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(Fabio Di Iorio)
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God less America
di Michele Monina(ragionamenti su America, terrorismo e guerra dal libro God less America, co-scritto da Michele Monina e Cristina Donà, edito Oscar Mondadori, al prezzo di 14 euro) La prima cosa che vedo degli Stati Uniti è un palazzo in fiamme... A leggerlo oggi, un incipit così, non passa inosservato. Tutt’altro. Subito fa pensare a qualcosa che abbia a che fare con l’11 settembre. È inevitabile, perché così a caldo si ha l’impressione che dopo l’11 settembre nulla sarà più come prima. In realtà, se siete arrivati a questo punto senza essere subito corsi a leggervi la postfazione (e perché mai avreste dovuto correre subito a leggere la postfazione?), sapete che l’incipit si riferiva a tutt’altro. E saprete pure, magari nutrendo i dubbi del caso, dubbi che nessuno, tantomeno io che sono l’autore, riuscirò mai a fugare, che quell’incipit è stato concepito assai prima che la data 11 settembre diventasse una data storica, sempre che poi di data storica si tratti. Il palazzo in fiamme di cui parlavo, mesi fa, è una fabbrica di birra, l’annacquata Budweiser di Newark, e questo è un dato di fatto. Così come è un dato di fatto che lasciare il dubbio che di altro si trattasse, magari schiaffando la frase in quarta di copertina, operazione evidentemente avvenuta a Twin Towers già rase al suolo (a Ground Zero, andrebbe detto a onor del vero), fa parte di un preciso piano editoriale.
Piano editoriale che, ormai dovreste averlo sperimentato sulla vostra pelle, fa parte di trucchi e trucchettini che si trovano dietro a tutti i libri. L’editore deve essersi detto, penseranno i più diffidenti tra voi, se in libreria non si fa altro che vendere libri riguardo l’Afghanistan, Bin Laden e la Guerra Santa, la cosiddetta Jihad, contro gli USA, perché non sfornare un bel libro sugli USA scritto proprio da due autori giovani e freschi come noi. Inutile continuare a sottolineare che il libro è stato scritto con le Twin Towers saldamente presenti nello skyline di New York, resta il fatto che l’incipit di questo libro è quasi profetico nella sua statuaria drammaticità. Epico. «La prima cosa che vedo degli Stati Uniti è un palazzo in fiamme» è in realtà una finzione narrativa. Il fatto che l’immagine che per sempre vedrò degli Stati Uniti sia un palazzo in fiamme rischia di diventare una realtà pesante come ghisa. Perché è da quell’11 settembre che le immagini delle Twin Towers in fiamme si ripetono, come in un loop, dentro il mio televisore, e dentro miliardi di altri televisori. Qualcosa è cambiato, dicono alla TV, e per una volta tanto c’è da crederci. Potrei giocare sporco e dire che la cosa mi ha lasciato abbastanza indifferente, poco sorpreso, magari facendo il gigione alla Gore Vidal o il grillo parlante alla Noam Chomsky. Ve l’avevo detto, no? Invece vi dirò che la cosa mi ha toccato in modo violento. Ricordo perfettamente dov’ero quando le due torri sono crollate e questo dà all’episodio un’aura di indimenticabilità che fa venire in mente episodi ormai diventati storici, per non dire leggendari, della storia del secolo scorso. Quante volte, nei film americani, abbiamo sentito dire una frase del genere: “Ricordo perfettamente dov’ero quando...”, detta a proposito dell’omicidio di Dallas in cui perse la vita John Fitzgerald Kennedy. Io, nel mio piccolo, ricordo anche perfettamente dov’ero quando è stata data la notizia del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro: a casa con mia madre, mentre quasi tutti gli altri miei coetanei erano in classe. Io ero malato e ho visto nel volto di mia madre un’espressione di apprensione che fatico a dimenticare a distanza di anni. Stessa espressione che, non avesse avuto un solo mese di vita, avrebbe visto nel mio viso anche Lucia, mia figlia. Non avesse avuto poco più di un mese, e soprattutto fosse stata lì con me, perché io alle quindici dell’11 settembre mi trovavo su un treno, un Eurostar, che da Milano mi stava riportando ad Ancona. Da mia moglie e da mia figlia Lucia, per altro. Ero in compagnia di mio fratello, a parlare presumibilmente di libri, quando gli altoparlanti del treno hanno cominciato a trasmettere il radiogiornale, fatto di per sé insolito. Un radiogiornale che, per i discorsi che facevano e i toni surreali dei cronisti, aveva tutte le