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Mondo:
L'ombelico del mondo

di Stefano Porro (inviato)

NEW YORK. La linea M1 corre veloce tra le strade esplose di New York. Dowtown. Midtwon. Uptown. Ogni giorno, più volte al giorno, lo stesso percorso. Fuori c'è il caos assoluto della città più tentacolare del mondo, lo smog, le persone, il baccano insopportabile. Dentro, la statua di sale dell'autista ormai nauseato dal luogo che tutti vorrebbero visitare. E una vecchina. Fastidiosa, petulante, parla in un portoghese trascicato provocando il fastidio degli altri viaggiatori stipati intorno alle sue parole. Giriamo per Wall Street. Siamo nel centro di New York, ma questa non è più New York. La vecchina improvvisamente tace, abbassa gli occhi e sibila: "Ground Zero".
Non me n'ero accorto, non pensavo, non sapevo che si passasse proprio di lì. Così scendo e guardo. Ma che ci fa un pezzo di Kabul dentro New York? Vedo le Torri Gemelle e le Torri Gemelle sono sotto i miei piedi. Prima di parlare, scrivere, pensare qualsiasi cosa sulle responsabilità della guerra e dell'attacco, bisognerebbe passare da qui. Dove non c'è la politica, ma ci sono i morti, ai quali non interessa di chi è la colpa.
Ruspe, operai, cavi di acciaio, detriti, cemento, e una bandiera americana. Ground Zero non è il nome più adatto per questo disastro. New York inizia a ricostruire da sotto terra per arrivare chissà dove. Quello che più colpisce è stare sotto il grattacielo, sventrato come un agnello, del Marriott Hotel. E' così alto da non vederne la cima. Era un terzo, o forse un po' meno, delle Torri Gemelle, che stavano a trenta metri di distanza. Non si può entrare a Ground Zero, ormai un'immensa bara convessa di cemento. Qualche turista scatta una foto, qualcun'altro cerca informazioni, tutti guardano per aria, e nei loro occhi si legge il riflesso di quelle Torri.

Della metropoli simbolo del disumano, ti colpisce il sentimento e la dignità dei new-yorkesi. Cittadini qualunque e persone semplici, che poco hanno a che fare con quello stolto del loro presidente e che da due anni si tengono fisso un groppo in gola. Mi ha confessato un amico residente qui che, l'11 settembre di due anni fa, non si poteva più respirare in tutta la città per l'orrenda puzza di cadavere. Ora l'odore non c'è più, ma chi abita qui continua a sentirlo lo stesso, ogni volta che passa in pellegrinaggio.
C'era una volta il sogno americano. Poi, è arrivato l'incubo. E le guerre inutili scatenate solo per trovare uno sfogo. Ma questo non è il posto della politica. E' quello della pietà e del ricordo. E' l'ombelico del mondo, mai così tanto caduto in basso.

Inviato da Stefano Porro , Giovedì 11 Settembre 2003 | Commenti (128)
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