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Un colpo d'Ala

Yasser Arafatdi Maurizio Pluda
Il vecchio comandante con la kefiah ce l'ha fatta. Sbertucciato, spelacchiato e isolato tra le rovine del suo quartier generale di Ramallah ha tenuto duro. Facendo il miracolo dell'ennesima resurrezione. Yasser Arafat torna infatti da protagonista sulla scena politica con il siluramento del premier Abu Mazen (gradito a Usa e israeliani) e la nomina di Abu Ala come suo sostituto. Il problema ora è però capire se questo colpo d'ala dell'araba fenice Arafat servirà anche alla causa del popolo palestinese...
I dubbi sono tanti. Perché "quell'essere con la barba" (come Golda Meir definiva il leader palestinese) ha bruciato in questi ultimi anni il capitale di fiducia che si era costruito nei decenni precedenti. La sua presidenza della vaghissima Autorità nazionale ha dato pessime prove di sé: corruzione diffusa, incapacità strategiche, feroci lotte di potere, inesistente democrazia interna. E' anche vero che il vecchio Arafat s'è trovato davanti il peggior interlocutore possibile: il governo di Ariel Sharon, che ha contribuito in maniera determinante ad affossare il percorso di pace delineato con gli accordi di Oslo del 1993. Un combinato di forze negative che ha travolto Arafat. E che l'ha portato a fare mosse utili magari per salvare la sua sopravvivenza (fisica e politica), ma non a dare nuova linfa alle speranze di pace fra palestinesi e israeliani.
Abu AlaSarà forse per questo che il 66enne Ahmed Qorei, in arte Abu Ala, ha oggi scelto di non mostrare subito le sue carte? Probabilmente, per giocarsi meglio le chance di successo e non fare la stessa fine del suo predecessore, Abu Mazen: impallinato da Arafat. In un incontro con il console generale d'Italia a Gerusalemme, Ala ha infatti chiarito di non aver "ancora sciolto la riserva". Lo ha riferito all'Ansa lo stesso console Ghisi. Nel corso del colloquio, richiesto dal premier designato palestinese all'indomani della conversazione telefonica con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, Abu Ala ha inoltre puntualizzato che sono quattro le condizioni che pone per accettare l'incarico:
1) che gli israeliani trattino i palestinesi su un piano di parità;
2) che pongano fine alle loro operazioni militari nei Territori occupati;
3) che ci sia un impulso internazionale teso a ricreare la giusta atmosfera per rilanciare la Road map (l'itinerario di pace elaborato dal quartetto Usa-Unione europea-Onu-Russia e finito su un binario morto) e un diverso trattamento nei confronti di Yasser Arafat;
4) che lo stesso Arafat faccia un passo indietro e che si arrivi a una chiara definizione delle competenze e dei compiti del presidente e del premier palestinesi.
Quattro condizioni fondamentali, tanto che Abu Ala ha detto a chiare lettere al nostro console: "Non voglio fallire. Pertanto accetterò l'incarico soltanto se otterrò quanto richiedo". Il premier designato palestinese si attende inoltre che l'Unione europea si attivi affinché "gli israeliani rispettino i loro impegni" previsti nel quadro della Road map.
Ma le prime risposte arrivate da Tel Aviv non sono certo confortanti. Sia da un punto di vista militare (i soldati di Tsahal, l'esercito israeliano, hanno fatto l'ennesima vittima civile durante una loro incursione a Hebron), sia da quello politico-diplomatico: Israele non darà alcun sostegno ad Ala se questi non combatterà i gruppi integralisti di Hamas e della Jihad, ha detto una fonte del governo da New Delhi, dove Sharon è in visita ufficiale. "Chiunque sostenga la strategia del terrore all'interno dell'Autorità nazionale palestinese... riporta senza dubbio il popolo palestinese alla tragedia che ha conosciuto e non è un partner nel processo di pace", ha detto ai giornalisti la fonte, che ha accompagnato Ariel Sharon in India. ''La questione è sapere ciò che farà Ahmed Qorei (Abu Ala). Se accetta la sfida e combatte il terrore, ne smantella le infrastrutture, conduce indagini e opera degli arresti in seno a Hamas, allora sarà considerato come un partner".
Non sentite anche voi puzza di bruciato? E' quella dell'eterno gioco del cerino, che però più che i leader sembra bruciare le dita (e le vite) di due interi popoli: i palestinesi e gli israeliani...

Inviato da Maurizio Pluda , Martedì 9 Settembre 2003 | Commenti (59)
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