caratteristiche di un radiodramma sulla falsa riga della Guerra dei mondi di Wells interpretato da Orson Welles. Ma la fascia oraria, il primo pomeriggio, non era quella dei radiodrammi e poi la riconoscibilissima voce di Ezio Mauro, direttore di «Repubblica», escludeva del tutto l’ipotesi del radiodramma. Era tutto vero. Qualcuno aveva attaccato le Torri Gemelle, il Pentagono e il Golden Gate. Sì, perché nel caos mediatico che ha fatto immediato seguito all’attacco si parlava di più attentati. Una cosa vicina all’Apocalisse, sempre che dell’Apocalisse esista una versione radiofonica (cosa del tutto probabile). Notizie che correvano più velocemente della verità. Una verità, d’altronde, purtroppo simile alle voci incontrollate che cercavano di raccontarcela: una catastrofe con pochi altri precedenti nella storia dell’Occidente. Una tragedia dai forti toni mediatici, studiata da un regista più che da un esperto in esplosivi o guerriglia, una tragedia fatta per entrare nei televisori di tutto il mondo. Orario dell’impatto del primo aereo a debita distanza televisiva dal secondo, giusto il tempo di far accorrere le telecamere della CNN. E in tutti i casi un orario studiato per arrivare immediatamente in tutto il mondo occidentale, forse fatta eccezione proprio per gli USA stessi. Dopocena in Giappone. Pomeriggio in Europa. Mattina nell’East Coast. Tutti hanno saputo subito quello che c’era da sapere. Ma cosa c’era in effetti da sapere? L’11 settembre è stato davvero la fine di un’epoca, o a volerla vedere da un altro punto di vista, l’inizio di una nuova era, un’era di terrore e di guerre senza nemici da combattere? Se n’è discusso molto. Se ne continua a discutere anche a distanza di mesi. Io non ho risposte a questi quesiti, anche se, lo ammetto, ho delle precise opinioni. Non credo che le cose siano poi così tanto cambiate. Almeno non universalmente. Non credo neanche che le cose siano cambiate per gli occidentali (visto che di noi occidentali si parla, considerando che i circa due miliardi e mezzo tra indiani e cinesi non penso avranno vissuto l’attacco alle Twin Towers con grande interesse). Per dirla tutta, non penso che la data dell’11 settembre sarà ricordata ancora nei secoli a venire. Anche perché non credo ci saranno secoli a venire, ma questo è un discorso che non voglio e non posso affrontare in sede di postfazione. Credo invece che l’America, l’America che vi ho raccontato per tutte queste pagine, non esiste più. Anche il fatto stesso di avervela raccontata sembra ancora di più un gesto inutile, ma del resto non ho mai preteso di scrivere pietre miliari della letteratura. Ho fatto un viaggio negli USA con la scusa di inseguire le orme lasciate da Springsteen. Una scusa esile, banale e dichiarata fin dalle prime pagine. Una scusa che, di fronte a quello che adesso l’America sembra rappresentare per tutti noi occidentali, diventa quasi improponibile. Ovvio è, visto che queste mie parole si trovano a postfazione del libro, che non la penso così. Non credo che l’America dell’11 settembre sia poi diversa da quella che conoscevamo prima, e non credo che l’America che mi sono preso la briga di raccontare sia scomparsa sotto le macerie del World Trade Center. Penso a queste cose mentre in TV passano le immagini di Bruce Springsteen che suona per le vittime degli attacchi. La canzone che intona s’intitola My City of Ruins. Canzone, è bene chiarirlo subito, scritta pensando alla natia Freehold, non alla ancora fumante New York. Canzone scritta chissà quanti mesi, se non anni, prima dell’11 settembre. Avete già sentito questa storia? Be’, a volerla dire tutta anche questa, come il libro che state finendo di leggere, sembra proprio un’altra operazioncina del tipo che vi ho proposto io, ricordate? La prima cosa che vedo degli Stati Uniti è un palazzo in fiamme. Solo che a farla è proprio lui, il Boss, colui che ci ha fatto scorrazzare per gli USA. Il rocker del New Jersey che i lettori della rivista «Rolling Stone» eleggeranno a manifesto vivente dell’americanità proprio in questi giorni del dopo 11 settembre. La canzone in questione è di quelle alla vecchia maniera, da far sanguinare le pareti dell’anima, e il Boss con la sua E-Street Band ce la mette proprio tutta per tirare su il morale di una nazione che di morale, diciamocelo, non ha poi molto. Bruce che suona per l’America, lui che così bene ne incarna l’essenza. Non è