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Sofrismi giudiziari

Adriano Sofri
di Stefano Porro

A Strasburgo non potrà andarci, nemmeno in manette. Il Tribunale di sorveglianza di Firenze ha respinto il ricorso presentato da Adriano Sofri contro il magistrato di Pisa che dieci giorni aveva rifiutato la sua richiesta di un permesso per recarsi a deporre di fronte alla Corte Europea per i diritti dell'uomo a Strasburgo. L'ex leader di Lotta Continua non potrà recarsi all'estero in quanto sarebbe sarebbe eccessivamente pericoloso, secondo la zelante legge italiana, lasciargli oltrepassare i patrii confini, anche se solo per poche ore. La decisione è scandalosa: sia perché il nostro Ministero di Grazia e Giustizia avrebbe benissimo potuto scegliere di tradurlo scortato, sia perché la convenzione sulla Corte Europea prevede che gli Stati non possano impedire alle parti di essere presenti alle udienze.
Come recita l'articolo 4, al par. 1b, cui gli Stati contraenti "si impegnano a non impedire alle persone... di circolare e di viaggiare liberamente per assistere alla procedura davanti alla Corte e fare rientro", a meno di occasioni particolarissime quali la possibilità di turbare l'ordine pubblico.
Sofri quindi non potrà assistere all'udienza, anche se il suo sarà il primo caso di un detenuto italiano portato di fronte a un'udienza della Corte Europea, alla quale il nostro si è rivolto perché ritiene che siano state commesse diverse ingiustizie e violazioni durante gli interminabili nove processi che l'hanno giudicato colpevole, innocente e di nuovo colpevole quale mandante dell'omicidio del commissario Calabresi. Davanti ai dodici giudici della quarta sezione della Corte europea, sotto la presidenza del britannico sir Nicolas Bratza, i suoi avvocati avranno a disposizione una manciata di minuti per dimostrare la loro tesi, e cioè che per ben tre volte durante le udienze sia venuto meno il diritto di difesa dell'imputato. I giudici dovranno poi decidere se dichiarare ''ricevibile'' o meno il ricorso. La decisione dovrebbe essere resa pubblica entro 15-20 giorni.

Sulla vicenda di Adriano Sofri troppe parole sono state spese, come sempre accade quando la cronaca giudiziaria si mischia in modo tale con la dimensione politica fino a confondersi con essa. A noi non resta che rilevare l'estrema coerenza di un uomo che da 11 anni combatte la sua personale battaglia per ottenere la libertà, senza mai aver considerato l'ipotesi di chiedere la grazia per interrompere il suo periodo di detenzione.
Da sei anni Adriano Sofri non esce dalla sua cella di due metri per tre del carcere di Pisa, e l'udienza a Strasburgo davanti alla Corte Europea sarebbe stata anche un'occasione per mettere un piede fuori di galera. Peccato che la giustizia italiana (mai come in questo caso da scrivere con la g minuscola) abbia voluto negare un permesso di libertà a un uomo che della coerenza e del rispetto della legge sta facendo le sue bandiere di lotta personale.
Che cosa accadrà se il tribunale europeo riconoscerà le ragioni di Sofri? E' meglio non chiederselo, perché i contraccolpi politici interni sarebbero devastanti, com'è uso della nostra italietta, che strumentalizza qualsiasi cosa ai propri bassi fini. Staremo a vedere. Chi vorrà fare polemica potrà dire ciò che vuole. L'importante è che quella cella di sei metri quadri sia al più presto, definitivamente, vuota.

Inviato da Stefano Porro , Venerdì 28 Febbraio 2003 | Commenti (80)
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