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Guerra e pace

americani1.jpgSfoglio il Corriere della Sera di venerdì 7 febbraio. In prima pagina incappo in un articolo di Francesco Merlo che polemizza con Gino Strada sul significato della scelta pacifista. Merlo non ce la fa a resistere: ricorre all’arma finale, all’argomento fallaciano capace di distruggere ogni finzione, ogni velleità da anime belle. Se c’è una guerra, bisogna decidere da che parte stare, dice Merlo. L’alternativa è quella classica: schierarsi con Bush e l’Occidente tollerante e democratico oppure con Saddam e l’islam integralista. Forse qualcuno spiegherà all’editorialista del Corriere che la maggior parte dei paesi che fanno parte dell’ONU non si sentono stretti in questo dilemma, obbligati alla scelta di campo. Francia, Russia, Germania, Brasile, Giappone non si sono ancora arruolati tra i difensori della civiltà, forse perché a questa rappresentazione manichea della lotta del bene contro il male non credono completamente, forse per calcoli e interessi nazionali.
Ma abbandoniamo subito questo tema di discussione molto caldo, ma fin troppo abusato e procediamo nella lettura del primo quotidiano italiano. A pagina 13, colonna in alto a destra, trovo un interessante trafiletto di 15 righe.
americani2.jpg
La notizia è questa: il Ministro della Giustizia USA, John Ashcroft ha chiesto ai procuratori federali degli stati di New York e Connecticut di applicare la pena capitale a 12 imputati, per i quali gli stessi pubblici ministeri avevano proposto pene minori. Il ministro lamenta che in tema di condanne capitali tra i vari stati esista ancora troppa disomogeneità.
Il ragionamento di Ashcroft dev’essere stato più o meno questo: “Perché mai nel Texas o del Missuri (di cui Ashcroft è stato Governatore) è più facile beccarsi la sedia elettrica che a New York? Non è giusto! A tutti gli imputati devono essere date le stesse opportunità”.
In fondo è un applicazione del principio secondo cui la legge è uguale per tutti. Nella forma in uso nei tribunali dell’Inquisizione, di Stalin e Pol Pot.
Per essere certi che la notizia fosse proprio vera, che non fosse stata abilmente confezionata da settori politicizzati e anti-americani della redazione di via Solferino, risalgo alla fonte: il New York Times del 6 febbraio. E scopro che è tutto vero, anzi che l’integerrimo Ashcroft (non beve, non fuma, è religioso osservante) aveva già respinto in precedenza altri 16 pareri di procuratori di vari stati contrari all’applicazione della pena di morte per gli imputati.
Già che c’ero ho fatto una ricerca sul sito del Dipartimento della Giustizia Usa e ho scoperto che Ashcroft si sta duramente impegnando per ottenere un inasprimento delle pene per i reati commessi con armi da fuoco. Il progetto si chiama “Safe Neighborhoods”, Vicinato Sicuro, e si fonda su questo slogan coniato dallo stesso Presidente Bush: “Se usi un’arma illegalmente, per te saranno guai”. Illegalmente? Forse sono un illuso, un ignavo pacifista ma non riesco a immaginare l’uso legale di una pistola nei rapporti di vicinato.


Tutto questo per dire che l’America è un grande paese, che le dobbiamo molto, che abbiamo ragioni ideali e materiali per restare suoi alleati
Ma anche che è lecito continuare a coltivare qualche differenza culturale, operare qualche distinguo, esercitare un pensiero critico, senza sentirci dei traditori, dei disfattisti, dei reprobi della Santa Alleanza per la civiltà e la libertà (anche se in tal modo dovessimo incontrare il biasimo di Francesco Merlo). Non fosse altro che per queste due ragioni : John Ashcroft e le banche che regalano un fucile a chi apre un conto da loro.

Inviato da Guido Fossati , Venerdì 7 Febbraio 2003 | Commenti (149)
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