un’altra dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che la scelta del Boss per raccontare l’America era giusta? Poco importa, poi, che io stia scrivendo queste parole a televisione spenta, qui, affacciato sul porto di Ancona. Poco importa che a scaldare questi giorni invernali non ci siano le parole del Boss, ma la voce struggente di Ryan Adams, che apre il suo ultimo album, Gold, guarda caso con un brano d’amore rivolto proprio a New York, il rap sghembo e volgare di Ja Rule, uno di quelli tosti nati e cresciuti nel Queens, o la voce cerulea di Nelly Furtado, fascinoso mix tra una cantante di fado e un folletto hip-hop. Poco importa che proprio in questo momento, mentre cerco di giustificarmi ancora una volta ai vostri occhi, mentre cerco di convincervi che questo è un libro che merita di esistere nonostante gli avvenimenti dell’11 settembre, io stia in realtà ascoltando Mariah Carey che canta Vision of Love per la centesima volta (sia ringraziato chi ha inventato il tasto REPEAT dei lettori CD), lì sullo stereo di mia suocera. Il punto è che il Boss, Bruce Springsteen, è ancora una volta tornato a indossare la sua T-shirt bianca e i jeans per incarnare la morte del Sogno Americano, e tanto basta a giustificare un coast to coast per gli Stati Uniti d’America fatto seguendo le sue orme. Il Sogno Americano è morto, ben prima di rimanere sepolto sotto le Twin Towers. Forse è rimasto incastrato sotto la moto di Dennis Hopper e Peter Fonda, lì, alla fine di Easy Rider. Forse è stato celebrato dai fiori al posto delle stelle sulla bandiera che campeggiava sulla copertina di There’s a Riot Goin’on di Sly And The Family Stone. Forse era tra le righe lasciate da Kurt Cobain, meglio bruciare in fretta. Forse sono nelle dediche ai poliziotti del NYPD scritte coi pennarelli sui missili diretti in Afghanistan, non so. Questo libro non voleva, non poteva pretendere di raccontare il sogno americano. Ci ha già pensato Hunter S. Thompson, e non vorrei mai rubare il lavoro a un collega più vecchio e più saggio di me. Questo libro vi racconta l’America che abbiamo visto in questi ventisei giorni di traversata. Un’America che prendeva i contorni di quella cantata e vissuta da Springsteen per poi mostrarcisi per come l’avete letta. E non stupitevi se non ne riconoscerete i lineamenti, se non ci troverete niente di quello che avreste pensato non potesse mancare. Anche noi, come i cantanti che proprio in questi giorni omaggiano i caduti dell’AIDS e dell’11 settembre (i mali del nostro tempo?) nella cover di What’s Goin’on, cover che, diciamolo con un certo vanto, racchiude quasi tutti gli artisti di cui abbiamo parlato ben prima che diventassero famosi come adesso sono, anche noi, come loro, abbiamo avuto per tutto il tempo bende nere che ci coprivano gli occhi, bende nere che, per quanto si tenti di scioglierle, rimangono sempre presenti. Non fatico ad ammetterlo, c’era molta più America nello schermo del DVD della Business Class del volo San Francisco-Chicago, il giorno del nostro ritorno, di quanta io ne abbia vista in un mese di peregrinazioni, peregrinazioni lunghe cinquemila chilometri. C’era molta più America negli scontri tra le gang cinesi e afro-americane che si prendevano a calci in culo per le strade di Oakland, calci in culo tecnologici alla Matrix ma pur sempre calci in culo, in Romeo deve morire, che in ogni riga di questo libro. C’era molta più America nella voce di Ludacris che ci accompagnava nel nostro notturno viaggio verso l’aeroporto di San Francisco che in ogni nota di questo libro.
E allora, mentre ancora nella mente rivedo per la millesima volta le due torri del World Trade Center accartocciarsi su loro stesse, mentre il Boss torna a raccontare le rovine della città in cui è nato, mentre Mariah Carey continua a cantarmi le sue visioni d’amore, giungo alla fine di queste ultime parole sul nostro viaggio in America, un viaggio iniziato vedendo un palazzo in fiamme, proseguito tra cambi automatici, numeri verdi a pagamento e brani hip-hop come colonna sonora e finito in oltre trecento pagine di libro. God Bless America e God Less America. Michele Monina Newark, Freehold, Atlantic City, Philadelphia, Cleveland, Detroit, Chicago, Omaha, Los Angeles, Big Sur, Carmel, San Francisco, Milano, London, Ancona ottobre 2000 - ottobre 2001
Inviato da giuseppe genna, 01:14 PM
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