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Analisi:
L'Impero vince ancora
vittoria_big.jpg
di Guido Fossati
• Chi si trastullava con ipotesi di un nuovo Vietnam, i Barenghi, gli Ingrao, una buona parte della sinistra pacifista, moralista e soprattutto antiamericana (tra cui noi di Clarence) deve mettersi il cuore in pace. I marines hanno preso Bagdad in poche ore, i soldati yankees allestiscono grigliate nei palazzi di Saddam, i tanks presidiano i ponti sull’Eufrate, sfilano sotto le scimitarre giganti del Viale della Vittoria. L’iconografia, prima ancora dei dispacci del Pentagono, chiarisce l’esito di una guerra che potremo giudicare imperiale e illegittima all’infinito, ma che nei fatti si è chiusa con uno strepitosa vittoria militare della coalizione anglo-americana. Bella forza, qualcuno dirà: la disparità dei mezzi era tale da non ammettere altro risultato. È certamente così, ma chi ha accarezzato l’idea che di un remake di Black Hawk Down, di una resistenza inesausta e guerrigliera alle mire di potere di Bush e soci, di una vittoria pagata a caro prezzo ora si trova a fare i conti con una realtà ben diversa: Rumsfeld aveva ragione.
La campagna leggera, il blitzkrieg è riuscito: tre settimane per conquistare la capitale dell’Iraq, meno di cento morti tra le truppe alleate, una paio di Apache abbattuti sono un bilancio militare che non lascia aperte grandi discussioni. Da un punto di vista politico-strategico le cose non si presentano in maniera molto diversa: nessuna sollevazione panaraba o islamica nella regione, Russia e Francia messe fuori gioco e praticamente afasiche, nessuna escalation chimico-nucleare del conflitto, neanche un piccolo attentato terroristico contro l’Occidente, Onu a rimorchio delle magnanime (si spera) decisioni di Bush e Blair.
Di fronte tutto ciò i critici, gli analisti cambiano toni e argomenti. E dicono che il vero problema non era la guerra, ma la pace successiva. Riusciranno gli americani portare la democrazia, a pacificare il paese? Sapranno rinunciare ai propri immediati interessi per favorire la nascita di un Iraq libero e sovrano? Temi molto interessanti e virtualmente inesauribili, ma anche molto accademici. Gli americani hanno vinto, occupano il paese e quindi faranno come gli pare. Una dura occupazione militare non è nella tradizione e nella cultura politica degli Stati Uniti. Almeno formalmente l’Iraq avrà la sua indipendenza, istituzioni e leggi democratiche, un governo libero ma scrupoloso nel firmare tutti i contratti per la ricostruzione e lo sfruttamento del petrolio che fanno gola alle compagnie americane.

Queste righe possono sembrare un inno alla realpolitik, una cinica accettazione dello stato di fatto, della logica della forza e delle armi. Ed in parte è così. È desolatamente così. Tralasciamo per un istante tutte le ragioni etiche, l’orrore naturale che suscitano le bombe e i morti innocenti. Chi esce rafforzato dalla guerra in Iraq: l’Impero o i suoi oppositori?
Dopo questa fulminea campagna non è forse vero che l’indignazione, la rivolta delle coscienze, la critica quasi sempre giustificata e mirata alla volontà di potenza di una cricca di politicanti e business-man neoconservatori si trova spiazzata, marginalizzata, costretta a recitare il solito ruolo, quello della pura testimonianza. Ormai siamo maestri di questo esercizio, importante e nobile ma sterile, di fatto incapace di imprimere un’altra direzione agli eventi. Guardiamoci in faccia: gli americani hanno stravinto. E la storia, da che mondo e mondo, la scrivono i vincitori.

Inviato da Guido Fossati, 03:00 PM
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