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Senza rabbia né orgoglio Nell’orchestra dei giornalisti e direttori di governo, per non dire di regime, Giuliano Ferrara si è sempre distinto come un solista brillante e originale. Dagli editoriali di Belpietro, Rossella, Feltri, Guzzanti senior o Galli della Loggia sai esattamente cosa aspettarti: la rifrittura più o meno riuscita dei luoghi comuni della propaganda berlusconiana e ultimamente filo-americana. Ferrara è più duro, provocatorio ma certamente libero di molti nani dell’informazione, che popolano i giardini della destra ma anche della sinistra.L’Elefantino può non stare simpatico ma si eleva sui paggi e i cantori della corte di re Silvio per indipendenza di giudizio , qualità della scrittura e degli argomenti, grinta e intelligenza. Completato l’elogio, dobbiamo però confessare che questa volta Giuliano ci ha deluso. La delusione deriva dalla lettura del suo intervento sul Corriere della Sera di martedì 11 febbraio in risposta all’editoriale del direttore De Bortoli che domenica schierava il primo quotidiano italiano su posizioni contrarie alla guerra con l’Iraq. A Ferrara era offerta un’occasione importante: rilanciare le ragioni dell’alleanza militare contro Saddam, indicare quali interessi e motivi ideali leghino la nostra nazione agli Usa in questa guerra preventiva, galvanizzare insomma il partito americano tra i lettori del Corriere e quindi nell’opinione pubblica moderata. Ma di fronte a questo compito è come se gli si fosse seccata la lingua.L’intenzione annunciata “di introdurre un altro argomento in favore dei preparativi di guerra nel Golfo […] un argomento brusco e semplificatore” faceva immaginare fuochi di artificio polemici, dosi massicce (da elefante appunto) di cinismo e realismo, dolorose nerbate per i pacifisti ignavi o ipocriti. Comprenderete la nostra delusione nel leggere i paragrafi successivi dell’articolo dove Giuliano spiegava che “i civili morti ammazzati dal terrorismo islamista sono americani ed ebrei”, che “le armi chimiche, batteriologiche e radiologiche non sono politicamente e militarmente puntate sulle nostre città, ma su Gerusalemme e New York”. Occorre quindi interpretare e giustificare questa guerra, secondo il direttore del Foglio, come “il diritto di legittima difesa alle vittime dell’11 settembre e della campagna di terrorismo che ha devastato Israele”. L’argomento è tanto inefficace quanto mal scelto: la via della ritorsione, della pura risposta militare contro il terrorismo è proprio quella che ha trascinato Israele nelle condizioni attuali di endemica insicurezza con attentati e vittime quasi quotidiani. Ferrara poi commette una secondo errore, che definirei di marketing, nel cercare di vendere la merce dell’attacco all’Iraq. Agli occhi dei governi e dell’opinione pubblica europea lo stato di Israele non è affatto esente da responsabilità e colpe nella risposta data al terrorismo, si è macchiato di crimini e violenze inammissibili. E ora noi dovremmo seguire l’America su questa stessa strada, fatta di un uso soverchiante della forza militare, fuori da ogni controllo e legittimazione internazionale. Senza nessuna ragione morale, ideale, strategica o politica che non quella della rappresaglia e della (più o meno) legittima difesa di chi è o si sente minacciato. Anche ammesso che valga questa legge di azione e reazione, gli Usa l’hanno già applicata e quindi esaurita quanto a legittimità contro l’Afghanistan. Ferrara invoca una solidarietà che gli europei dovrebbero offrire a “ebrei ed americani”, come se gli Usa fossero una piccola nazione aggredita e non la superpotenza che è in grado di spazzare via ogni nemico o avversario scomodo. E poi, caro Giuliano, c’è un’altra cosa che non riusciamo a capire. Se si tratta di rendere inoffensivo il terrorismo islamico perché il primo della lista è “il dittatore di Baghdad”, i cui legami con la rete di Al-Queda sono tutti da dimostrare. Se l’obbiettivo da colpire sono gli stati-canaglia allora si potrebbe cominciare dall’Arabia Saudita sponsor storico di Osama Bin Laden. Perché non la Somalia, la Siria, la Corea del Nord o il Pakistan? Anche lì ci sono dittature poco simpatiche, alcuni di questi stati possiedono sicuramente armi di distruzione di massa. Ci dispiace che il petrolio come spiegazione per tanto fervore interventista suoni agli apostoli della guerra come “un’offesa sanguinosa a governi e popoli decisi a costruire un ordine in cui non ci sia posto per l’aggressione terrorista”. Possiamo almeno nutrire, senza che Ferrara si scandalizzi, qualche legittimo sospetto, visto che l’Iraq è il secondo produttore mondiale di greggio e non ha mai offerto alcuna possibilità di penetrazione alle compagnie statunitensi? Alla fine della lettura non abbiamo provato alcuna sana incazzatura, nessuna fiero antagonismo, nemmeno ammirato le arti retoriche e polemiche del campione del giornalismo a stelle e strisce. La sua ci è sembrata solo una debole difesa, quasi d’ufficio delle ragioni della guerra, un invito a lasciar fare a loro, agli anglo-americani ed israeliani, che sono abituati a stare in prima linea. Consapevole di quanto questa guerra sia impopolare dalle nostre parti, Ferrara adotta un basso profilo, sceglie la linea dell’astensione, del lasser faire, di una sostanziale acquiescenza europea alle iniziative militari alleate. Ma se per una volta l’Europa decidesse che può avere un ruolo nelle crisi internazionali, senza delegare allo sceriffo d’oltreatlantico? Cosa direbbe Ferrara di un'Europa non sdraiata sulle posizioni statunitensi? Sarebbe disposto a riconoscere al Vecchio Continente interessi, obbiettivi e quindi strategie diversi da quelli perseguiti da Bush e Sharon? Ne dubitiamo: nel dramma che sta per andare in scena la parte che ci è stata assegnata è quella del convitato di pietra. Inviato da Guido Fossati , Mercoledì 12 Febbraio 2003
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