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La dottrina Bush di DAVID E. SANGER (New York Times) Annunciando di aver scelto la guerra il presidente Bush ha troncato ogni discussione su chi avesse il diritto di far applicare le risoluzioni delle Nazioni Unite e rovesciare regimi brutali. La sua decisone si fonda su un un singolo assunto: in una epoca di nemici invisibili da cui è vano attendersi formali dichiarazioni di guerra, aspettare prima di agire che siano i nemici a “sferrare il primo colpo, non è una forma di autodifesa, ma di suicidio”. Il presidente Bush ha convertito la prima nuova strategia per la sicurezza nazionale formulata negli ultimi 50 anni – la dottrina dell’azione militare preventiva contro eventuali nemici – nella ragione essenziale per muovere guerra. È una visione del ruolo dell’America che Bush non discusse mai durante la campagna per la presidenza, quando parlò della necessità di un approccio pacato alle questioni di politica estera. Il cambiamento è intervenuto duranti i primi mesi di riunioni nello Studio Ovale ed è diventata una passione violenta dopo l’11 settembre. Parlando ieri sera dalla Casa Bianca, Bush è parso aver completato la sua evoluzione assegnando all’America il compito di mantenere l’ordine nel mondo, se le nazioni Unite non sono in grado di farlo, e dando a Saddam Hussein 48 ore di tempo per lasciare l’Iraq. Il discorso ha segnato il culmine della rottura con le Nazioni Unite e con due degli alleati più stretti dai tempi della Seconda Guerra Mondiale – Francia e Germania -, una strategia che è stata portata avanti per mesi. Le parole di Bush hanno confermato i peggiori timori che il mondo nutriva su di lui: quelli cioè che prefiguravano un' America che agisce da sola e mette mano alla pistola quando le Nazioni Unite non sottostanno ai suoi voleri e perfino gli alleati non la seguono. Stanley Hoffmann, professore ad Harvard ed esperto di questioni militari ed alleanze, lo dice chiaramente: “Bush ha inteso comunicare che tutte le soluzioni cercate all’interno delle Nazioni Unite sono state un vano esercizio”; “D’altro canto nello statuto dell’ONU non c’è modo di far rientrare la dottrina della guerra preventiva, di una autodifesa anticipata”. In realtà Bush stanotte non si rivolgeva all’Europa. Si rivolgeva al popolo americano per spiegare la guerra imminente presentandola come una questione di salvezza nazionale. Stava anche parlando agli iracheni – raggiunti da emittenti clandestine - per promettere cibo è libertà. “In un Iraq libero”, ha detto Bush, “ non ci saranno più guerre di aggressione contro i paesi vicini, nessuna fabbrica di veleni, nessuna esecuzione di dissidenti, camere di tortura e stupri. Fra poco il tiranno non ci sarà più. Il giorno della vostra liberazione è vicino”. Le parole di Bush sotto molti aspetti sono state le stesse usate ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, un epoca di sfide più chiare e minacce più evidenti di quelle attuali. Il presidente ha dipinto la minaccia dell’Iraq come tanto ampia e imminente da mettere a repentaglio la stessa sopravvivenza degli Stati Uniti, ingigantendo un argomento già criticato da varie parti, per giustificare una guerra preventiva Bush ha descritto Saddam Hussein come un Hitler contemporaneo, con cui l’America e i suoi alleati devono fare i conti. Ha apertamente paragonato le Nazioni Unite e gli stati che hanno rifiutato di scendere in campo contro Saddam Hussein (Germania, Francia e Russia) a quelli che volgevano altrove lo sguardo di fronte al riarmo della Germania nazista. “Nel 20° secolo alcuni scelsero di non opporsi a dittatori sanguinari, le cui minacce si sarebbero trasformate nel genocidio e nella guerra generalizzata”, ha detto Bush con tono fermo e rabbia più controllata di quanto non gli fosse accaduto domenica pomeriggio dopo il meeting con Blair e Aznar.