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Analisi:
Dopo il crollo, la fiction
statuasaddam.jpgdi Giuseppe Genna
gruber.jpgMentre digito sono altamente infastidito dalla voce chioccia e farinosa di Paolo Di Giannantonio, speaker del tg1, che è in perpetuo allucinante collegamento con l'inviata Rai a Baghdad, Lilli Gruber, il cui eloquio è tremante per difficoltà di etere, per la situazione "storica" che ella stessa sta vivendo. Non la sta vivendo per la prima volta. Ricordo nitidamente Lilli Gruber, ben prima del suo devastante legame pericoloso col diessino Rai Giulietti, all'ombra del Muro in crollo. Non proprio all'ombra del Muro, stava Lilli: stava invece davanti a un sexishop berlinese, letteralmente invaso dai repressi dell'Est. E diceva: "E' la libertà". A distanza di 14 anni allucinanti almeno quanto la telecronaca a cui assisto, Lilli Gruber sta squittendo: "E' una scena storica! E' la libertà!". Sarà la libertà, ma pare un carcere: le cui sbarre sono fatte della sostanza della fiction.
Questa trasmissione emblematica del crollo di un regime violento per merito di violentissimi liberatori è l'apice pomeridiano che annuncia un disastro geopolitico: lo vedremo, questo disastro, lo saggeremo nei prossimi giorni e nei prossimi anni. Per il momento, l'unico dato sensibile immediato su cui ragionare è questa foia da finto scoop, questa enfasi da epopea stronza che Lilli Gruber e l'altra fibrillante inviata, Giovanna Botteri, stanno irradiando sull'Italia televisiva. Cosa volete farci?, è il destino di un popolo che tentano da anni di sottomettere con non tanto sofisticati strumenti di controllo mentale: il mezzo televisivo, anzitutto.
Adesso Paolo Di Giannatonio dice: "Questa qui è una scena simile a quella fotografata da Robert Capà". Adesso Lilli Gruber urla: "Ecco, ecco Paolo!... ecco la bandiera americana!" e Paolo risponde: "Ah!, ecco, le studiano proprio tutte, immaginiamo che adesso Saddam è in un bunker a Tikrit e vede con la parabola queste immagini, immaginiamo...".
Mentre i due travet dello straordinario momento storico non si rendono conto che stanno commentando la strisciata di merda lasciata sulla carta in una toilette irachena in cui un americano si è svuotato le viscere: ragioniamo sulla visceralità americana.
"Da un punto di vista simbolico, una bandiera americana messa a nascondere la faccia del dittatore, insomma, ha un effetto simbolico molto molto forte" dice irritata la Gruber a Di Giannantonio che stava chiosando: "Beh, forse quest'immagine non fa la Storia, ma sicuramente fa la cronaca della giornata".
E poi adesso la bandiera irachena accanto a quella americana. E' la Storia, bisogna ripeterlo e urlarlo, dopo questa penetrazione in città che ha incontrato una resistenza sospettosamente burrosa, facile facile da superare.
"Un accordo segreto di queste ore per fare in modo che Saddam Hussein vada in esilio. Lo riferisce Al Jazeera, trattative tra Saddam e la Cia".
Eccola la Storia, la storiella a cui arrivavamo con il leggero peso dei nostri sospetti più prosaici. Eccoli, il pericolo, la morte in agguato, quella vergognosa e fintissima su cui si esercita la retorica e l'enfasi giornalistica: "Lilli, è pericolosa quella statua, se crolla... sei al sicuro...?". E poi: "Dichiarazioni di Chalabi, il controverso banchiere che gli Usa hanno sponsorizzato, secondo il quale il regime di Saddam è arrivato al capolinea. Chalabi ha fatto arrivare in Iraq alcuni dei suoi uomini armati... un ruolo prominente nel governo futuro...". "Sì, Paolo, non so, è uno controverso, condannato in Giordania per bancarotta fraudolenta, non è conosciuto in Iraq".
Cautela, calma illuministica, attenzione per gli sciiti, ricordi della cricca di Saddam Hussein - mentre scorrono le immagini di CNN e Al Jazeera. Di Giannantonio: "Beh, non dev'essere facile, magari gli ufficiali americani hanno visioni diverse di quello che devono mostrare agli spettatori praticamente di tutto il mondo". "Cheney ha segnali". "Bush è compiaciuto".
"Ecco, Paolo, vedi? La statua è agganciata al carrarmato, ecco ecco ecco, ecco questo potrebbe essere il momento cruciale... non sarà semplice, tirano...". Paolo: "La corda non è tesa al punto giusto". "Dovranno fare tentativi... verrà disarcionata...".
La statua cade, non cade. "Questo ci ricorda il Muro di Berlino, Lilli, prendono a martellate...". "Eh, sì...".
E poi: "Questa lunga nostra trasmissione straordinaria".
"E' curioso che tra i tanti curiosi ci siano anche i marines che sono in piedi sui tank... I cameramen sono sui tank...".
E' fisicamente impossibile stare dietro alle contorsioni dell'enfasi gonfissima di questi apparatchik del Ministero dell'Informazione Italiana. Le contorsioni dell'Amministrazione americana sono ben più facili da seguire, da prevedere.
"Il vicepresidente Cheney, il suo lapidario commento è: 'Stiamo assistendo al collasso del regime'". Detto da uno che ha avuto sette collassi e quattro bypass.
"Ecco che sta cadendo... ecco ecco ecco.."
"Guarda che tirano, tirano i sassi..."
"Ecco ecco ecco, sta cadendo... è caduta... è caduta la statua di Saddam Hussein".
"Evidentemente sì".
"Ecco ecco ecco. Fine. Fine. La fine del regime anche da un punto di vista simbolico. Questa è un'immagine storica. Guarda. Entusiasmo, bandiere. Stanno gridando una fine diversa da quella che gridavano nei giorni scorsi nella tv di Stato".
E noi? La nostra tv di Stato, ora, in questo preciso momento, ha detto questo: Fine.

Inviato da giuseppe genna, 05:01 PM
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