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Iraq: il j'accuse di Amnesty di Maurizio PludaMentre le giubbe blu americane portavano a casa i primi due scalpi veramente importanti della loro guerra in Iraq (Uday e Qusay, i figli di Saddam), a Bagdad arrivava una missione di Amnesty international. Scopo della missione, che durerà fino a venerdì 25 luglio, è quello di verificare di persona il rispetto dei diritti umani da parte delle forze occupanti e ribadire l'impegno dell'associazione per assicurare la giustizia nel paese. Una giustizia giusta, usando una formula assai di moda in Italia, e non una giustizia faidate, da crociati dell'impero occidentale. Che è, purtroppo, quello che sta invece accadendo, come dimostra il primo comunicato diffuso oggi dalla delegazione di Amnesty: ci sono infatti poche luci e moltissime ombre sull'operato dei "liberatori" dopo la caduta del regime di Saddam. Ma ecco la versione integrale del j'accuse, inviataci via mail dalla sezione italiana dell'organizzazione. DIRITTI UMANI, UN FALLIMENTO CONTINUO Dopo oltre cento giorni di occupazione la promessa di portare i diritti umani a tutti gli iracheni deve essere ancora rispettata, ha dichiarato oggi Mahmoud Ben Romdhane, a capo della delegazione di Amnesty international attualmente in missione in Iraq. Descrivendo i contenuti di un memorandum sulle preoccupazioni riguardanti il rispetto della legge e dell'ordine, Ben Romdhane ha affermato: "Il popolo iracheno ha sofferto troppo a lungo: è una vergogna dover sentire ancora di persone detenute in condizioni inumane, senza che le loro famiglie sappiano dove sono finite e senza poter avere accesso a un giudice o a un avvocato, spesso per settimane". Secondo le testimonianze di ex detenuti raccolte da Amnesty, i prigionieri della Coalizione (così vengono definite le forze angloamericane protagoniste della guerra in Iraq, ndr.) venivano tenuti in tende in condizioni climatiche estreme e non avevano sufficiente acqua da bere o per lavarsi. Erano costretti a usare trincee all'aperto come servizi igienici e non veniva loro fornito ricambio, anche a due mesi di distanza dall'arresto. Amnesty ha indagato su una serie di casi di detenzione illegale, in cui le forze della Coalizione hanno subordinato all'autorizzazione di un proprio alto ufficiale l'esecuzione degli ordini di scarcerazione emessi dai giudici inquirenti iracheni. "Si tratta di una flagrante violazione della legge", ha accusato il delegato dell'associazione Curt Goering. L'organizzazione per i diritti umani ha ricevuto denunce di torture e maltrattamenti da parte delle forze della Coalizione. I metodi comprendono la privazione del sonno, l'obbligo di rimanere a lungo in posizioni dolorose, spesso combinato alla diffusione di musica ad alto volume, l'incappucciamento e l'esposizione a luce intensa. "Molti dei soldati della Coalizione e dei membri della polizia militare incaricati di far rispettare la legge non hanno le conoscenze e gli strumenti di base per essere impegnati in attività di polizia civile o per sapere qual è la legge che si suppone debbano far applicare", ha aggiunto Goering. Le persone intervistate da Amnesty hanno denunciato che i soldati hanno devastato proprietà private come automobili e arredamenti anche quando i proprietari avevano loro fornito le chiavi. In numerosi casi è stata segnalata anche la confisca di beni e danaro a seguito di arresti, così come la loro mancata restituzione al momento della scarcerazione. In un caso, le autorità statunitensi hanno ammesso che alcuni militari avevano commesso un reato, prelevando tre milioni di dinari (circa 2000 dollari) da un'abitazione. Il risarcimento, a loro dire, sarebbe stato lungo e difficile perché non vi era modo di capire dove fosse stazionata la divisione accusata di quel reato. Amnesty international ha documentato diversi casi di uccisioni di manifestanti iracheni da parte di soldati americani in circostanze controverse. Se è vero che le forze della Coalizione sono impegnate in situazioni complesse (tra cui operazioni di combattimento e casi in cui la forza può essere necessaria, ad esempio per disperdere dimostrazioni violente), esse devono comunque rispettare gli standard internazionali. Il 26 giugno il dodicenne Mohammad al-Kubaisi è stato colpito dalle forze americane mentre queste stavano perlustrando la zona intorno alla sua abitazione. Quella sera, come al solito, il ragazzo stava portando in terrazza la biancheria da letto quando un soldato ha aperto il fuoco dalla casa di fronte. I vicini hanno tentato di caricarlo su un'auto per trasportarlo al vicino ospedale, ma sono stati bloccati da un mezzo militare americano. I soldati li hanno costretti a sdraiarsi a terra e dopo quindici minuti li hanno obbligati a tornare a casa perché era scattato il coprifuoco. A quel punto Mohammad era già morto. A seguito delle riforme introdotte dalle Potenze Occupanti, i tribunali iracheni non hanno più giurisdizione sul personale della Coalizione in relazione a questioni di natura civile e penale. "Data la natura delle accuse che stanno emergendo, le autorità provvisorie della Coalizione devono chiarire urgentemente quali sono i meccanismi disciplinari e penali adottati per chiamare le forze della Coalizione, e le stesse autorità provvisorie, a rispondere del proprio operato", ha aggiunto Mahmoud Ben Romdhane. Nel suo memorandum, Amnesty international manifesta apprezzamento per alcune delle misure assunte dai governi di Stati uniti e Regno Unito nell'ambito dell'amministrazione dei poteri provvisori, come la sospensione della pena di morte e l'abolizione dei tribunali speciali rivoluzionari e di quelli per la sicurezza nazionale, noti per la clamorosa irregolarità dei loro processi. Per saperne di più: La sezione del sito di Amnesty Italia dedicata all'Iraq Inviato da Maurizio Pluda , Mercoledì 23 Luglio 2003
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