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La vittoria inutile

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di Guido Fossati
George Bush ha parlato oggi alla nazione nell’ora di massimo ascolto televisivo. A quattro mesi dalla fine delle operazioni militari in Iraq e a due anni dall’attacco alle Torri, il Presidente non ha potuto presentare alcun trofeo di guerra (la cattura di Saddam Hussein o di Osama Bin Laden), annunciare il ritiro dei soldati o celebrare i successi nella esportazione di libertà e democrazia dove prima regnava il terrore e l’intolleranza. L’unica cosa che Bush ha potuto promettere ai sui concittadadini è che la guerra al terrorismo continuerà senza quartiere, senza tregua, senza limiti di tempo: “Faremo quello che è necessario, spenderemo quello che è necessario”. Il che significa solo per il prossimo anno 87 miliardi di dollari.
bushtele2.jpgUn impegno enorme che Bush ha dovuto giustificare con l’argomento più forte e sfruttato da questa amministrazione e da molte altre che l’hanno preceduta: “Stiamo combattendo quel nemico in Iraq e Afghanistan per non doverlo incontrare poi nelle nostre strade, nelle nostre città”. Il nemico di oggi è il terrorismo, negli anni ’60 era il comunismo. I commentatori americani hanno notato una singolare somiglianza di toni e ispirazione tra le parole usate da Bush e il famoso discorso inaugurale della presidenza di John Kennedy nel 1961. Allora il neo-inquilino della casa Bianca garantì che gli Stati Uniti avrebbero “pagato qualsiasi prezzo, sopportato qualunque sacrificio” per la causa della libertà.
Quel mix di paura, consapevolezza della propria forza e idealismo portò all’intervento in Vietnam. Per certi versi l’America non è cambiata e Bush tenta di indicarle una missione analoga. Si tratta ovviamente di una semplificazione retorica e di un richiamo strumentale a valori radicati e fondanti del sentimento nazionale, tanto più necessario in un frangente che lascia poco spazio all’ottimismo. Le vittime del dopo-guerra in Iraq hanno ormai abbondantemente superato quelle delle operazioni militari vere e proprie, non si vede nemmeno in embrione la possibilità di restituire agli iracheni un Iraq libero e sovrano, la road map non avanza. Il disegno, coltivato o semplicemente pubblicizzato, di partire dall’Iraq per stabilizzare e pacificare il Medio Oriente segna il passo, mentre i costi umani, materiali e di immagine dell’occupazione lievitano sempre più.
Dopo gli entusiami della vittoria lampo, Bush in pochi mesi ha visto assottigliarsi il capitale di consenso e fiducia che il popolo americano gli aveva attribuito. La contromossa del Presidente è stata quella di tornare evocare i sacrifici, i tempi lunghi, le difficoltà della lotta al terrorismo, la sua minaccia sempre incombente, così da rilanciare l’onda della mobilitazione patriottica e allontanare lo spettro del fallimento, non militare, ma politico-diplomatico.
La Casa Bianca ha bisogno che l’opinione pubblica si senta ancora in guerra per far passare l’aumento delle spese militari e nascondere certi esiti non proprio brillanti delle operazioni. Qualcuno ha per esempio fatto notare che sotto il regime di Saddam, la presenza di Al Qaeda in Iraq non era affatto documentata. Ora sono le stesse autorità militari americane a denunciarne la diffusione e l’aumentata pericolosità.
In un orizzonte temporale e strategico molto lungo, in un clima di scontro tra civiltà, tra bene e male questa contabilità di costi e benefici, la verifica della razionalità di certe scelte è rinviata, sospesa. Bush è questo tipo di mandato che vuole veder confermato, quelle che si concede tradizionalmente al Presidente durante le grandi emergenze nazionali. Attraverso la televisione ha chiesto agli americani di sostenerlo in questa infinita, onerosa e provvidenziale guerra al terrorismo, costi quel che costi. Ma al di là dell’artificio retorico ci sono costi insopportabili anche per gli Stati Uniti, che infatti stanno spingendo per una condivisione di responsabilità e di oneri nella gestione dell’Iraq post Saddam. Anche a costo di riesumare l’Onu.

Inviato da Guido Fossati , Lunedì 8 Settembre 2003 | Commenti (84)
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