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Un trattore per amico
di Angelo Vitale

Al figlio, che compiva gli anni e stava per prendere in mano le redini dell'azienda agricola di famiglia, GianCarlo Tosi, classe 1932, regalò un Fordson del 1913. Un vecchio bolide, non della strada ma della terra. Un trattore d'epoca. Tosi, erede di una tradizione di orticoltori milanesi lunga 13 generazioni ha una passione strana quanto rara: collezionare vecchi trattori. Nella sua tenuta di Senago, spinto dall'urbanizzazzione del capoluogo, coltiva un sogno: realizzare un museo del trattore e far conoscere il frutto delle sue pazienti ricerche di vecchie macchine agricole in giro per l'Italia. Ne tiene oltre un centinaio dentro un capannone. Una collezione che non ha pari nel nostro Paese. Veri pezzi d'antiquariato agreste databili tra l'inizio e la metà del '900. Il più vecchio è un "Deering" del 1906. Ma quello che ha dato il là, quello a cui Tosi è più legato "affettivamente" è proprio il Fordson, motore da 20 cavalli e primo trattore prodotto in grande serie dagli americani della consociata Ford.
"Quest'esemplare - spiega il signor GianCarlo, volto pacioso, occhio ceruleo e guanciotte rosseggianti - era dei Visconti di Modrone. Averlo era uno sfizio, nessuno lo sapeva usare e costava quanto 200 cavalli con cui potevi coltivare grandissime proprietà". Nell'inverno del 1978 padre e figlio decisero di rimetterlo in funzione: "far partire un trattore in quelle condizioni ti fa bagnare gli occhi. Poi ci siamo detti se ne abbiamo uno ne possiamo avere due, tre, e tanti di più". Diventò a tutti gli effetti una collezione con trattori di fabbricazione italiana, americana, inglese, francesce, tedesca. Fra quelli di casa nostra c'è una sorta di prototipo Fiat del 1924, il 700A. "Nemmeno la Fiat - dice Tosi - sa di averlo fatto. Glielo aveva ordinato l'esercito e fu assemblato direttamente in fabbrica ma senza fare un progetto. Utilizzarono il motore quattro cilindri dell'autocarro militare BL". Si fa notare un Oto-Melara a tre ruote, ricorda vagamente la sagoma di un mezzo blindato. Dopo qualche incidente di troppo l'unica ruota anteriore fu raddoppiata per limitarne la pericolosità.
Scorrendo le due file di mezzi distribuiti sui 1200 metri quadrati di "esposizione" si nota un Porsche diesel degli anni'50. Il colore rosso e il design fanno venire in mente i più famosi bolidi sportivi dell'omonima casa automobilistica tedesca. E' uno dei pochi restaurati come il primo trattore di massa della storia agricola italiana, un "balilla 550" che GianCarlo Tosi, tiene coperto un po' in disparte. Si avviava a benzina e funzionava a petrolio.
Monta un motore da quindici cavalli a quattro cilindri, ha sei marce di cui tre con riduzione ma non aveva il freno. Poteva raggiungere una velocità massima di 10 chilometri orari. Dimensioni ridotte ed economicità sono le caratteristiche peculiari di questo trattore costruito dalla Motomeccanica. "Fu lo stesso regime fascista a sponsorizzarlo perché - spiega il nostro - fosse accessibile economicamente alle tasche degli agricoltori, e materialmente ai filari stretti delle coltivazioni di allora. C'era un unico inconveniente. Questo mezzo non aveva il freno. Anzi c'era un pedale che fungeva contemporaneamente da frizione e da freno. Quando si schiacciava tutto si frenava. Beh, parecchi contadini morivano ma non perché i trattori fossero pericolosi quanto piuttosto perché il passaggio dagli animali alla meccanizzazione agricola non è stato semplice. Alcuni contadini dimenticandosene davano anche ordini verbali ai trattori come fossero bestie". Macchine rudimentali è vero, ma che agli occhi di chi lavorava i campi apparivano mostri ingovernabili. Fino al 1930 i trattori avevano le ruote in ferro, l'avviamento manuale e niente marcia indietro anche vent'anni dopo. Per inserire la retromarcia si faceva girare la manovella al contrario.
In mezzo alla schiera di trattori stanno anche altre cose: uno sgranatoio Duetz del 1920 per le pannocchie, una jeep americana del 1940 che come tanti residuati bellici finirono per essere utilizzati nei lavori agricoli.
Negli anni'70 e '80 il capannone-museo dell'azienda Tosi di Senago è stato meta di tanti visitatori: scolaresche e anche stranieri. Con orgoglio il suo fondatore dice che il suo "è l'unico museo del trattore agricolo registrato al mondo", poi "è arrivata la legge 626 sulla sicurezza degli edifici e nessuno ha potuto più vederlo". GianCarlo Tosi adesso sta concentrando i suoi sforzi, pensando anche al sostegno pubblico, nel tentativo di restaurare tutti i trattori (e per farlo ci vogliono almeno 5/10 mila euro per ognuno), di rimettere a nuovo alcuni manufatti dell'azienda e dare corpo al suo "museo agricolo europeo", di cui la "galleria dei trattori" sarà certamente il fiore all'occhiello.
Inviato da Stefano Porro , Martedì 15 Aprile 2003 | Commenti (24)
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