Negli Usa è appena terminato il lunghissimo spot del Superbowl e sta per per essere varata una nuova lega di football americano, la Xfl, che promette di essere ancora più kitch e violenta, una cazzata miliardaria sostenuta dalla smania di volere vedere scorrere sangue e ossa rompersi. Chi si esalta per questo genere di spettacolo può fermarsi a questo punto e dirigere le proprie pulsioni su altre pagine della Rete. Noi qui parleremo di uno sport completamente diverso, uno sport vero, il rugby, e di un torneo che fa parte della sua tradizione più nobile e antica: il Sei Nazioni. Dall'anno scorso al novero delle cinque nazioni storiche (Inghilterrra, Scozia, Galles, Irlanda e Francia) si è aggiunta l'Italia. Dopo un lusinghiero debutto con la vittoria sulla Scozia a Roma, abbiamo ricevuto una serie di severe lezioni dai vecchi membri del club più esclusivo della palla ovale. Il momento più duro di questa sorta di iniziazione è stata la trasferta a Dublino con i verdi d'Irlanda che ci umiliarono con un imbarazzante 60-13.
Quest'anno ci ripresentiamo al Sei Nazioni con una squadra ringiovanita in molti elementi e con un importante ritorno: quello di Diego Dominguez, l'oriundo argentino, che ha 34 anni (complice la generosità degli sponsor che pare lo abbiano "motivato" staccando un assegno di 150 milioni) ha accettato di tornare a vestire la maglia azzurra. Per Dominguez parlano le cifre: 61 "caps" (presenze) e ben 819 punti segnati in nazionale. Al suo piede (è un micidiale realizzatore di calci piazzati e drops) e alla sua sagacia tattica sono appese molte delle speranze degli azzurri nel torneo.
Ma se vincere nel rugby è importante, lottare , battersi fino all'ultimo, gauadagnare sul campo il rispetto dell'avversario, lo è almeno altrettanto. Anche se poi si perde. Perché nel vocabolario di questo sport termini come lealtà, spirito di sacrificio, passione, rispetto delle regole e (esageriamo) onore hanno ancora un significato. Come succede nel calcio e in Formula 1. O forse no?
La squadra azzurra che fino a pochi anni fa era considerata la Cenerentola al cospetto delle grandi nazioni di tradizione rugbystica, è impegnata nella difficile operazione di conquista di credibilità e rispetto. Nell'ambiente della palla ovale vige un diffuso pregiudizio anticalcistico, un orgoglioso senso della propria diversità (e in fondo superiorità) rispetto ai fighetti strapagati che prendono a calci il pallone.
Il Sei Nazioni di quest'anno cade in una congiuntura perticolarmente felice per il rugby europeo che sembra in grado di riprendersi la leadership mondiale della palla ovale dopo anni di dominio delle tre grandi dell'altro emisfero (Nuova Zelanda, Sudafrica, Australia). Le formazioni delle ex-colonie con il loro gioco fatto di grande aggressività, stapotenza fisica, collettivo e organizzazione hanno sembravano irraggiungibili. E invece...
La saga della palla ovale comincia in un piccolo paese dell''Inghilterra nel lontano 1823. Quel paese si chiamava Rugby. Tra i college della provincia era uso e costume praticare il football, uno sport rozzo e noioso, che obbligava i poveri studenti a rincorrere una sfera di cuoio solo per prenderla a calci. Tra questi giovani c'era anche William Webb Ellis. In cuor suo William sentiva una profonda insoddisfazione: non era questo il suo destino, una forza misteriosa lo guidava in un'altra direzione. Finchè un giorno, all'improvviso, ebbe l'illuminazione. Durante l'ennesima scontata sfida con il college rivale prese il pallone tra le mani e tra lo stupore generale corse verso la porta avversaria segnando la prima meta della storia. Immaginate lo scandalo: William fu espulso, deriso, preso per matto. Ma come ogni grande eresiarca, profeta o rivoluzionario tenne duro: la sua missione era quella di rivelare al mondo un nuovo sport. A distanza di un secolo e mezzo l'eresia di William è diventata la seconda religione del pianeta, dopo il calcio.
LE REGOLE DEL GIOCO
Il rugby a pensarci bene è un paradosso: bisogna avanzare passando la palla all'indietro. Ma non solo: la palla è è ovale, ha rimbalzi e traiettorie incontrollabili, si gioca con i piedi ma anche con le mani, nella stessa squadra c'è posto l'ala veloce e sgusciante e il pilone di oltre cento chili. Potenza e velocità, scontri brutali e cavalleria, botte in canpo e bevute colossali a fine partita (il cosiddetto terzo tempo). Nato come eresia del football quando nel lontano 1823 Wiliam Web Ellis, studente della cittadina di Rugby, prese il pallone con le mani, ha mantenuto l' identità di sport aristocratico, con un proprio codice d'onore e un senso orgoglioso della propria diversità.
Prima del fischio d'inizio gli All Blacks si schierano al centro del campo, guardano dritto in faccia gli avversari e danzano. Una danza che esprime orgoglio, sfida, passione e fierezza guerriera, legata com'è alla radici più profonde della cultura Maori. Ecco il video della haka (in formato .avi da 1,8 Mb) con il testo originale e la traduzione italianana