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Peace, music and money La causa della pace è bella e nobile, ma presenta un grosso inconveniente. La più o meno spontanea germinazione di movimenti e sigle tipo “Artists against war”, “No war in Iraq” “Not in our name” fino agli italiani de “Il cielo sopra Bagdad”. Sono musicisti, cantanti, gruppi pop e rock di varia fama impegnati a favore della pace, preoccupati della sorte del pianeta, scrupolosi nel recitare le belle frasi e le ovvietà della vulgata anti-militarista. Negli anni ’60 quando era più scomodo e rendeva meno a protestare contro la guerra (in Vietnam) erano Bob Dylan, Joan Baez e John Lennon. Adesso tocca a Claudio Baglioni (che negli anni ’70, durante i bombardamenti sul Vietnam, cantava “Piccolo grande amore”) e Jovanotti, l’italian-rapper più coerente nel fare dell’impegno (pacifista, ecologista, terzomondista) una fonte di ispirazione, nonché di guadagno. Non ci sono solo loro per fortuna. Ma per un Bruce Springsteeen, una Patty Smith, un Brian Eno, gente con una storia alle spalle, musicale e di vita, non sospettabile di opportunismo troviamo dozzine di mezze tacche, di seconde linee, di sgomitanti emergenti, di ex-rivelazioni smaniosi di firmare un appello, rilasciare una intervista televisiva, comporre un brano in cui esprimere tutta la propria avversione alla guerra. Nello star-system diventare testimonial di una buona causa conviene: basti pensare a quanto ha fruttato a Bob Geldof, solo in termini di immagine, una operazione come Band Aid.La formula è collaudata: cd, video in cui si canta tutti in coro, proventi della vendita offerti in beneficenza. In Inghilterra si sono mossi in anticipo: 31 musicisti hanno inciso altrettante canzoni per risvegliare le coscienze. Titolo originalissimo: Peace not war. C'è un sottointeso fastidioso in queste iniziative: essere a favore della pace privatamente, da cittadino come gli altri non basta. O meglio non serve. Bisogna che l’artista lo annunci urbi et orbi, davanti alle telecamere, sui giornali. Lo possiamo anche capire: questi sono gli usi e i costumi della società dello spettacolo, anche se dubitiamo che l’outing pacifista di Carmen Consoli, Piero Pelù o Max Casacci, celeberrimo leader dei Subsonica, possano recare grande giovamento alla causa. C’è però un limite al protagonismo, al surfing mediatico che certi personaggi praticano sull’onda emozionale del conflitto imminente. Come diceva una vecchia canzone di Eugenio Finardi “quello che non reggo sono solo le parole”, ovvero le banalità, le autentiche idiozie pronunciate con fare ispirato dai menestrelli nostrani. Ve ne offriamo una piccola antologia tratta dall’inserto Musica di Repubblica. Leggete e poi vi sentirete di condannare ancora più decisamente la guerra, a cui dobbiamo imputare anche questi orripilanti effetti collaterali. Inviato da Guido Fossati , Venerdì 14 Febbraio 2003
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