitasse contro l'impresa elvetica.
Dopo una serie di denuncie e di processi nel 1981 l'Oms (Organizzazione mondiale della sanità) approvò un codice che imponeva la limitazione drastica sia per la promozione sia per la distribuzione del latte in polvere.
Ma l'atteggiamento della Nestlé fu ambiguo, tanto che le associazioni che si erano mobilitate iniziarono una forte campagna di sensibilizzazione dell'opinione pubblica. Numerosi articoli comparvero sulla stampa internazionale, diverse lettere furono inviate ai manager della Nestlé che in qualche modo accusarono il colpo (specie sul piano dell'immagine).
Dopo 4 anni la multinazionale accettò di sottoscrivere il codice dell'Oms e il boicottaggio ebbe termine. Ma durò poco.
Nel 1988 arrivò una nuova denuncia ai danni della Netlé. In Asia si scoprì che la società distribuiva gratuitamente agli ospedali i campioni di latte in polvere, con l'obiettivo di far allattare i neonati con latte artificiale e di creare immediata dipendenza da questo prodotto e infischiandosene delle normative dell'Organizzazione mondiale della sanità.
E' l'occasione per far partire un nuovo boicottaggio, che sta durando da più di dieci anni e che ha visto l'impegno di numerose associazioni (tra cui Baby milk action, Inbc, Ribn) e l'invio di migliaia di lettere alla direzione della Nestlè (33mila solo in Italia).
Il boicottaggio continua, anche perché la Nestlé forse non sta accusando perdite sufficienti da far pensare a una revisione delle sue politiche nel sud del mondo. E forse perché ancora molti cittadini occidentali (i veri finanziatori delle multinazionali) non conoscono i retroscena di queste scelte politiche.
Di fatti, chi di noi, sorseggiando un bicchiere di acqua minerale Levissima o mangiando un cioccolatino Perugina penserebbe mai che sta finanziando una società che costringe giovani donne ad acquistare latte in polvere targato CH per alimentare il loro bambino nel Malawi o in Bangladesh?

Un libro per capire: Francesco Gesualdi, Manuale per un consumo responsabile - Dal boicottaggio al commercio equo e solidale, Feltrinelli, 22mila lire.

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  a cura di Alberto Burba
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   data: 15 giugno 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

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