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Vidal: le menzogne dell'impero
vidalcover.jpgGore Vidal: "La junta Bush-Cheney conosceva in anticipo quello che sarebbe accaduto l'11 settembre". Benvenuti nell'american dream...
di Stefano Porro
Le bombe statunitensi sganciate su Bassora sono solo i prodromi della prossima guerra che gli Stati Uniti scateneranno contro l'Iraq. Un'affermazione forte? Non tanto, perlomeno leggendo Le menzogne dell'impero, recente raccolta di pamphlet di Gore Vidal, pubblicata in Italia da Fazi Editore. A un anno di distanza da La fine della libertà, il massimo saggista statunitense prosegue la sua analisi politico-economica sull'evoluzione del suo paese dopo gli stravolgimenti dell'11 settembre. E le conclusioni a cui giunge sono a dir poco sconcertanti. Secondo Vidal, la junta (alla sudamericana) Cheney-Bush avrebbe conosciuto in anticipo quello che stava per accadere l'11 settembre e avrebbe deciso unilateralmente di "chiudere gli occhi", per avere poi la scusante per scatenare una guerra globale al terrorismo.
Anche se in realtà, il terrorismo al presidente degli Stati Uniti interessa ben poco, in confronto alla possibilità di estendere il suo dominio politico a livello globale e la sua influenza economica in campo petrolifero. Non è un caso che le zone contro le quali gli Stati Uniti hanno fatto o stanno facendo convergere il loro arsenale bellico (Afhganistan, Iraq) siano siti ad alto interesse strategico per quanto riguarda la produzione e la distribuzione di oro nero. Solo una mancanza di soldi e investimenti in campo militare avrebbe impedito lo scatenarsi delle offensive, ma, sempre secondo Vidal, è probabile che intorno a dicembre-gennaio gli americani si decidano a entrare n azione. La guerra come strumento di imposizione di potere politico-economico, e la comunicazione come mezzo di controllo mentale. Un recente quanto lucido intervento di Noam Chomsky ha descritto alla perfezione le modalità attraverso cui il governo statunitense controllerebbe l'informazione del proprio paese, per instillare nei cittadini la nascita di sentimenti militanti, in modo da garantirsene l'appoggio politico in caso di azioni belliche. Lo scenario disegnato da Gore Vidal potrebbe sembrare il frutto improbabile di una mente apocalittica, se non fosse che lo scrivente è un gigante della coscienza politica del suo paese. Ed è impressionante seguire il suo discorso schietto e pungente, ma sempre profondamente argomentato. Non crediamo a Vidal (solo) perché è Vidal, gli crediamo perché la sua tesi è la manifestazione nero su bianco dell'evidenza dei fatti. Gli Stati Uniti attaccheranno l'Iraq perché glielo impone la congiuntura economica, e perché l'accoppiata Chene-Bush vuole saziare la sua sete di potere. E a poco serviranno le manifestazione pacifiste e i dissensi interni. Quando anche un raffinato economista come Tom J. Donohue, presidente della Camera di Commercio Americana, dichiara che "la guerra deve essere fatta perché attaccare per primi costa molto meno che riparare ai danni di un eventuale offensiva avversaria", l'odore dell'ineluttabilità dei poteri forti si fa sempre più intenso.

Inviato da giuseppe genna, 05:51 PM
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