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Mamma li turchi
paracadutisti.jpgSi è aperto ufficialmente il fronte nord: un migliaio di marines sono stati paracadutati sull'Iraq settentrionale e hanno preso possesso dell'aeroporto di Harir. E' l'avanguardia che prepara lo “sbarco” in forze dell'esercito Usa nell'area, necessario per dare consistenza al nuovo fronte nella guerra a Saddam. Ma Iraq settentrionale significa Kurdistan. E Kurdistan significa Turchia. Vale infatti la pena ricordare che la decisione americana è arrivata il giorno dopo l'annuncio ufficiale della Nato che ha dato il via libera all'entrata dei soldati di Ankara nel territorio curdo: formalmente si tratta di una fascia "umanitaria" di 20 chilometri, che sarà gestita dall'esercito turco per accogliere l'eventuale flusso di profughi, in realtà si teme che possa diventare una piaga purulenta pronta a infettare il dopoguerra. Una sorta di mina vagante (stile Kossovo) nella polveriera mediorientale.
Per saperne di più, abbiamo chiesto lumi a Enrico Fovanna, cronista del Giorno e attento osservatore della questione curda.
strilloturchia.jpg
di Enrico Fovanna
(cronista del quotidiano Il Giorno, dove si occupa di diritti civili, emarginazione, etnie, servizi sociali, volontariato. Sulla questione curda ha scritto un libro, Il pesce elettrico, pubblicato da Baldini & Castoldi. In Kurdistan fu anche arrestato nel 1996, durante un'inchiesta sul Pkk)


Perché i curdi del nord Iraq sono pronti a dare una mano agli americani, mentre quelli di Turchia sfilano con i pacifisti? E perché nel nord Iraq, dove fino a qualche anno fa Ocalan manteneva le basi segrete del Pkk sulle montagne vicino a Zhako, ora i curdi sono pronti a combattere contro l'invasione della Turchia? E perché gli americani tengono fermi i turchi, che non aspettano altro che di tuffarsi sul greggio di Mosul e Kirkuk, l'unica ingente fonte di ricchezza sul filo del 36° parallelo?
Le risposte potrebbero essere molteplici, ma si riassumono in una sola: da quasi 18 anni in Turchia si combatte una guerra civile dimenticata tra l'esercito regolare e la minoranza etnica curda: 15 milioni di uomini (un quarto della popolazione) stipati in 13 province poverissime e fino a pochi mesi fa (prima che l’Europa premesse) sottoposte a una legge di emergenza che imponeva il coprifuoco, permetteva tacitamente la tortura durante gli interrogatori (indicibili le pratiche riservate alle donne), le perquisizioni e gli arresti senza mandato, il carcere senza processo. I casi di violazione dei diritti umani contro i curdi, pluridocumentati da Amnesty e da molte Ong, potrebbero riempire un'enciclopedia.
Arrestato Ocalan, nel '99, la Turchia ha allentato le operazioni sul fronte interno, mettendo gli occhi sul nord Iraq e trattando con i due leader Talabani (Upk) e Barzani (Pdk) per isolare le ultime frange del Pkk. Ma nel contempo stando ben attenta a inibire ogni ipotesi di Stato curdo nell'enclave protetta dall'Onu. Ora la fine del regime di Saddam potrebbe dare vita a questa possibilità. Perciò i turchi scalpitano, e vogliono invadere l'Iraq da nord. La nascita di un Kurdistan, sebbene minore, rappresenterebbe la spina nel fianco allo stato secolare inventato da Kemal Ataturk negli anni '20.


Ma più che tracciare scenari, per aiutarvi a capire il rapporto tra turchi e curdi vorrei raccontare una strana storia. La storia di come conobbi davvero i curdi, e di come fui arrestato, in Turchia. Comincio da un pomeriggio di qualche anno fa, verso la fine dell'inverno del 1996. Avevo appena consegnato all'editore le bozze del mio libro sui curdi, Il pesce elettrico, dopo quattro anni di lavoro, e pensavo a una vacanza. Su Avvenimenti vidi però un reportage con una serie di immagini, a dir poco terribili: sulla neve, tre soldati turchi alzavano come trofei le teste gocciolanti di alcuni ribelli curdi, appena recise con la baionetta.
In un riquadro, poco oltre, si parlava del Newroz (letteralmente: nuovo anno), il nome della festa proibita che sancisce l'inizio del calendario curdo, con l'equinozio di primavera. C'era anche il numero di telefono di una Ong che organizzava un viaggio nella Turchia del sudest. Pochi secondi dopo parlavo con loro e prenotavo. Sarebbe stata davvero una delle settimane più intense della mia vita.
A Diyarbakir, quando atterrammo verso sera, ci misi un paio d'ore solo per uscire dall'aeroporto. I controlli, sui bagagli, prima manuali, poi con diversi metal detector, furono interminabili. Migliaia di soldati circondavano la pista e i transiti dei passeggeri verso il deposito. Tutto, fin da quel momento, sembrava predisposto per dare l'idea di una città blindata, militarizzata, nella morsa di esercito e aviazione.
Al risveglio, dopo una pesante dormita, la luce del sole non dava un'immagine più riposante della città. Camionette e mezzi corazzati ovunque, elicotteri fermi in volo sopra i vicoli, tute mimetiche a ogni angolo di strada. Alla vigilia del Newroz, una regia occulta sembrava scoraggiare ogni iniziativa individuale. Presi un taxi, per andare in un quartiere periferico, dove avevo saputo che stavano preparando dei pneumatici, per fare un grande fuoco, l'indomani. Al rosso del semaforo il tassista si fermò, poi ripartì alla luce blu. Credetti di aver visto male, ma quando la scena si ripeté, poco dopo, chiesi al curdo perché i semafori lì erano diversi. "Perché rosso verde e giallo - rispose lui - sono i colori della bandiera curda".
"Anche la vostra lingua è vietata - gli chiesi - Ma come fa a comunicare chi conosce solo il curdo?". E lui mi raccontò la storia di un bambino, figlio di una povera famiglia di pastori, i cui genitori erano stati arrestati. Quando il piccolo era andato in carcere a trovarli, sotto il tiro dei mitra, non sapendo parlare in turco, era stato costretto a comunicare con mamma e papà soltanto a gesti.