“In questo secolo, quando uomini malvagi organizzano il terrore chimico, biologico e nucleare, una scelta appeasement può portare a distruzioni mai viste prima sulla Terra” Ma il resto del mondo non percepisce la sfida in questo modo e paventa che sia solo la prima di tante altre a cui la dottrina Bush della guerra preventiva condurrà inevitabilmente. In Europa il suo messaggio risuonerà come conferma deall’immagine che vuole Bush come un cowboy amante delle armi. La Casa Bianca aveva sempre respinto questa rappresentazione come una caricacatura grossolana, concepita per screditare la politica del Presidente. Ora i suoi collaboratori e consulenti politici hanno scoperto che questa immagine offre dei vantaggi. “Come Occidentale, non penso che sia necessariamente una cattiva idea” ha dichiarato il vice-presidente Dick Cheney. "È esattamente quello che le circostanze richiedono" Quello che ha sorpreso il mondo è la temerarietà con cui Bush ha perseguito la sua visione, fino al punto attuale in cui traccia piani dettagliati per fare dell’Iraq un protettorato americano per tutto il tempo necessario a trasformarlo in una nazione pacifica. Molti, tra cui anche alcuni leader Repubblicani al Campidoglio e perfino personalità interne all’amministrazione, temono che questo balzo in avanti possa riverlarsi una trappola per la nuova dottrina Bush. Nella visione ottimistica dell’entourage presidenziale la guerra sarà veloce tanto e anche più del primo conflitto nel Golfo. Gli strateghi della Casa Bianca prevedono che Saddam Hussein sarà sconfitto in pochi giorni, e che le forze armate irachene si arrenderanno rapidamente anche per effetto dell’invito fattogli recapitare dallo stesso Bush a “non combattere per un regime morente”. Gli iracheni a quel punto accoglieranno con gioia i liberatori e una nuova amministrazione americana. Ma Richard Lugar, presidente del comitato senatoriale sulla politica estera, non è troppo convinto che le cose andaranno così: “Non detto che sia come tirare un calcio di rigore a porta vuota”. In alcuni momenti di sincerità gli stessi consiglieri presidenziali più navigati ammettono di non avere alcuna idea di quello potrà succedere dopo aver tolto il coperchio della dittatura sul paese. “Se non sarà come il dopoguerra in Giappone, se sarà più simile al dopoguerra in Yugoslavia, ci troveremo per le mani un problema grosso e costoso”, ha dichiarato recentemente uno di questi analisti; “E non posso onestamente dire se siamo preparati a questo, perché non c’è modo di arrivarci già preparati” Lo stesso Bush ha riconosciuto che per ricostruire l’Iraq servono alleati. Ma saranno disponibili a collaborare dopo una rottura così profonda con Washington? Joseph Nye, il Rettore della Harvard's Kennedy School of Government, ha un’opinione precisa a riguardo: “Vorremo necessariamente che qualcuno paghi per tutto questo. E allora scopriremo il costo di aver puntato più sulla efficacia che sulla legittimità dell’intervento militare". L’altra questione è se Bush spingerà la sua dottrina a quello che è logicamente il passo successivo: fermare gli altri paesi che rappresentano un pericolo anche maggiore per la proliferazione di armi di distruzione di massa. La Corea del Nord sembra una obbiettivo ovvio, ma può reagire in un modo che Saddam Hussein neppure si sogna. Oppure l’Iran, che però è attraversato da un movimento di democratizzazione destinato a sopportare danni enormi da una ingerenza americana. Entrambi i paesi costituiscono una potenziale minaccia altrettanto imminente quanto quella dell’Iraq. Non sono solo esponenti di quell’”Asse del male” indicato da Bush, ma bersagli già selezionati per i falchi dell’amministrazione che hanno imposto la loro linea nella questione irachena Inviato da Guido Fossati , Martedì 18 Marzo 2003
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