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Icaro credeva di essere un uccello, invece era un pirla!
(attribuita a Giovanni Borghi da Marcello Marchesi)
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Analisi:
Videogame Iraq
![]() di Guido Fossati Forse è vero che la guerra, come dice Von Klausewitz, è la prosecuzione della politica con altri mezzi. Ma è altrettanto vero che questa guerra è la presecuzione della fiction con altri mezzi. Basta accendere la televisione, aprire un qualunque giornale per entrare in questa allucinante e nel contempo ammaliante realtà da videogioco. La battaglia di Bagdad è l’ultimo livello, il più emozionante e complesso del war game “Attacco all’Iraq”. Armi di inaudita potenza, corpi di elite, gas letali e guerriglia urbana: varcata la cosidetta “linea rossa” il gioco si fa duro, pieno di insidie e imprevedibile come nei migliori sparatutto. Uno dei recensori più entusiasti di questo Desert Storm 2 è Gianni Riotta sul Corriere della Sera. E si capisce bene perché: occhialuto e goffo, seduto davanti al suo pc a New York, si esercita in analisi militari che gli danno il brivido della prima linea. Uno smanettone che invece del joystick impugna le dichiarazioni di qualche generale o esperto del ramo. Come quello che dice “Spero che abbiano spiegato ai marines, che se un cecchino si nasconde tra la folla non devi esitare e sparare subito”. E Riotta, eccitattissimo dalla partita col suo videogame, questa dichiarazione mostruosa la rilancia testualmente, senza alcun commento.La scelta dei media è chiara bisogna pompare “la battaglia di Bagdad”, fare crescere le attese e le paure per lo scontro finale. Il colonnello dei marines Randy Gangle, citato sempre da un Riotta fibrillante, evoca scenari da Resident Evil: “Vedremo una carneficina. A Bagdad ci si batte a vista, entro venti metri, all’arma bianca e a mani nude”. Dalle bombe inteligenti al corpo a corpo: questa volta gli autori del gioco non hanno voluto risparmiarci nulla. Per giocare basta comprare un quotidano: mappe dell’Iraq, di Bagdad, tavole e grafici che illustrano le armi, l’equipaggiamento dei commando, le fantastiche opzioni dell’elicottero Apache (un cannone monocanna M-230 Chain Gun da 30 mm, fino a 16 missili controcarro AGM-114 Hellfire o 76 razzi da 70 mm aria-superficie). Poi ad abbatterlo ci pensa un contadino col kalashnikov, ma pazienza. La gente deve appassionarsi a questo conflitto, nei bar qualcuno già discute se il piano “leggero” voluto da Rusmfeld sia il migliore, si scommette sull’attacco finale: toccherà alla 101esima aerotrasportata o al I° Marines insieme alla Ottava Brigata Corazzata inglese stanare la temibile divisione Medina della Guardia Repubblicana? Tutto questo parlare e disquisire di tattiche, armi, linee di difesa e manovre di attacco ricorda molto quello che si fa nel calcio. C'è pure la moviola per i missili Cruise che arrivano sul bersaglio. Solo che ormai ci sono più esperti militari che commentatori ed opinionisti di football. L’impressione è che gli uni e gli altri non ne sappiano praticamente un cazzo ma abbiano ben chiara la loro funzione: fingersi competenti e spararle grosse. Quindici pagine sul Corriere, altettante su Repubblica interamente dedicate alla guerra, alle notizie dal fronte, quando le uniche news sono quelle fornite dal Pentagono ai giornalisti “embedded”, aggregati alle truppe, e in parte da Al Jazeera, tutto questo apparato mediatico diffonde informazione o solo un assordante rumore di fondo? La contemporanea sensazione di straniamento ed eccitazione, il vago senso di vertigine, il coinvolgimento freddo e artificiale che suscita questa guerra sono gli stessi indotti dalle simulazioni a computer e dagli ambienti virtuali. Forse la guerra preventiva è già superata, stiamo sperimentando quella interattiva.
Inviato da Guido Fossati, 11:13 PM
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