Dal 1985 la guerra dimenticata aveva già fatto 30mila morti, da una parte e dall'altra. Senza contare gli scomparsi e le persone torturate durante gli interrogatori. I giornali curdi erano stati chiusi e i loro partiti accusati di contiguità con i terroristi. Nelle carceri, migliaia di detenuti si sarebbero lasciati morire per fame, contro la riforma che per i curdi istituiva le celle di isolamento di tipo "F", in grado di far impazzire anche l'essere più razionale.
Nemmeno immaginavo cosa avrei visto, in quel viaggio. Tanto per cominciare, a Diyarbakir il Newroz fu un'esperienza indimenticabile. Migliaia di uomini, donne e bambini col vestito delle grandi occasioni danzavano attorno alle fiamme, al suono del saz e del kaval, lo strumento a corde e il flauto del posto, sfidando i fucili, i blindati e le camionette. Per le strade, il 21 marzo, c'erano quasi due milioni di persone in festa. Nonostante i pestaggi, gli arresti, le intimidazioni.
Due giorni dopo, a Istanbul, vidi anche un altro genere di spettacolo, silenzioso, che mi insegnava come i desaparecidos esistessero anche a est del mondo. Come ogni sabato mattina, davanti al liceo francese nel lussuoso quartiere di Galatasaray, si radunavano le madri degli scomparsi, in un sit-in silenzioso dove, a turno, ognuna si alzava e raccontava la storia del proprio figlio o marito "prelevato" da agenti in borghese e mai tornato a casa. Ogni tanto una donna si alzava e, nel silenzio, mostrava la foto del figlio o del marito che le avevano portato via, raccontando la sua storia.
Tra quelle donne incontrai Aline (il nome è di fantasia, perché quello vero è troppo identificabile) una ragazza che mi raccontò di essere stata brutalizzata in carcere, durante selvaggi interrogatori, dove la costrinsero a raccontare dove si nascondeva in montagna il suo fidanzato, un giovane guerrigliero del Pkk. Le chiesi: "Ma cosa spinge un giovane a entrare nella guerriglia?". "Semplice - mi rispose - Quando ti chiamano al servizio militare, poi ti mandano al tuo villaggio a partecipare a operazioni contro la tua famiglia, tu cosa fai? La prima notte libera, prendi il fucile e scappi in montagna".


A Istanbul incontrai anche Nuray Sem, la vedova dell'ex sindaco curdo di Diyarbakir, che un giorno alcuni uomini in borghese vennero a prelevare, con il pretesto di un controllo, e il cui cadavere lei andò a recuperare all'obitorio di Antalya un mese dopo, privo di un occhio e irriconoscibile per le torture subite. Nuray credette di riconoscere il numero della polizia di Istanbul nella targa della macchina, denunciò più volte l'episodio, ma fu minacciata di morte e oggi vive in esilio a Bruxelles.
Venni anche arrestato, in una bidonville di Diyarbakir, con l'accusa di terrorismo. Sì, non credevo neanch'io alle mie orecchie, ma l'interprete in pochi secondi mi spiegò tutto. Gli agenti della polizia politica che mi seguivano mi avevano visto fare la "V" con le dita della mano sinistra, mentre con la destra fotografavo centinaia di bambini coloratissimi, con i piedi nel fango. Erano stati i bambini a fare la "V" e io li avevo imitati, come per dire "fermi così, che intanto io scatto".
Ma quella "V", mi spiegò l'interprete tremando, era il simbolo del Pkk. Io non lo sapevo, certo non sarei stato così stupido da fare il gesto davanti agli agenti. E' finita bene, sono tornato a casa senza danni, e dunque vi risparmio il resto. Ma forse, se non fossi stato un cittadino italiano, oggi non sarei qui a raccontarla, ed è questo, non la paura che ho provato, è questa ingiustizia che a volte, pensando a quel popolo così privo di diritti umani e così vittima dell'ennesima, sporca guerra, ancora oggi inquieta i miei sonni.


Da quel giorno non sono più tornato in Turchia, sperimentando una bizzarra forma di esilio: l'esilio dello straniero. Qualcuno ha detto che si smette di essere vivi quando ci si abitua all'orrore, quando si finisce di indignarsi. Qualcun altro ha detto una cosa non molto dissimile: ovvero che è la vergogna, alla fine, è l'unico sentimento che ci salva. Non so. Credo che abbia ragione.

Inviato da Maurizio Pluda, 05:00 PM
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