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Analisi:
Il peso della vittoria
1004-1.jpg
di Guido Fossati
• Crolla la statua di Saddam e con essa il suo regime. Le televisioni di tutto il mondo riprendono il tank americano mentre abbatte il simulacro gigante del dittatore; sulla piazza poche decine di iracheni, superati numericamente dalla folla di giornalisti, reporter e operatori alloggiati all’hotel Palestine che si vedono consegnare uno scoop bello e pronto direttamente in camera. Così, dopo le cannonate, i marines cercano di riconquistare la simpatia della stampa. Confusione, concitazione, timore ed entusiasmo, ma soprattutto sollievo questa sembra di leggere sui volti della gente nelle strade di Bagdad. Non si capisce se gli americani vengano salutati come liberatori o più opportunisticamente come i vincitori, i nuovi padroni del paese. Si scatena la classica retorica mediatica del momento storico, della fine di un’epoca. Mentre la gente abbatte le statue, sfregia e incendia i ritratti, il tiranno si nasconde come un animale braccato. Vivo, morto, scappato a Tikrit, l’ultima roccaforte: le voci e le ipotesi si susseguono in un balletto incontrollato di notizie, anche questo già visto.

1004-2.jpgL’agonia di un regime si compie secondo il rituale consueto: scompare la polizia, i guardiani non ci sono più, la gente festeggia, ruba, si vendica. E tutti, anche quelli che fino all’ultimo hanno combattuto contro, salgono sul carro del vincitore. La guerra rivela la parte istintuale e aggressiva della natura umana, ma anche nel dopoguerra non risplendono grandi virtù: vigliaccheria, opportunismo, trasformismo, avidità, feroce desiderio di rivalsa. Con la pace o la fine dei combattimenti tornano protagonisti gli affari: il business in questa prima fase prende il nome di “ricostruzione”. Di questo discutevano Blair e Bush nel vertice di Belfast: questo a te, questo a me, questo magari lasciamolo all’Onu.
Il proconsole designato dall’amministrazione americana è Jay Garner, generale in pensione e presidente di una impresa che fornisce al Pentagono sistemi missilistici; in pratica la tecnologia che guidava i missili Patriots, dispiegati a difesa di Israele nella prima guerra del Golfo del 1991. L’efficacia dei Patriots era ed è molto contestata: pare che non fossero in grado di intercettare neanche lo Scud più spompato. Meno male che i tanto temuti vettori di Saddam cadevano da soli e non c’era proprio verso che raggiungessero il bersaglio.
Adesso Garner, il lobbysta delle armi, amico personale di Rumsfeld, viene mandato a gestire gli aiuti economici, i programmi umanitari e i progetti per la ricostruzione dell’Iraq. Il che è un po’ come mettere una faina ad amministrare un pollaio.
Intanto la guerra continua a nord di Bagdad: tenere acceso qualche focolaio di conflitto, qualche sacca di resistenza da bonificare può anche essere un vantaggio. L’amministrazione militare, l’occupazione del territorio così si prolungano. Per le aziende fornitrici del Pentagono ogni giorno in più di combattimento significa arsenali da rimpinguare, commesse, guadagni. Da questo punto di vista la cattura di Saddam sarebbe quasi una iattura. Il fantasma del dittatore, come quello di Bin Laden, permette di mantenere operativo a tempo indeterminato un apparato militare che costa molto alle casse pubbliche (il presidente Bush ha chiesto al Congresso uno stanziamento di 74,7 miliardi di dollari per due-tre mesi di campagna in Iraq), ma garantisce grossi utili ad aziende private come Lockheed Martin, Boeing, Northrop Grumman, Raytheon.
Le finalità di questa guerra imperiale sono note, quel groviglio inestricabile di volontà di potenza, idealismo, interessi materiali, ossessione per la propria sicurezza che ha spinto il consiglio di amministrazione della massima potenza planetaria a liquidare con le bombe la questione Saddam.
Bisogna riconoscere che l’operazione è stata condotta con successo. Bush, Chaney, Rumsfeld e soci adesso ne riscuoteranno i dividendi in termini di popolarità, prestigio e rafforzamento della leadership. Chi diffida di loro e non si sente di applaudire all’impresa, si trova nella non facile condizione di pensare a un sistema democratico e minimamente efficace di contrastarne il potere, limitarlo in qualche modo, temperarlo, contrapponendogli altre forze a altri valori. Il pacifismo, le Nazioni Unite, un'Europa più forte anche militarmente oppure qualcos’altro, di nuovo: chi ha delle idee è meglio che la tiri fuori e le faccia circolare.

Inviato da Guido Fossati, 05:22 PM
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