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Il ruolo della Turchia nel dopoSaddam
Rifare l’asse Ankara-Baghdad Recep T. Erdogan Erdogan promette il via libera a Bush, ma vuole contare nell’Iraq liberato C’è il patto tra turchi, oppositori iracheni e comando Usa. Verso il sì al passaggio delle truppe. Mire da potenza regionale Roma. Il problema del permesso del Parlamento turco al transito delle divisioni americane verso il Nord dell’Iraq si risolverà giovedì? Il neopremier Recep Tayyip Erdogan, dopo aver riunito ieri il suo gruppo parlamentare, si è detto sicuro di avere in tasca quell’assenso che invece non vi fu il primo marzo, quando l’autorizzazione fu bocciata per tre voti. In apparenza la strana dinamica coinvolge solo un aspetto non marginale del dispositivo militare anglo-americano: un corpo di spedizione di ben 62 mila uomini e buona parte dei carri armati su cui conta il generale Franks sul fronte Nord dell’Iraq. Ma questo percorso contorto risponde a una precisa logica di trattativa con gli Stati Uniti: la Turchia intende ottenere da Washington ben più delle garanzie che non sia creato uno Stato curdo autonomo.
Ankara non si limita a una strategia difensivista nei confronti delle minacce dell’indipendentismo curdo, punta più in alto, ha ruolo e ambizioni di potenza regionale e intende, con buone possibilità di riuscita, condizionare al massimo il futuro governo di Baghdad liberata. I punti di forza della Turchia sono: la potenza militare, il primato politico di unica democrazia matura in un paese islamico, la sua economia, che nonostante i guai è l’unica moderna ed espansiva ai confini della Mesopotamia, e la strategia che l’Amministrazione Bush ha elaborato per il dopo Saddam e che il numero due alla Difesa, Paul Wolfowitz, ha spiegato a Londra il 2 dicembre 2002, quando ha dichiarato che “il modello democratico turco può essere un’ispirazione anche per l’Iraq”. Per tornare al quadro del 1958 Forte della convinzione americana che il contagio dell’Islam democratico turco incarnato dall’Akp di Erdogan possa rivelarsi l’asse portante del lungo cammino per la democratizzazione del Golfo, Ankara gioca le sue carte. Così, l’altalena diplomatica con Washington (prima la trattativa sui “risarcimenti” americani nell’ordine delle decine di miliardi di dollari, oggi il nulla osta al passaggio dei militari) è stata condizionata proprio dall’esito del negoziato più complesso che i turchi stanno conducendo, con gli americani e con le opposizioni irachene, per garantirsi gli spazi di pressione più ampi possibili sul governo dell’Iraq. Come tutti i paesi confinanti, conta sul “padrinato” di una componente etnica di riferimento: il milione di turcomanni, che abitano nella regione di Mosul e per i quali Erdogan ha chiesto un’adeguata rappresentanza ministeriale nelle future compagini governative irachene. La possibilità della Turchia di esercitare una pesante influenza nel futuro iracheno è peraltro già una realtà. Lo prova il fatto che è ad Ankara, non altrove, la sede della trattative tra tutte le forze di opposizione irachene (Inc, Ina, Sciri, Da’wa, Pdk e Puk), che ieri hanno deciso di porre le loro forze sotto il comando americano, come ha spiegato l’inviato personale di Bush, Zalmay Khalilzad. La geopolitica gioca a favore di queste ambizioni turche e a scapito delle concorrenti velleità dei sauditi, unica potenza regionale di pari forza nell’area. Fedelissima roccaforte asiatica della Nato, con una Costituzione formale e materiale che offre al vertice militare un enorme potere politico teso a impedire l’innesto del fondamentalismo islamico (anche nelle sue forme più moderate), la Turchia del 2000 si appresta a riaffermare il suo peso di potenza regionale in asse con l’Iraq, come già accadde, su ispirazione di Churchill, nel primo e nel secondo Dopoguerra. L’asse Turchia-Iraq, dopo il 1924, dopo il ’45 e poi dal ’55 al ’58, formalmente con la firma del Patto di Baghdad (che comprendeva anche Iran e Pakistan), è stato infatti il baricentro di un’alleanza con la funzione di “contenere” l’espansionismo sovietico a Nord e la pressione dei nazionalismi arabi, incarnati dal ’53 in poi da Nasser, a Sud. Un cammino saltato con il golpe di Baghdad del 14 luglio ’58 del generale filosovietico Abdul Karim Ghassem, che distrusse la componente costituzionalista araba, denunciò il Patto di Baghdad e inaugurò la fase della più piena instabilità politica nel Golfo, una fase che ha in Saddam il suo emblema. Oggi si può ritornare al quadro del ’58, e se viene risolta in un modello federale la questione dell’anarchia indipendentista curda, Ankara può spendere sulla scena irachena il suo notevole peso economico. Aprire il mercato iracheno all’integrazione con quello turco sarà una scelta obbligata. E il petrolio di Baghdad e dintorni non può che facilitare questa prospettiva.
Inviato da giuseppe genna, 06:19 PM
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