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I tre falsi preconcetti
analisi020402.jpgdi Johanna McGeary [Time.com]
• La teoria prevedeva una marcia trionfale delle truppe anglo-americane fino a Bagdad e una vittoria sul velluto. Dopo dieci giorni di conflitto si può dire che la realtà non l’ha affatto rispettata. Le aspettative per una guerra veloce, facile e pulita (limitato spargimento di sangue) mostrano la corda e circolano critiche contro l’amministrazione Bush. L’accusa agli strateghi del Pentagono è di essersi basati nei loro piani su tre preconcetti, rivelatisi falsi e infondati.
"Incontreremo poca resistenza"
Il generale William Wallace, comandante del V Corpo d’Armata, lo ha ammesso:"Stiamo combattendo contro un nemico diverso da quello contro cui ci siamo esercitati nei war games”. La sorpresa c’è ed è grossa: gli iracheni oppongono una fiera resistenza.

analisi020402.jpg La tattica usata è quella di lasciare milizie paramilitari dietro la linea del fronte per poi colpire le colonne alleate con azioni di guerriglia. Ai piani del Pentagono che prevedevano una veloce avanzata verso la capitale e i centri di comando del regime, Saddam ha risposto con un cedimento tattico tale da attirare le truppe alleate in profondità nel territorio, ma con retrovie e fianchi sguarniti. Lo scopo del rais è duplice: logorare le unità nemiche e nel contempo obbligarle a una risposta violenta e poco selettiva, che faccia crescere il conto, politicamente oneroso, delle vittime civili.
L’effetto “shock and awe” della campagna doveva produrre diserzioni di massa e la dissoluzione della catena di comando. La CIA e i servizi di intelligence avevano annunciato repentini cambi di casacca tra gli alti gradi militari, perfino nello stretto entourage del ditattore. Nulla di tutto questo si è finora verificato. Le spettrali apparizioni del rais in televisione hano comunque dato l’impressione alla popolazione che il capo supremo sia ancora in sella. Gli iracheni poi sono abituati a convivere con le bombe: da 12 anni a intermittenza se le vedono piovere in testa.
In questa fase del conflitto la scelta dello stato maggiore iracheno è stata quella di impiegare milizie paramilitari, i cosiddetti fedayeen: circa 20 mila uomini di fede sunnita, scelti tra le fila del partito Baath e comadati dal figlio di Saddam Uday. Addestrati all’assasinio e alla tortura, possono svolgere una doppia funzione: portare attacchi mordi e fuggi secondo gli schemi della guerriglia e costringere col terrore civili e militari a restare fedeli al regime.
Ufficiali del Pentagono riconoscono di aver sottostimato la consistenza delle milizie paramilitari irachene, nonostante gli ammonimenti di un rapporto riservato della CIA. L’intenzione di mobilitare forze irregolari (milizie del partito Baath e mujahedin delle varie tribù) era stata del resto annunciata dallo stesso Saddam in varie apparizioni televisive. Recentemente il rais ha lodato le loro capacità di recare gravi perdite al nemico.
Per i consiglieri di Bush gli attacchi dei fedayeen cesseranno appena Saddam verrà rovesciato, ma sono evidenti le difficoltà incontrate dai reparti anglo-americani nel fronteggiare cecchini, attacchi suicidi e agguati portate da elementi che sanno mimitizzarsi con la popolazione civile. Se i danni materiali non sono ingenti, quelli di immagine e le ricadute psicologiche di una inattesa resistenza irachena non vanno sottovalutati, anche in una prospettiva post-bellica.

"Ci accoglieranno come liberatori"
Questa era l’opinione espressa dal vice-presidente Dick Cheney il 16 marzo scorso. Ma questa immagine di un Iraq che festeggia l’ingresso delle truppe americane non ha avuto alcun riscontro nella realtà. Lo scenario “fiori e fazzoletti” non si è materializzato e questo ha conseguenze importanti sul piano politico prima che militare. Spiegazioni se ne possono trovare parecchie: la paura della popolazione per un dittatore dalle sette vite, le azioni di intimidazione condotte delle milizie paramilitari, in particolare nelle regioni sciite del sud. Saddam è stato abile nel toccare le corde del nazionalismo iracheno, dell’orgoglio arabo e del fervore islamico. Non gli è stato difficile presentare questo conflitto come una guerra coloniale, destinata a disonorare l’Islam e a favorire Israele, determinata da un solo interesse: il petrolio. In questo prospettiva gli anglo-americani non possono che venire percepiti come invasori: si attiva un riflesso patriottico di difesa del proprio paese, nonostante tutto, nonostante Saddam. Del resto i liberatori americani sono stati i più convinti fautori delle sanzioni economiche che da un decennio colpiscono la popolazione civile molto più che i quadri del regime iracheno.

