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Dopo la piazza, la diplomazia Le manifestazioni globali pace di sabato, al di là del loro importante valore di testimonianza, hanno prodotto un primo risultato politico. Tutti i governi, quelli nazionali e sovranazionali come l’Onu e la Ue, hanno ritrovato energie e motivi per cercare una soluzione non immediatamente bellica alla crisi irachena. L’opzione militare non è stata bloccata, ma certamente frenata dai milioni di persone scese nelle piazze e nelle strade sotto il colori dell’arcobaleno. Gli Stati Uniti stessi hanno avvertito che una azione unilaterale in questa fase allargherebbe la frattura con gli alleati renitenti e rafforzerebbe il sentimento antiamericano che serpeggia moltissimi paesi anche occidentali. Per questo anche un falco come Condoleeza Rice si dichiara disposta a riesumare il tanto disprezzato ombrello dell’Onu, aprendo alla possibilità di una seconda risoluzione. Il documento a cui sta lavorando Colin Powell avrebbe toni ultimativi e punterebbe comunque a ottenere l’esplicita autorizzazione all’uso della forza contro il regime di Bagdad. La sostanza della posizione americana dunque non cambia, ma il rispetto per certe forme, per il ruolo delle Nazioni Unite è un dato nuovo e comunque significativo. L’impressione è che nella diplomazia internazionale si stia muovendo qualcosa Le divisioni, le resistenze emerse anche nel "fronte occidentale" alla guerra preventiva devono in qualche misura essere riassorbite, prima che venga sganciata la prima bomba. Non è detto che questo lavoro diplomatico serve a scongiurare la guerra, ma trattare è meglio che sparare. Su questa linea possibilista si è schierato anche Xavier Solana, il rappresentanteeuropeo per la politica estera e di sicurezza, ex Segretario Generale della NATO, quando ha parlato oggi di “guerra che potrà divenire necessaria, ma non a questo punto. Oggi è ancora possibile evitarla”. La parte politicamente più densa di implicazioni in quanto detto da Solana è quella in cui il diplomatico auspica che l’Unione Europea parli con una sola voce: “ciò rappresenterebbe il miglior servizio per la pace e per la soluzione pacifica della crisi. Questo insomma non è il momento di accusarsi l'un l'altro ma di evitare un conflitto che può essere evitato". Parole e buone intenzioni certamente, rese però un po’ più concrete dal fatto che anche il governo inglese, di fronte alla massiccia adesione alle manifestazioni per la pace, si mostri pensoso e preoccupato. Il ministro degli esteri Jack Straw ha riconosciuto che “sarebbe molto difficile muovere guerra all’Iraq senza il sostegno dell’opinione pubblica”, sottolineando che una maggioranza favorevole all'intervento armato si creerebbe spontaneamente nel paese se la decisone fosse presa con l’avvallo dell’Onu. E l’Italia che gioco sta giocando in questa partita? Difficile dirlo, visto che il nostro premier cambia faccia e posizione a seconda dell’interlocutore che ha di fronte. La diplomazia berlusconiana della pacca sulla spalla, del rapporto informale con l’amico Bush e l’amico Putin, della doppie o triple fedeltà (agli Usa, alle Ue, alla NATO) assegna al nostro paese un’immagine ambigua, lo imprigiona nel cliché dell'alleato inaffidabile che ci ha negativamente contraddistinto in tante occasione passate. Il governo Berlusconi la sua scelta in realtà l’ha già fatta. Sta con Bush e l’America, ma spera di non doverne pagare il prezzo. In termini di impegno miliare, di rischi per la sicurezza e di impopolarità. Un sondaggio commissionato dal Corriere della Sera ha evidenziato che il 70% degli italiani è contrario alla guerra. In caso di conflitto, tutte le arti e i mezzi di persuasione di massa del Presidente del Consiglio saranno impiegati allo scopo di convincere cittadini ed elettori di questo paese che non si poteva fare altrimenti. In questo ottica vanno lette le iniziative conciliatrici in sede Ue, i tentativi di mediazione con Francia e Germania: manovre tattiche, defilé diplomatici fatti per esibire un desiderio di unità e pace solo di facciata. Berlusconi ha piuttosto una grossa preoccupazione: come far digerire la "guerra americana" alla maggioranza di suoi concittadini che oggi vi si oppone. La prima mossa, grezza e illiberale, di questa strategia, è stata quella cancellare dal video la manifestazione per la pace di sabato scorso. Inviato da Guido Fossati , Lunedì 17 Febbraio 2003
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