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C'era un signore a un incrocio con a fianco un cane, si è avvicinato un altro signore e gli ha chiesto se il suo cane mordeva. Il primo signore ha risposto di no e allora il secondo signore (questa è bella ma è un pò lunga) ha accarezzato il cane che lo ha subito morsicato. Allora il secondo signore ha protestato con il primo signore: "ma come, mi ha detto che il suo cane non mordeva..." il primo signore gli ha risposto: "è vero solo che questo non è il mio cane".
(Fichi d'India) |
Gli interessi del conflitto
![]() di Guido Fossati C’è ancora molto da distruggere, ma il primo contratto per la ricostruzione dell’Iraq è già stato firmato: se lo è aggiudicato la multinazionale texana Halliburton. Per conto del genio militare statunitense i tecnici della compagnia dovranno spegnere i pozzi di petrolio incendiati e avviarne la riparazione. Secondo un portavoce dell’Halliburton questa fase durerà 240 giorni e rappresenta solo l’inizio del lavori. In effetti leggendo il “company profile” si capisce che per una società come come l’Halliburton l’Iraq rappresenta una specie di capitalistico paese dei balocchi: “L’attività principale del Gruppo consiste nel fornire una varietà servizi e prodotti di manutenzione, progettazione e costruzione nel campo dell’energia per l’industria privata e il governo”. Il business è quello del petrolio, a ciclo completo: trivellazione, oledotti e raffinazione. L’annuncio del contratto è stato dato martedì 25 marzo e da allora il titolo della compagnia ha preso a correre: da 20 dollari a 21,50 con un incremento di oltre il 7%. Gli analisti attribuiscono alle azioni dell’Halliburton un rating variabile che va da Strong Buy a Buy. I più prudenti non scendono sotto l’Hold. Chissà quale di questi suggerimenti vorrà seguire il vice-presidente della Stati Uniti Dick Cheney, ex presidente e CEO della Halliburton, che quando nell’agosto 2000 tornò alla politica vendette azioni della società per un valore di 35 milioni di dollari. Un bel gruzzolo ma non era mica tutto: gli restano 500 mila stock-options da incassare nei prossimi anni. Cheney del resto questi soldi se li è guadagnati: nei cinque anni della sua direzione la Halliburton ha ricevuto commesse e prestiti dal governo per una valore di 3,8 miliardi di dollari. Forse vi interesserà sapere che l’Appropriations Committee del Congresso, deputato a sorvegliare l’utilizzo di denaro pubblico, era in quegli anni sotto il controllo del Partito Repubblicano e che la compagnia texana con l’insediamento di Cheney raddoppiò il suo contributo (negli Usa assolutamente legale) al Partito Repubblicano stesso portandolo a 1.212.000 dollari. Ma Cheney non è l’unico esponente dell’attuale amministrazione ad aver fatto la staffetta tra politica e affari: il ministro dei trasporti Norman Mineta è stato vicepresidente della Lockheed Martin, il colosso dell’aeronatica che costruisce razzi e aerei da combattimento per la US Air Force. Tra le competenze del ministero dei trasporti americano sapete cosa ci sono? 3.9 milioni di miglia di strade pubbliche e, guarda caso, 2 milioni di miglia di oleodotti che trasportano petrolio e gas naturale. È singolare il fatto che basti sfiorare un qualsiasi menbro dello staff presidenziale per veder sgorgare petrolio. La stesso Bush viene da una famiglia di petrolieri. George W. Junior fondò la Arbusto Energy nel lontano 1978, poi divenne CEO della Henken che abbandonò nel 1990 sull’orlo del fallimento. Il futuro presidente vendette le sue azioni incassando 850 mila dollari con un profitto del 200% una settimana prima che la Henken denunciasse perdite per 23 milioni di dollari e perdesse il 60% del suo valore di borsa nei successivi sei mesi. Il pendolare tra la Studio Ovale e l’ufficio di amministratore delegato di qualche grossa impresa lo ha fatto anche Donald Rumsfeld: giovanissimo segretario alla Difesa durante la presidenza Ford, dal 1977 al 1985 fu CEO di una industria farmaceutica e dal 1990 al 1993 della General Instrument (trasmissioni digitali e telecomuniazioni), prima di tornare al punto di partenza come ministro della Difesa. In questi giorni in cui sono in corso massicci bombardamenti sull’Iraq circolano già le stime su quanto servirà per la ricostruzione: si parla di decine di miliardi di dollari. Alan Larson, sottosegretario di stato, ha tenuto a sottolineare che affidare questi lavori ad aziende americana “è la cosa più responsabile da fare”. Chi, come noi, è portato a scandalizzarsi per i conflitti di interesse che affliggono lo Stivale si può consolare: il nostro in fondo è un paese di piccoli, innocui e tutto sommato folkloristici farabutti, incapaci di pensare veramente in grande.
Inviato da Guido Fossati, 05:56 PM
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