"Tutto è stato calcolato"
Il generale prussiano Helmuth von Moltke soleva dire che “nessun piano di battaglia sopravvive al contatto con nemico”. Le circostanze stanno imponendo correzioni e aggiornamenti alla strategia eleborata da Bush e dai suoi consiglieri. Non ci sarebbe niente di strano in ciò se la leadership USA fosse disposta a riconoscere la necessità di un adattamento.
Uno degli obbiettvi chiave della campagna era quello di limitare al minimo il numero di vittime civili: target selezionati, bombe intelligenti e precise informazioni dai servizi di intelligence dovevano servire a questo scopo.
Le milizie paramilitari hanno sfruttato questa disposizione dell’apparato militare anglo-americano trasformandolo in una potenziale debolezza: gli attacchi improvvisi da pick-up armati con mitragliatricei pesanti che sbucano da strade , mercati, luoghi affollati da gente comune hanno fatto saltare le regole di ingaggio adotatte dai soldati alleati. La sensazione di essere esposti a una minaccia costante e poco riconoscibile determina reazioni nervose, frenetiche: il rischio di colpire innocenti, di provocare delle stragi diventa drammaticamente concreto.
I piani di Rumsfeld si basavano su una forza di invasione di 250mila uomini di cui però solo 150mila impegnati in combattimenti sul terreno. I nuovi arrivi porteranno gli effettivi a 340mila nelle prossime settimane, ma tali forze erano in origine destinate a compiti di occupazione e controllo più che di combattimento. La resistenza irachena ha ridato fiato alle opinioni critiche di una parte dei generali americani a proposito di un dispiegamento di forze troppo limitato e leggero. Gl effettivi di cui dispone Tommy Franks non soddisfano la dottrina Powell che predica la necessità di una schiacciante superiorità di forze (overwhelming force). Nella prima guerra del Golfo, Bush padre schierò 540mila uomini e si proponeva solo di liberare il Kuwait. Per l’obbiettivo più ambizioso di rovesciare Saddam, Bush junior ha ritenuto sufficiente utilizzarne la metà. Dietro questa scelta c’è la convinzione di Rumsfeld che una armata più piccola ma più potente e tecnologicamente evoluta potesse svolgere il compito in maniera altrettanto efficace. Ora si scopre che il Segretario alla Difesa aveva sovrastimato l’importanza della forza aerea e del fuoco dal cielo, rispetto al numero di uomini sul terreno. Un generale americano ha sintetizato così i termini del problema: “La questione non è se queste forze sono sufficienti, ma se sono molto più che sufficienti”.
L’altro punto interrogativo concerne l’opportunità di lanciare subito l’offensiva di terra. Nella precedente campagna contro l’Iraq si era passati a questa fase dopo 39 giorni di bombardamenti, questa volta a Tommy Franks non sono neanche stati concesse le due settimane che aveva chiesto. L’avanzata rapida ha invece comportato la difesa di 300 miglia di linee di rifornimento dagli attacchi della guerriglia. Secondo alcuni analisti a Franks a questo punto servirà un’altra divisione pesante. Il IV° fanteria con i suoi 62mila uomini doveva aprire un secondo fronte a nord partendo dalle basi turche. Ma nonostante l’offerta miliardaria il neo-governo musulmano della Turchia all’ultimo minuto non ha concesso l’uso delle basi. Bush e il suo staff hanno poi deciso di procedere comunque solo da sud.
Con il rischio di avere poche forze di riserva se le cose intorno a Bagdad dovessero andare male, i comandi alleati hanno optato per un rallentamento dell’iniziativa. Il IV° Fanteria sta per essere ridislocato in Kuwait, verrà accumulata ulteriore potenza di fuoco, le linee di rifornimento irrobustite e ruotati i reparti più avanzati.
Se la rigidità e la dogmaticità di alcuni assunti fatti propri dell’amministrazione Bush ha influito negativamente sulla conduzione delle operazioni militari, non è ragionevole attendersi esiti diversi per questo conflitto da quelli preventivati. Forse durerà di più, ma va ricordato che in una settimana le truppe Usa si sono portate a 50 km da Bagdad e che sul campo hanno sempre sconfitto gli iracheni. Ma in una società dominata dai media e dalla comuncazione, proiezioni, percezioni e aspettattive del pubblico sono parte di una guerra almeno quanto le battaglie vere e proprie.
Una lezione la si può già trarre da questa campagna contro l’Iraq: non le teorie, ma la flessibilità e i muscoli portano alla vittoria.




Inviato da Guido Fossati, 04:50 PM
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