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No global o old global? ![]() di Guido Fossati Il vertice della World Trade Organization che si sta svolgendo a Cancun chiarisce forse in modo definitivo che i probemi posti dalla cosiddetta globalizzazione sono sfaccettati e complessi e che l’apparato ideologico e retorico dei cosiddetti no global fatica a descriverne gli sviluppi e ad elaborare una risposta non semplicistica alle questioni sul tappeto. Una delle semplificazione della vulgata no-global è che i paesi ricchi puntino a liberalizzare gli scambi, abbattere barriere e dogane per favorire la propria penetrazione commerciale nei paesi in via di sviluppo, creare un unico grande mercato mondiale a proprio esclusivo vantaggio. Si può tanquillamente affermare che nel settore primario, ovvero nell’agricoltura, le cose funzionano esattamente al contrario. Sono i paesi del Terzo Mondo a invocare la liberalizzazione del commercio, mentre Stati Uniti, Giappone ed Europa pretendono di manterene dazi, tariffe e barriere protezionistiche a sostegno delle produzione nazionali, del proprio orticello di casa. La realtà attuale è dunque quella di paesi a capitalismo avanzato contrari a una crescita dell’economia di mercato. Le nazioni dell'Ocse nel 2002 hanno versato 311 miliardi di sussidi ai propri agricoltori, sei volte di più di quanto trasferiscono ai paesi poveri in termini di aiuti finanziari (52 miliardi di dollari sempre nel 2002). I 25 mila coltivatori Usa di cotone ricevono 4 miliardi di dollari annui di fondi governativi per produrre cotone per un valore di 3 miliardi di dollari. Grazie questi incentivi riescono a di vendere il prodotto sui mercati internazionali a prezzi inferiori ai costi. Uno degli effetti di questa politica commerciale assolutamente poco liberista è che 11 milioni di produttori dell'Africa occidentale sono precipitati sotto il livello di povertà perché non riescono a competere con i farmers americani. Secondo stime attendibili attraverso la liberalizzazione degli scambi entro il 2015 oltre 144 milioni di persone sul pianeta uscirebbero dall'area dell'indigenza, superando la soglia critica dei 2 dollari di reddito quotidiano. Di fronte a dati come questi le equivalenze dei no global (liberalizzazione = interesse dei paesi ricchi = sfruttamento) appaiono come esercizi da terza elementare. Ovviamente il Wto non è un convegno di cherubini e serafini. A Cancun si scontrano interessi nazionali, lobbies, gruppi di potere; i risultati potranno tradire le attese e le speranze di chi vorrebbe realizzato nel mondo un regime di scambi più equilibrato. Il rischio è che egoismi e veti incrociati impediscano di raggiungere accordi capaci di aprire i mercati dell'Occidente alle materie prime agricole del Sud del mondo. Le questioni da affrontare sono serie, più serie delle protesta organizzata dai no global sull spiaggia di Cancun: tutti nudi a comporre coi corpi la scritta “No Wto”. E volendo dar prova di serietà il movimento dovrebbe anche interrogarsi sulla presenza tra le sue fila di un personaggio come José Bové, leader dei sovvenzionatissimi agricoltori francesi (i più sovvenzionati d’Europa) e cantore del campanilismo agricolo. Provino a spiegare i no gobal al contadino africano che i suoi prodotti non devono finire sulle tavole francesi, dove c’è posto solo per patate e legumi coltivati da Bové e amici. Lo spieghino anche ai consumatori della Unione Europea che ogni anno versano 80 euro a famiglia sotto forma di sussidi all’agricoltura nazionale. Inviato da Guido Fossati , Giovedì 11 Settembre 2003
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