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L'inevitabilità della guerra ![]() di Stefano Porro Mi spiace dirlo, ma sono convinto che i movimenti pacifisti serviranno a ben poco. La politica neo-imperialista degli Stati Uniti si è spinta troppo oltre, sia in termini politici che diplomatici. Il mancato attacco all'Irak significherebbe il tracollo dell'America intesa come potenza ordinatrice del mondo e provocherebbe degli evidenti squilibri dell'area medio-orientale, soprattutto nei confronti di quei paesi a maggioranza islamica che da sempre appoggiano la politica occidentale (ad esempio Egitto e Turchia). Lo stesso Saddam Hussein a questo punto verrebbe a trovarsi in una posizione di assoluto predominio. Un dittatorucolo al gas nervino, che controlla una fetta importante del mercato petrolifero, e che per ben due volte ha saputo resistere agli attacchi anglo-statunitensi. Ecco cosa diventerebbe il raìs di Bagdad: un invincibile catalizzatore di odio anti-occidentale. Per tutti questi motivi la junta Bush-Cheney non può tirarsi indietro, e tirerà avanti spedita fino all'inizio della belligeranza. Molti saranno gli strumenti utilizzati per giungere a questo obbiettivo: esibizione di nuove prove contro l'Iraq (la maggior parte delle quali si presume costruite a tavolino), pressioni internazionali, ricatti, promesse di favori e aiuto economico. La guerra ci sarà e si rivelerà molto probabilmente un successo militare e un tracollo strategico e politico. Sullo scenario fin qui dipinto pesa infatti in modo incontrovertibile l'asse Francia-Germania-Belgio che, opponendosi ufficialmente alle mire espansionistiche di Bush, ha aperto la crisi più grave della Nato dal dopoguerra a questa parte. Una nuova modalità di guerra fredda si staglia dunque alle porte, una sorta di confronto muscolare tra Stati Uniti ed Europa unita. Da un lato, la potenza ordinatrice del mondo sperava di riuscire a convogliare sul carro marziale tutte quante le potenze occidentali. Dall'altro, le nazioni costituenti del nuovo ordine europeo, che hanno deciso di far risuonare alto il loro status politico sullo scacchiere internazionale. In mezzo a questi momenti tellurici, ci sono le semplici persone. In altre parole, ci siamo noi. Dalla sensibilità comune appare sempre più che non ci sia alcuna intenzione di andare in guerra, e che il sentimento pacifista stia realmente dilagando. Se la coscienza pubblica occidentale ha piena sentore che Saddam Hussein costituisce un pericolo, si rende anche perfettamente conto che la crociata americana bandita contro di lui nasce soprattutto da macro-interessi economici. E quindi sceglie di non tifare per una guerra di interessi di parte. Ma, come accade di solito, la scelta del popolo in queste dinamiche conta sempre meno. Noi faremo le manifestazioni, e loro andranno in guerra. E' inevitabile che sia così. A noi la rabbia per un conflitto non voluto. A loro il disonore e l'onta. Inviato da Stefano Porro , Martedì 11 Febbraio 2003
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